"Ce l’hai tu l’M16".

Li guardo adesso e mi sale il latte alle ginocchia. E dire che anni addietro l’ho fatto anche io..

Quando ero in seconda o terza media, mentre facevo i compiti appoggiata alla mia scrivania ovale, era solita accendere il mio adorato stereo azzurro e ascoltare la radio a tutto spiano. La mia amica Lisa (che al tempo era la mia compagna di banco per quasi tutto l’anno scolastico) mi aveva consigliato Hit Channel, soprattutto il programma dopo le cinque del pomeriggio con Leonardo. O forse era Leopardo, non ricordo bene.

La mia canzone preferita probabilmente era Glorious di Andreas Johnson, se non ho accavallato cose sbagliate nella mia memoria. Accendevo la radio e la cercavo ovunque, ma tanto sapevo che prima o poi su Hit Channel sarebbe arrivata.

Una volta l’ho mandato, un sms alla radio. Sì, come quelli che vedete sullo schermo della televisione su RTL.
Mentre faccio colazione mi capita di leggerli e rido sempre un sacco – un po’ sgrammaticati, di gente sfigatina, con qualche k se tutto il testo non ci sta ma alla fine così spontanei e immediati.

Bringing me in / Checking me out / Making me glorious

L’ho mandato a Leopardo, il messaggio.
Era sotto natale, probabilmente stavo per lasciare il mio fidanzatino dell’epoca, o forse mi stava per lasciare lui, sono un po’ confusa. (Il nome del mio fidanzatino non lo dico, mi vergogno, anche se amavo le sue lentiggini). Avevo scritto qualcosa di lacrimevole o di tremendamente immaturo, non saprei.
E’ incredibile come certe cose ti scivolino via dalla mente e altre, successe nello stesso istante, ti siano rimaste per tutto questo tempo, come se fossero state marchiate a fuoco.

Making me glorious

Non ricordo il contenuto del mio sms. Lui comunque ha risposto dicendomi senza mezzi termini che le donne sono stronze perché pensano al peggio proprio sotto le feste, sembra quasi che vogliano rovinare l’atmosfera apposta. E poi, con quella sua voce calda, “comunque non ti preoccupare, hai tu l’M16, saprai benissimo cosa fare”.

Vi giuro che io per anni sono rimasta col dubbio. Cos’è ‘sto cavolo di emme-sedici, una medicina? Una droga? Una macchina?
Giuro che avevo fatto delle grandi ricerche per scoprire cosa fosse, neanche la mia amica Lisa lo sapeva – e lei aveva un fratello più grande. Così non mi rimaneva che proto-googlare emme sedici nella barra di ricerca (non sono sicura di aver usato Google, ma in ogni modo ci sono riuscita): era un’arma. Un’arma vera. E perché aveva detto che ce l’avevo io?

Mi è venuta in mente questa storiella ieri sera, stavo guardando The wolf of wall street. (Se siete uomini, vi consiglio di non andare a vederlo al cinema se è da un po’ che non vi soffermate in camera da letto con una dolce fanciulla; per voi è meglio l’home video..). Credo l’abbiano detto ad un certo punto, M16, e sono stata subito pervasa da quella sensazione di calore, di pesce rosso sulla mia scrivania, di compiti di inglese (“ricopia il dialogo, scrivi una lettera”), di lentiggini, di ingenuità.

A venticinque anni ho capito di avercela davvero, un’arma, e come me ce l’avete tutti. Io, però, mi dimentico di possederla.
E saprai benissimo cosa fare.
Probabilmente lui la intendeva più come “arma del genere femminile”, alludendo ad una serie di questioni millenarie che fanno rima con GIRL POWER e strizzano l’occhio al femminismo.
Io però credo che ce l’abbiano tutti: un M16, una rivoltella, un coltellino svizzero. Almeno di scorta. Un qualcosa a cui appigliarsi quando sembra che tutto il mondo stia per crollare come un castello di sabbia che sprofonda sulle sue stesse fondamenta.

Ero senza forze oggi; mi sentivo molliccia, nuda, priva di consistenza. Ero disarmata, ma poi mi sono tastata il fianco e proprio lì, nella fondina, lei c’era.
Saprò benissimo cosa fare.