Ocio agli Oscar – Secondo round: Dallas Buyers Club, Blue Jasmine, 12 anni schiavo, Her.

Mi sono distratta un secondo e puff, ecco che a grandi passi è arrivata “la settimana”.

Se vi siete persi la puntata precedente, potete recuperarla qui. Ho parlato, appunto, di The wolf of wall street, Gravity, American Hustle e I segreti di Osage County. Di seguito, una parte di quelli che mancano all’appello.
Ve lo dico subito: mancano CAPTAIN PHILLIPS, NEBRASKA e PHILOMENA. Non so se prima di domenica avrò tempo di guardarli tutti e tre – sono arrivata ad un punto in Breaking Bad in cui è difficile fermarsi, ne sono quasi drogata, neanche fosse crystal meth. Cercherò di finire l’elenco, ma stando a quanto ho letto i premi per le categorie più ambite quasi sicuramente riguarderanno i film che ho già visto. E se mi sbaglierò mi corigerete, come sempre.

DALLAS BUYERS CLUB ***
Di Jean-Marc Vallée con Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner.

[milanoweb.com]
[milanoweb.com]

Alzi la mano chi non ha riconosciuto, pur avendo visto il trailer più volte, Matthew McConaughey (d’ora in poi, semplicemente McCoso). Io ogni volta ci cascavo, giuro, e mi è successo anche in The wolf of wall street – “ma sei sicura che quello è McCoso?”.
In Dallas Buyers Club ci troviamo davanti Ron Woodroof, il classico giovane e sregolato uomo da rodeo con baffoni e Rayban a goccia, e lo conosciamo a partire dal momento peggiore della sua esistenza, ovvero quando scopre, in malo modo, di aver contratto l’AIDS.
Oltre allo shock della diagnosi (all’epoca l’HIV era una malattia legata quasi solamente alla sfera omosessuale) i dottori gli danno un’aspettativa di vita di trenta giorni: un peso non indifferente, da portare su quelle sue spalle così secche e ossute. Nel giro di poco tempo (con un montaggio e un countdown verso il trentesimo giorno sempre più incalzanti), McCoso segue un metodo “alternativo” per curarsi: andando contro le terapie dell’ospedale previste dalla dottoressa che lo segue (Jennifer Garner), trova il modo di importare medicinali illegali negli Stati Uniti e fondare una società di condivisione, il Dallas Buyers Club. I malati (i “clienti”) riescono così a curarsi da soli coadiuvando proteine, pillole, vitamine e cose varie – cose di cui sinceramente non c’ho capito un’acca ma che pare funzionino meglio della terapia prescritta dalle grandi case farmaceutiche.

Avete visto la foto? Ditemi che non avete pensato “ammazza quanto si è imbruttita la Garner”.. Perché chi è seduto sulla panchina di fianco a McCoso non è la moglie di Ben Affleck ma lui, Jared Leto, quello dei 30 seconds to Mars. Qui fa la parte di un transessuale sieropositivo che dapprima compra medicinali per curarsi, e poi diventa socio nella distribuzione e nella gestione del Buyers Club. 

Al di là dello sbigottimento nel vederli entrambi così magri e sciupati – McCoso ha perso venti kg, Jared Leto soltanto tredici ma vi giuro che sembra addirittura più deperito – è un bel film, costruito in modo tale da far risaltare la differenza tra la magrezza dei personaggi, quasi inconsistenti dentro i loro pantaloni stretti dal primo buco della cintura, e la profondità e la pesantezza delle questioni che si trovano ad affrontare.
Sicuramente non un film che rimarrà negli annali, ma magistralmente composto e fatto bene. In certi punti il montaggio è “strano”, e la mia ignoranza sulla tecnica cinematografica vi fa capire quanto io non possa andare oltre nel descriverlo (se sapete darmi delucidazioni, illuminatemi vi prego). La ricostruzione degli ambienti anni ottanta è perfetta, i costumi, gli accessori, il fare un po’ spaccone.. Tutto calza alla perfezione. Chi però è messo un po’ in ombra secondo me è McCoso, che trovo bravissimo ma non eccezionale, anche se è uno dei favoriti per la vittoria. E, ovviamente, la perfezione riguarda anche il personaggio trans di Rayon: Jared Leto è riuscito veramente troppo bene nel suo intento – caratterizzato ma non macchiettistico, esagerato ma non caricaturale.. E’ la vera risorsa di tutto il film, che merita di essere visto quasi solo per lui.

Candidato per: Miglior film, Montaggio, Attore protagonista (Matthew McConaughey), Attore non protagonista (Jared Leto), Makeup e parrucco.
Per me, Miglior Makeup tutorial “My Oscar Night Smokey Eyes” a Jared Leto.

BLUE JASMINE **
Di Woody Allen con Cate Blanchett, Sally Hawkins, Alec Baldwin.

