Libri a cui non farei mai la piega all’angolo della pagina – La crescenza

Quando ero piccola non c’erano così tanti ipermercati. Ce n’era solo uno, gigantesco, appena al di là del ponte sul Po. Ci andavamo una, massimo due volte l’anno, perché ci mettevamo delle ore a girarlo tutto (adesso riuscirei a farci la spesa in quaranta minuti massimo, ma chissà, forse all’epoca ci perdevamo fra tutte quelle corsie e quegli scaffali).
Mi piaceva un sacco andarci, prima di tutto perché  le signorine del supermercato facevano il giro del negozio sui pattini – giuro, sui pattini. E poi perché alle casse ti imbustavano la spesa e, schiacciando un pulsante, ti arrivava su un rullo il sacchetto già riempito e a te non restava altro da fare che metterlo nel carrello. Era quasi ipnotico.
Mi piaceva un sacco andarci anche perché la mamma mi faceva comprare cose che solitamente potevo vedere solo col binocolo. Di sicuro cioccolato, coca cola e giocattoli (c’era una corsia intera tutta piena di Barbie, il paradiso), ma io mi ricordo soprattutto i Frosties, quei cereali tipo corn flakes con lo zucchero sopra, super croccanti. Li adoravo. Probabilmente mia mamma mi prendeva una sottomarca, perché in macchina mentre tornavamo a casa li aprivo sempre per sgranocchiarne un po’ e leggevo gli ingredienti sulla scatola. E leggevo PARTICOLARMENTE INDICATI IN FASE DI CRESCENZA. Guarda mamma c’è un errore, dicevo. E lei mi rispondeva che l’avevano tradotto male dal francese. Non ci ho mai creduto del tutto. Capita a tutti di sbagliare, anche a quelli dei cereali.

Libri

Riguardando gli ultimi articoli abbiamo capito, insomma, che aprile è stato un po’ il mese del buttare un occhio al passato. Non c’è un motivo, mi sentivo nostalgica e avevo voglia di pensare facile. Mi è venuto spontaneo, quindi, riprendere in mano quei libri che mi hanno accompagnato durante la crescita, fino all’adolescenza – allora forse non si sono sbagliati, mamma, è quella la “crescenza” della scatola dei Frosties!

Ne ho scelti tre (quattro, ma poi capirete perché) e sono tutti volumetti a cui non farei mai la piega all’angolo della pagina per tenere il segno. E’ rarissimo che io lo faccia, eh, credo di non averlo fatto neanche con Cinquanta sfumature, ma potrebbe essere capitato senza volere. Questi, a maggior ragione, li tengo come il gambino d’un santo.

FAVOLEALTELEFONO

Favole al telefono, di Gianni Rodari – devo ammetterlo, questa copia è nuova. L’ho ricomprata qualche settimana fa, avevo accompagnato mio fratello piccolo per un regalo di compleanno di un suo amichetto. Il regalo lo abbiamo preso, ma in più siamo usciti con un libro per me (questo) e un libro per lui (un atlante). Dopotutto siamo fratelli, non ci assomigliamo solo nel profilo e nell’azzurro degli occhi.
Ho ricomprato Favole al telefono perché il mio devo averlo perso, non lo trovo più. E mi dispiace, perché sicuramente in una pagina bianca ci sarà stato scritto il mio nome con la calligrafia tremolante delle elementari.

In ogni caso, definirlo libro per bambini a mio parere è assolutamente riduttivo. Certo, il linguaggio è semplice e infantile perché vuole farsi capire dai bambini, ma non è un libro solo per bambini. E’ un prontuario di storie – di Alice Cascherina, che cade nella sveglia e si incastra fra gli ingranaggi, e poi nella bottiglia e nel cassetto delle tovaglie; di Giovannino Perdigiorno, che viaggia e scopre città fantastiche come il Paese senza punta o quello con l’esse davanti; di “Brif, bruf, braf”, che vi consiglio di leggere; del “processo al nipote”, nel quale per un errore di ortografia si crede che lo zio sia il padre dei vizi, e di quell’uomo che voleva comprare la città di Stoccolma.. Sono storie che celano, dietro il loro essere “le favole del ragionier Bianchi”, un significato più profondo di certi libri che vi vantate di aver letto.

