Dipingere i colori, aggiustare i suoni

Ogni sera da un’anta del mio armadio si sente un suono. Bip-bip-bip. E’ un suono lontano, flebile, che a volte non riesco a distinguere neanche se sto a tre passi di distanza.
Di solito si sente verso mezzanotte meno qualcosa. Dipende sempre dal cambio dell’ora ma comunque non posso spiegarlo, non mi ricordo mai la differenza fra ora solare e ora legale, non saprei dire se oggi parte che sono ancora le undici o se è quasi l’una.

Ogni sera da un’anta dell’armadio si sente quel suono. E io so benissimo da dove viene, eppure ogni sera la mia testa fa un viaggio.
Dovrebbe essere un orologio Swatch di quelli vecchi, super tecnologici, con il cinturino a strappo. Me lo ero fatto regalare per la fine delle elementari, lo avevo visto al polso della mia amica Silvia e lo volevo a tutti i costi. Era così ingombrante e scomodo con tutto quel velcro, mi ci impigliavo ovunque. L’avrò dimenticato in qualche scatola. Poi ho traslocato, e ho traslocato tutte le scatole, mica ci ho guardato dentro.

Ogni sera suona e io, ogni sera, mi immagino cose diverse.
Il bip-bip-bip è sempre uguale, sempre lì, sempre lui, ma nella mia testa cambia. Le orecchie sentono, il cervello aggiusta. Si trasforma in un miagolio o in una porta che cigola, oppure può diventare un’orchestra o il rumore del legno che scricchiola.
Ieri per esempio era un allarme di una banca: qualcuno aveva rapinato la filiale di un paesino in collina e sentivo la polizia che arrancava, con le macchine che a malapena riuscivano a fare le salite ingranando la prima. Ieri l’altro era il segnale di fine intervallo a teatro e le ballerine di quella compagnia si stavano precipitando dalla sala trucco verso il palcoscenico, pronte per entrare con le punte tese e il sorriso tirato in faccia. Qualche giorno fa invece era il segnale del cellulare del futuro, che suona quando stai per assistere a qualcosa di bellissimo che altrimenti non riusciresti a vedere, oppure il timer del forno, perché va bene che l’arrosto deve cuocere molto ma ancora due minuti e lo bruci.

Mi capita spesso anche con i riflessi del sole mentre guido, o con le ombre quando cammino sul marciapiede. Tutto è quello che è, se non ci pensi troppo su, ma tutto è anche qualcos’altro.
Un artista (Stefano Rapisardi) ha più o meno cercato di fare la stessa cosa nelle sue foto. Ci sono uomini con delle facce strane che sembra stiano tagliando l’erba sulle colline, ma basta una strizzata d’occhio e capiamo subito che si tratta di persone in miniatura messe sopra a dei kiwi e fotografate da molto vicino. E allora è lì che sparisce tutto.
Una volta ho visto un quadro che per me era un vaso di fiori e, tra i gambi immersa nell’acqua (il vaso doveva essere per forza trasparente), c’era la testa di Medusa, quella di Caravaggio. Me la immaginavo lì tipo in salamoia, come se fosse un oggetto da mantenere quasi in vita, anche se staccata dal corpo. Invece ho scoperto che nel quadro c’era semplicemente questo vasetto con disegnata sopra una faccia di donna. Cioè, era un vaso decorato, capite? Un semplicissimo vaso decorato, fatto pure male, con due o tre fiori quasi appassiti.

Passiamo la maggior parte del nostro tempo a ragionare da grandi quando sarebbe tutto più semplice se ci fermassimo e cambiassimo prospettiva. Anche di poco. Poi basta chiudere e riaprire gli occhi che tutto, stanne certo, torna grigio e spento come prima.
Non me ne vergogno: mi capita di aggiungere colori e sfumature praticamente a tutto ciò che vedo. Prendo il meglio, a colpo d’occhio, delle cose banali che mi stanno attorno e ci dipingo sopra dettagli che non ci sono. Creo scene che non accadranno mai, faccio parlare i gatti e miagolare le persone. Faccio come i bambini, che usano la fantasia per condire tutto. Quel cancello sembra proprio una faccia se la osservi da qua, e quella pozzanghera è il lago di Garda, guarda dai ha proprio quella forma lì!

Bip-bip-bip. Cosa potrebbe essere adesso?