C’è la crisi del settimo anno, e poi c’è Risiko.

Ho controllato e nessun sondaggio ISTAT riporta questi risultati, ma fidatevi: in realtà la principale causa di divorzio in Italia è RISIKO.

Non sono particolarmente fissata con i giochi di società. Da piccola ne avevo pochissimi, perché andava sempre a finire che i miei fratelli perdevano i dadi, mischiavano le carte con quelle di altri giochi, rompevano il tabellone e nascondevano le pedine. Ricordo solo una Ruota della fortuna con una scatola mezza scassata, un Allegro chirurgo col malato senza neanche più un organo interno e probabilmente un Saltinmente. Da qualche parte dovrebbe esserci ancora il dado strano, con tutte le lettere dell’alfabeto. Solitamente ci giocavo quando andavo a casa degli amichetti, almeno da loro le scatole erano pressoché intatte. Oppure me li inventavo – alla fine cosa ci vuole? Saltinmente non è nient’altro che “Nomi cose città”; per Pictionary bastano un foglio, una matita e una manciata da parole da disegnare. Facilissimo.

E’ successo poi che sono cresciuta e tutti quei giochi, insieme alle Barbie e alla mia amata cucina attrezzata (era stupenda, non era la Nouvelle Cuisine della pubblicità ma era fighissima lo stesso), hanno trovato un posto – o in cantina o nel bidone, non lo voglio neanche sapere perché mi piange il cuore – e ho incominciato ad avvicinarmi a giochi più seri. No, niente strategie, colpi di stato o cose troppo difficili; il massimo è stato Risiko.

RISIKO

Dai prova, dai gioca anche tu – alla fine mi ci hanno trascinato. E dire che io fino ai vent’anni non conoscevo neanche le regole, mi rifiutavo di saperle.
I giochi di guerra (e soprattutto con riferimenti alla geografia) mi annoiavano terribilmente. Adesso invece mi capita, qualche domenica sera, di fare posto sul tavolo e iniziare a contare le mie armate verdi, pronte per attaccare gli stati confinanti e conquistare nuovi territori.

Spero sappiate le regole, ma nel caso foste dei novellini vi spiego tutto in tre parole: immaginate di essere a capo di un esercito sparpagliato sui vari stati del pianeta e di dover fare la guerra alle popolazioni vicine per espandere il vostro impero. All’inizio vi viene assegnato un obiettivo (conquistare un numero preciso di territori, conquistare qualche continente per intero, distruggere un’armata nemica in particolare..) e, in base a quello, dovete pianificare le vostre mosse. Gli stati confinanti si vincono lanciando i dadi, tentando di avere sempre un numero più elevato dell’avversario.
Ovviamente il regolamento è molto più complesso di così e ancora oggi a volte mi confondo o mi sbaglio, confrontando le cifre dado su dado. Ma per questo esiste il foglietto all’interno della scatola. Che vi consiglio di non buttare mai.

Il problema è che è sì un gioco di strategia, ma anche di culo. Alla fine tutto si basa sui dadi, e se sei sfigato c’è poco da fare: vedrai ad una ad una le tue armate uscire di scena e perderai la supremazia sugli stati che eri riuscito a conquistare.
Non sono mai stata una molto fortunata con i dadi (stessa cosa con le carte, a briscola raramente mi capitano gli assi quindi non mi ci metto neanche) né in realtà sono una tipa molto competitiva, ma a Risiko tutto è lecito. Ci sono partite in cui vedi che dall’inizio niente gira a tuo favore, perciò giochi con uno spirito da “mi difendo ma tanto so che non vincerò mai”. Altre volte decidi di essere neutrale come la Svizzera, soprattutto quando capisci che intorno a te si sta consumando un conflitto epocale e, se anche tu partecipassi, ne usciresti solo indebolito. E poi ci sono quei momenti in cui realizzi di essere veramente ad un pelo dal tuo obiettivo e lì, mi dispiace, ma non ci sono rapporti che tengano.
Durante una partita a Risiko si è tutti contro tutti: non ci sono fratelli, genitori o fidanzati, ma solo nemici sconosciuti con eserciti da annientare turno dopo turno. Sei disposto a firmare patti di non belligeranza, associazioni simili alla Lega Lombarda e a trovare corridoi e spazi dove sorprendere le armate avversarie quando meno se lo aspettano. In Asia si stanno decimando e tu, invece di stare lì a guardare, prendi i tuoi carrarmatini e invadi la Kamchatka dall’Alaska.
(Potremmo anche aprire un dibattito sui nomi degli stati, ma ho imparato ieri l’altro a pronunciare nel modo giusto Kamchatka, che prima storpiavo in un parola simile ai chakra di Naruto, e ancora confondo l’Alberta con la Jacuzia, quindi non è il caso di andare oltre).

E’ noto che durante le partite a Risiko volino parolacce, insulti a sfondo storico e dichiarazioni di guerra talmente sentite da sembrare quasi reali. Ti fai indubbiamente prendere la mano: hai la possibilità di sfidare a dadi il tuo fidanzato (o tuo fratello, o tua madre, o il tuo amico che ti sfotte sempre) e di far leva sulla sua vulnerabilità in Siam per potergli soffiare da sotto il naso qualche territorio. E lo fai con tutta la cattiveria che hai in corpo, senza sentirti in colpa.
Potresti anche scendere a compromessi – ti lascio stare in Africa se tu non mi invadi l’America, ok? – ma valuti bene le condizioni del patto, sia mai che poi da quello sputo di mondo riescano ad entrare tutte le truppe nemiche e mandare a monte tutta la tua strategia bellica.
Alla fine – sempre se si arriva ad una fine; molto spesso si chiude tutto prima, decretando come vincitore quello che più si è avvicinato al suo obiettivo – c’è la resa dei conti.
Chi perde ripone i carrarmati nella bustina con il pensiero di essere la pattumiera del mondo, chi era lì lì per prendere il sopravvento ripensa e analizza le ultime mosse, battendosi il petto e lamentandosi perché magari poteva non stabilirsi in Oceania e continuare la campagna di Russia. C’è chi si arrabbia perché prende i toni accesi come un attacco personale, chi se ne frega e tempo due minuti è già steso sul divano a guardare lo smartphone e c’è chi invece scappa in bagno a fare la pipì, che erano due ore che a momenti se la faceva addosso. E c’è anche chi incredibilmente riesce a vincere, e gongolerà e riderà sotto i baffi fino alla partita successiva.

Ieri ho giocato. Indovinate un po’ com’è finita?