[splendidandlovely.blogspot.com]
[splendidandlovely.blogspot.com]

Come le sa raccontare Woody Allen, le donne, non le racconta nessuno.
Il film gira tutto intorno al personaggio di Jasmine: una donna bellissima e di classe che dopo New York, un matrimonio felice e tanti soldi da poterli quasi sperperare, ad un tratto deve fare i conti con il declino. Suo marito Hal, oltre ad averla tradita numerose volte, viene arrestato e incarcerato con l’accusa di essere un truffatore, trovando poi il suicidio in carcere.
Con l’intento di risollevarsi e guarire da una latente depressione, Jasmine si trasferisce a San Francisco, a casa della sorella adottiva Ginger: diametralmente opposte le due città, così come diametralmente opposte sono le due donne. Qui si troverà a dover ricominciare da zero, a reinventarsi una carriera e una vita sociale, portando sempre al braccio la sua borsa di Hermes, la sua coperta di Linus per l’intera durata del film.

Tutto il racconto si basa su numerosi flashback, scanditi da una colonna sonora vagamente jazz che mi ha fatto subito tornare alla mente Manhattan (ciao Giulia, se mi stai leggendo, dimmi che ti sei seduta su quella panchina come lui e Diane Keaton!). Il ritmo del film è rilassato, quasi “da commedia tranqui” in certi punti, ma tutto viene salvato dalla recitazione di Cate Blanchett: mi sbilancio e urlo a gran voce ai miei amici dell’Academy DATELE L’OSCAR, VI PREGO.

Candidato, che io sappia, per: Sceneggiatura originale, Miglior attrice protagonista (Cate Blanchett) e Attrice non protagonista (Sally Hawkins, bravissima anche lei).
Da non sottovalutare anche, nel caso lo guardiate, i Migliori Outfit Trash della sorella Ginger.

12 ANNI SCHIAVO ***
Di Steve McQueen con Chiwetel Ejiofor, Micheal Fassbender, Benedict Cucumber (lo stesso di Osage County) e Lupita Nyong’o. C’è anche Brad Pitt in una microparticina.

[youtube.com]
[youtube.com]

Solomon Northup è un istruito violinista di colore. Ha una moglie, due figli piccoli ed è rispettato da tutti nella contea dove vive, a Saratoga, New York. Qualche giorno dopo, durante un viaggio in Louisiana, si ritrova senza un apparente motivo legato e incatenato in un bugigattolo buio, costretto a rispondere al nome di Plet e obbligato a lavorare come schiavo per dei padroni.
La storia si infittisce quando giunge nella tenuta di Padrone Epps, un bellissimo Micheal Fassbender che si divide tra la crudeltà nel trattare i suoi schiavi e le particolari attenzioni sessuali verso la piccola Petsy, una ragazzina abilissima nella raccolta del cotone con due occhi incredibilmente tristi, interpretata benissimo da Lupita Nyong’o.

Attorno a questo film c’era molta attesa: a quanto ho letto è in pole position per aggiudicarsi la statuetta per Miglior film e, insomma, ci sta. Non è Titanic (e in tanti sapete cosa vuol dire per me “Titanic”..), ma è comunque un ottimo film. Crudo e drammatico come mi aspettavo, ma mai eccessivo. Le scene sono intervallate dagli spirituals degli schiavi di colore, quei canti che si alzavano dalle piantagioni di cotone e che erano di conforto durante le interminabili giornate di lavoro (ho trovato profonda la scena di “Roll Jordan roll”, in cui anche Plet si mette a cantare).
Visivamente ci sono tanti coloratissimi squarci di cielo, seminascosti però dagli alberi della tenuta sempre in primo piano: una metafora sull’impossibilità, data la loro condizione, di avere una visione chiara del tramonto. Non erano neanche liberi di posare lo sguardo oltre la proprietà del padrone.

Non è sicuramente un film da salti sulla sedia, il ritmo è riflessivo e talvolta sembra rallentare inspiegabilmente. Per esempio, ad un certo punto ci troviamo davanti una scena con il solo Chiwetel Ejiofor (dovrebbe essere quella ritratta nella foto) che guarda perso dritto davanti a sé: mentre la guardavo mi rendevo conto di quanto, ai fini della narrazione, fosse una scena inutile, ma non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso, non riuscivo a distogliere lo sguardo. Il personaggio di Solomon parla poco, ma esprime tutto con la pienezza dei suoi occhi neri, stanchi, profondi, sofferenti.

Candidato per: Miglior film, Regia (Steve McQueen), Attore protagonista (Chiwetel Ejiofor), Attore non protagonista (Micheal Fassbender), Attrice non protagonista (Lupita Nyong’o), Montaggio, Sceneggiatura non originale, Scenografia, Costumi.
Premio Miglior Attrice Fantasma, il cui spirito aleggiava sul film: Zoe Saldana (questa). Che qui non c’è, ovviamente, ma io credevo saltasse fuori da un cespuglio all’improvviso. Steve, perché non l’hai inserita nel cast?

