L’arte di imbrattare i muri.

Può sembrare il contrario, ma non sono totalmente favorevole al progresso tecnologico.
Non sono sicura che le macchine fotografiche digitali siano “meglio” di quelle che si usavano prima, nonostante siano magari più comode e tutto il resto, né credo che i lettori ebook diano lo stesso piacere delle pagine fisiche fra le mani. Quando però si è parlato di dover lasciare il mio amatissimo cellulare con la tastiera qwerty ho pensato alle prime automobili: sicuramente ci sarà stato chi, storcendo il naso, avrà detto che erano meglio le carrozze coi cavalli, più lente ma più sicure rispetto a quell’ammasso di ferraglia, ma il mondo deve pure andare avanti
E’ stato questo pensiero a farmi precipitare nel negozio, strisciare il bancomat e comprare seduta stante un cellulare touchscreen. (La risposta è sì, sono strana).

C’è una cosa, però, che mi indispone: la memoria del pc. E’ utile, certo, con tutti i suoi automatismi, e per certi documenti è essenziale. Ma la memoria, la nostra, è insostituibile proprio perché imperfetta.

Quando ero più piccola dividevo la camera con i miei fratelli; non avevo tanto spazio, dovevo accontentarmi di un angolo (il più freddo e insulso di tutta la casa). La testata del letto l’avevo fatta fare da mia mamma, tutta ricoperta di stoffa blu elettrico. Ma il bianco del muro, che a contrasto col blu sparava come se ci fosse colata sopra della scolorina, mi metteva tristezza. Era tutto vuoto, spento. 
Così, avevo preso l’abitudine di appiccicare qualsiasi cosa mi capitava a tiro. La potremmo chiamare “l’arte di imbrattare i muri”. Al centro c’era il poster dell’Italia che festeggia i mondiali di calcio – me lo aveva regalato il mio ragazzo al compleanno, un mese dopo la vittoria del 2006. Ai lati, ritagli di giornali e immagini stampate da internet: la protagonista di Una mamma per amica, l’infermiera Abby di ER Medici in prima, qualche modella, degli attori che consideravo belli all’epoca (Chad Micheal Murray, Josh Hartnett in canottiera bianca), alcune pubblicità strappate dai magazine di moda, qualche attrice. E poi c’era l’immagine di un opossum. 

Ci ho messo un quarto d’ora a farmi venire in mente quali personaggi famosi fossero rimasti lì appesi per anni, ma l’opossum ce l’ho fisso in testa, come se dormissi ancora in quella camera. Non chiedetemi perché era finito sul mio muro; sono anche un po’ allergica a tutti gli animali, non riesco ad instaurare un contatto con quasi nessuno di loro. Eppure era il primo che avevo davanti agli occhi la mattina quando mi alzavo, e l’ultimo prima di addormentarmi. Un opossum custode.

Ovviamente è un'immagine puramente esplicativa, io non sono così ordinata [theeverydayandbeyond.com]
Ovviamente è un’immagine esplicativa, non sono così ordinata [theeverydayandbeyond.com]

Poi un giorno devo essermi resa conto e ho realizzato. Tutti quei visi, quegli sguardi.. Me li sentivo sempre addosso. E’ paradossale, perché ero arrivata quasi a non voler mai uscire dal guscio che mi ero creata. Mi sentivo protetta solo quando ero abbracciata da quelle due mura ad angolo, stretta contro il termosifone e pigiata sotto la finestra. 

Devo essermi resa conto della bolla in cui mi ero rintanata, o forse semplicemente avevo voglia di rivedere del bianco, non saprei. Tempo due giorni di mah, boh, chissà e poi ciao: tutte le foto, tutti i ritagli e le immagini erano finite nel cestino.
Non ne ho tenuta neanche una per ricordo – tanto, a cosa serve? Ho fatto già delle foto con la macchinetta digitale, “ce le ho nel computer!”, e poi avevo degli autoscatti (non faceva così figo chiamarli selfie, ma erano la stessa cosa che ci facevamo nel duemila e qualcosa).

La memoria di quel computer, inspiegabilmente, si è fulminata. E così tutta la mia musica, diligentemente catalogata con dedizione e scrupolo, tutti i miei film e i miei documenti (fortunatamente niente di troppo importante, cosa vuoi avere di importante a sedici anni?) è svanita nel nulla. Comprese quelle uniche due foto del mio angolino.
Se fossi stata previdente, se mi fossi fatta qualche copia.. Se almeno avessi avuto un cloud!

Ho traslocato, poi. Ora in camera mia ci sono solo poche cose appese.
Quel giorno, quando ho smantellato tutto, volevo soltanto che ci fosse del bianco; ora guardo il bianco ma in realtà vedo quegli sguardi, sentendomi protetta come allora. Incredibilmente, senza l’aiuto di nessun oggetto tecnologico.

  • Secondo me dovevi dare un nome all’opossum 🙂

    • Ma magari gliel’avevo anche dato. Avrei dovuto scriverlo con lo spray sul muro per ricordarlo, però.