– Quanto pesa una lacrima?
– Secondo: la lacrima di un bambino capriccioso meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra.

georgia

Le confessioni di Georgia Nicolson (e del suo gatto), di Louise Rennison – l’ultimo ripiano della mia libreria è pieno di libri delle Ragazzine. Li divoravo; erano scorrevoli, facili da leggere, con una trama banalissima ma sempre accattivante e con una forma spesso vincente (lettera, diario, narrazione doppia, manualetto). I miei preferiti, neanche a dirlo, erano due: A ciascuno il suo corpo, di Mary Rodgers, che in sostanza è la storia del film Freaky Friday – una tredicenne che da un giorno all’altro si sveglia nel corpo di sua madre – e, ovviamente, quelli di Georgia Nicolson.
Nonostante in copertina ci sia un’immagine di lei bionda, me la sono sempre immaginata un po’ come me: sarcastica e svogliata, con i capelli castani, gli occhi chiari e un naso gigantesco. All’inizio del primo libro (La mia vita è un disastro), ha quattordici anni e racconta al suo diario di essere andata ad una festa in maschera vestita da oliva farcita.
Più si va avanti, più Georgia Nicolson si fa esilarante. Perché è proprio il suo mondo ad essere esilarante: Mutti e Vati (i genitori), la sorellina Libby e lo zio Eddie, pelato e con una motocicletta prebellica, il Re degli Squinternati. E poi il DdS, Robbie, il “Dio del Sesso”, un fruttivendolo di cui si è innamorata, e Dave Lo Spasso, il suo secondo fidanzato, con cui mette in pratica la famosa Teoria dell’elastico. E le sue amiche, la Banda delle fantastiche, con Jas e quell’altra che aveva il fidanzato norvegese. E ovviamente il suo gatto, Angus, talmente grosso da sembrare un piccolo labrador.

Io avevo solo questi due, o forse anche il terzo, quindi non so se alla fine Georgia ha coronato il suo sogno d’amore con il DdS, se è tornata insieme al suo ragazzo di prima (il vicino di casa, quello con la bocca gigantesca) o se ha finalmente trovato la pace con un altro. Dovrebbe essere uscito il seguito – ne ho trovati altri due o tre in pdf, ma solo in inglese. Se sapete come va a finire, vi prego, fatemi sapere.

Princessdaisy

Princess Daisy, di Judith Kranz è stato, forse, il mio primo “romanzo” impegnativo. Lo avevo trovato un’estate nella mia casa in campagna, era gia così senza copertina, e lo tenevo vicino ai libri di scuola in camera mia. E’ di sicuro da catalogare fra i romanzi rosa (non è a livello Harmony, se non altro per la lunghezza, ma alcuni pezzi ci vanno davvero vicino) e forse mi era piaciuto proprio per quello: una delle prime letture audaci che mi concedevo.

L’ho tirato giù dalla libreria per fare la foto e ho leggiucchiato qualcosa, giusto per farmi venire in mente la trama, ma zero. Non ricordo assolutamente nulla, se non che c’era un folto intrecciarsi di descrizioni dei personaggi, a volte a partire dal loro bisnonno da parte di mamma. Lei, Daisy, dev’essere stata la figlia di un russo mezzo nobile, che mi sembra avesse una sorella disabile che per metà libro viene data per morta, complice il padre; rimaste orfane poi salta fuori un fratellastro, ossessionato da Daisy, un tipo chiaramente instabile che le mette le mani addosso un giorno sì e l’altro pure. Il resto è nebbia. Ogni due pagine ci sono nomi diversi – Daisy, Stash, Ram, Topsy, Claire, Kiki, Francesca, Tiziana, poi? – che mi è difficile perfino ricostruire la storia d’amore finale.

Anche se lo stile è volutamente sontuoso, agghindato come se fossimo in un salottino coi divani foderati di velluto e l’argenteria sul tavolino, e anche se è il tipico romanzone da sospiri e dialoghi ed “egli schiuse le labbra” ed “egli rise sommessamente”, non gli farei comunque la piega per tenere il segno. Le pagine sono ingiallite dal tempo, hanno quell’odore di polvere e buona lettura che vorrei fosse impregnato anche nei miei libri preferiti e, nonostante tutto, mi ha aperto la strada a cose più impegnative. A suo tempo, mi era piaciuto: la Russia, gli intrighi amorosi.. L’Anna Karenina dei poveri. Insomma, dei molto poveri. O l’Anna Karenina che va a Centovetrine.

Il tuffo nel passato di Aprile avrà una coda, forse. Sto riguardando The OC. Magari ne riparleremo.