HER *
Di Spike Jonze con Joaquin Phoenix, Olivia Wilde, Amy Adams. E Scarlett Johansson.

[cinecircus.it]
[cinecircus.it]

Non ho ancora capito cosa penso di questo film. Mi spiego meglio.

La storia in sé mi ha colpito molto: Joaquin Phoenix ha abbandonato le vesti di Commodo per impersonare Theodore, un uomo separato che si innamora di tale Samantha. E non ci sarebbe nulla di strano, se non vi dicessi che Samantha in realtà è un OS. Sì, un sistema operativo, lo stesso che gestisce il tuo iPhone o il mio computer.
Siamo ovviamente nel futuro (anche se non si capisce bene quando: fra un anno? Fra dieci? Fra un secolo?) e tutti si dividono fra casa, lavoro e auricolare: non c’è neanche più bisogno di touchscreen o di tastiere, tutto è a comando vocale e assistito da questi sistemi operativi che fanno le cose al posto tuo.
La vita di Theodore cambia di punto in bianco proprio quando installa una di queste “intelligenze artificiali”; d’ora in avanti Samantha sarà in grado di soddisfare ogni sua richiesta, sia tecnologica che non, e di fargli compagnia in tutti i momenti della giornata.

Non so ancora se Her mi è piaciuto o no per un motivo semplice: per tre quarti di film non succede niente. Dura due ore, ma la storia potrei veramente raccontarvela in cinque minuti. E’ tutto molto dialogato, introspettivo, reso profondo da voli pindarici sui sentimenti e sull’amore che hanno lo scopo di farti immergere nel contesto. In più, l’atmosfera è molto “filtro Instagram”: le luci sono soffuse, lui spesso è in primo piano e la città dietro è avvolta da una nebbiolina quasi impalpabile. Perché non lo boccio, quindi? Perché è fin ora l’unico film che mi ha fatto pensare.

Ammetto di non aver visto mai niente di simile (mi dicono che in un telefilm, Black mirror, sia trattato lo stesso argomento perfino meglio), ma è stato un colpo al cuore. Mi ha lasciato scombussolata, quasi turbata da questo amore così assurdo che sembra però così vero, così totalizzante. Non è incentrato, come si potrebbe pensare, sulla pazzia di questo Theodore che si invaghisce di una voce che non appartiene a nessuno; l’ex moglie sì che lo prende per scemo, ma gli altri suoi conoscenti non battono ciglio quando dice loro di avere come fidanzata un OS, è quasi la normalità. E la moglie, paradossalmente, è l’unica che viene incolpata di non saper gestire le emozioni – lei!

Her è un film pesante sotto certi punti di vista, per gli argomenti e perché il ritmo della narrazione non è scandito da azioni ma semplicemente da dialoghi. E’ che.. allo spettatore che riesce ad andare al di là del filtro Instagram regala spunti interessantissimi. Lui, Theodore, risulta essere l’unica cosa colorata in una città ingrigita e spenta, relegata semplicemente a fare da sfondo; lei, Samantha, l’unica voce in questa stessa città così silenziosa e priva di rumori, quasi finta.
In più il tema che si vuole sottintendere è l’incomunicabilità fra le persone, arrivata al punto di imporci un’interazione con oggetti a cui non penseremmo mai, oggi come oggi, di rivolgerci. E poi: i compromessi, la necessità di trovare comunque una persona che sia fatta non a nostra immagine e somiglianza ma per soddisfare esattamente ogni nostro bisogno; l’incapacità di rapportarsi con gli altri, la necessità di riempire il vuoto con un “surrogato di umano” per non rimanere soli.. Potrei andarci avanti tre giorni. Giuro che se vince l’Oscar, vi obbligo a vederlo e poi parte il cineforum.

Candidato per: Miglior Film, Scenografia, Colonna sonora originale, Sceneggiatura originale, Canzone originale (The moon song).
E io aggiungo, Miglior voce da telefonista 899 a Scarlett Johansson, che pur non vedendosi mai fa la sua porca figura. Ovviamente, se lo volete guardare è obbligatoria la versione in lingua originale.

Non è un film per tutti. Per esempio, io ce lo vedo già, il mio fidanzato (ma anche il vostro, probabilmente) che alla fine si gira e vi guarda con sguardo sognante. Certo che avere una morosa del genere, onnipresente, che ti parla di continuo nell’orecchio.. amore sei quasi meglio tu. 

Domenica, se riesco, i tre film che mancano all’appello.
In ogni caso farò il punto della situazione sui vincitori, così se volete poi potete andare a scommettere. Non sulla vittoria del Milan, mi raccomando.