Non aprite quella scatola #3 – Ultimo episodio, last but not least

Alla fine succede sempre così: io ne scrivo, e poi dopo poco si scoprono gli altarini.

Qualche settimana fa avevo iniziato un viaggio nella moda e nelle tendenze in quegli anni che, per chi ha più o meno la mia età, hanno significato il grande salto verso il clou dell’adolescenza; ho parlato dei simboli del modo di vestire delle ragazzine e della musica che ascoltavamo di continuo, nonostante i più grandi ci dicessero che non sarebbe durata.
Si sono scoperti gli altarini perché, com’era prevedibile, ad aprire la scatola non sono stata solo io.
Durante una serata fredda in cui non si riusciva nemmeno a stare fuori dalla macchina, sono stata travolta da una giostra di ricordi e di risate in compagnia di qualche amico. Non ricordo esattamente il fil rouge che legava i nostri pensieri – “io mettevo questo! E ti ricordi questo? e quest’altro?”. Potevo pensarci e mettere in borsa qualcosa con cui poi poter riascoltare tutto.. Non avevamo niente per poterci registrare, neanche un Gimmy Ridimmi.

Quello che è rimasto sui miei appunti tremolanti (sì, ad un certo punto ho dovuto prendere appunti: non sarei mai riuscita a tenere tutto a mente) potrebbe benissimo essere edito in una Garzantina e trasmessa ai posteri, perché quel periodo non ha più segreti per noi. Abbiamo spalancato le ante dei nostri armadi e scandagliato tutte le nostre giornate tipo e vi posso giurare che sono uscite cose che, oggi, considerarle imbarazzanti sarebbe far loro un complimento.
Su un ripiano dell’armadio, dietro ai maglioni buoni e alle tute in acetato, abbiamo trovato alcune magliette della Guru e della Sweet Years; qualcuno aveva anche una felpa della A Style, la marca con gli omini stilizzati impegnati in un rapporto sessuale davanti ai nostri occhi. Mia mamma non me l’ha mai comprata.

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Andava di moda mettersi i guanti con la stoffa tagliata sui polpastrelli. Perché ci piacessero tanto non lo so; ora, escludendo un uso strettamente lavorativo, credo non se li metterebbe neanche Pezza. In compenso portavamo i polsini, il vero “addicted” era il mio fidanzato (il fidanzato di adesso, intendo), io ne avevo solo uno della Coca Cola e qualcun altro con delle parole inutili in inglese, tipo Love Sport Glitter Dance o cose simili. Li abbinavamo alle collanine comprate sulla spiaggia dai vucumprà ambulanti, che sfoggiavamo a settembre insieme all’abbronzatura che, piano piano, era lentamente sbiadita grazie al cloro della piscina.

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I tipi più fichi della scuola, però, adottavano lo stile militare: non solo maglie mimetiche come se piovesse, ma anche pantaloni, borse a tracolla recuperate dal solaio e targhette d’acciaio da infilare in una catenella che, a vederla ora, ricordava più lo sciacquone del vecchio bagno della nonna che altro.
Io credo che l’idea sia venuta da Pearl Harbor, che non ho soltanto visto due milioni di volte perché la mia amica Lucia era partita di testa per Ben Affleck; Josh Hartnett con la canottiera bianca faceva la sua porca figura, diciamolo, e forse una buona parte di maschi in piena fase acneica sperava di potergli assomigliare. Partivano dalla collana. E si fermavano.

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Ai piedi ricordo di aver indossato degli orrori. Ho già citato le Puma Mostro, e forse anche qualche altro obbrobrio (sempre Puma) con la linguetta sopra le stringhe e dei finti tacchetti, come se di lì a poco fossi dovuta andare a giocare a calcetto, ma i miei amici mettevano di peggio: le Silver e le Galaxy. No, dico.. Le Silver e le Galaxy. Non hanno scuse, lo so. L’unica cosa è che erano comode, dicono.
Quel che è peggio è che li abbinavano ad un particolare paio di jeans che tutti volevano, quelli che vengono ricordati come i pantalonj più costosi che un quindicenne potesse comprare: i Richmond. Se andavi a fare “una vasca” sul Corso (non importa la città, tutti avete un Corso e tutti avete fatto le vasche al sabato pomeriggio, inutile negare) ti veniva schiaffata in faccia questa scritta, RICH, a chiare lettere, che sinceramente non sono mai riuscita a spiegarmi. Io però non faccio testo: ho sempre creduto che il Woolrich e quei jeans fossero della stessa marca..

Fortunatamente nessuno di noi era Gabber. Cosa voglia dire questa parola rimane un mistero; tutta la faccenda la associo ad una persona sola, Gabry Ponte, con le sue canottiere della Lonsdale, i pantaloni da stringere in fondo e i cappellini con la visiera piegata, ma ne abbiamo già ampiamente discusso. Oltre a I’m blue dabadi dabada Gabry viene ricordato per essere stato uno dei primi ad importare in Italia una moda indimenticabile, quella delle punte biondo platino in testa. Di solito i ragazzi o si lasciavano crescere i capelli e li tenevano lunghi (e unti) lontano dalla faccia con una fascetta – il guru in questo era Totti, simbolo del 2001 dopo aver vinto con la Roma lo scudetto, ma vi prego di notare anche le tendine della frangia di Montella – oppure si mettevano tre quintali di gel per farsi delle punte che neanche Goku diventato Super Sayan.
In ogni caso vi pettinavate, comunque, i capelli sembravano sempre unti.

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Erano anche gli anni dei primi amori. Io aspettavo ore ed ore sul letto che il mio fidanzatino mi facesse uno squillo; ti faccio uno squillo, e poi te lo rifaccio, e poi te ne rifaccio un altro.. Ci passavamo le giornate. Così l’altro sapeva che stavi pensando a lui, senza però dover spendere ricariche intere in messaggini. Fra uno squillo e l’altro era doverosa una partita a Snake, l’unica “app” di serie sui nostri Nokia. Quando ci stancavamo di far arrivare il serpente al puntino usavamo il Game Boy: accenderlo era sempre un’impresa, dovevi come minimo farlo due o tre volte prima che funzionasse sul serio, e magari soffiarci anche dentro, sia nel gioco che nel Game Boy. Fino a capire che, forse, non andava per quello.

Io avevo anche la Play Station, ma non mi voglio dilungare. Vi basti sapere che avevo lottato molto per farmela regalare, avevo il permesso di giocarci con moderazione e mi compravano soltanto qualche gioco ogni tanto. I miei preferiti erano Crash Bandicoot 2, Bust-a-move (il classico Puzzle Bubble, mi ricordo ancora il jingle della schermata iniziale della Taito) e Tekken 3. Ah, e il gioco delle Spice Girls.. Non mi stupirei se quella fosse stata l’unica copia venduta in Italia, già da piccola credevo di essere una delle poche ad averci speso davvero dei soldi.

Pe il resto, non c’è molto da dire. Sono certa che vi ricordate di aver buttato, ad un certo punto, i raccoglitori con la vostra collezione di schede telefoniche oppure i portachiavi con gli animaletti che, quando li schiacciavi, strabuzzavano gli occhi o facevano uscire la cacca da dietro.
Andavamo alla pizzata di classe praticamente soltanto per aprire la lattina di Coca Cola e poter fare il gioco dell’alfabeto con la linguetta. Poi finiva assolutamente attaccata all’Eastpack, o in una collanina a parte, perché guai a buttare via la linguetta della lettera giusta, portava male più che rompere uno specchio. Quando poi col ragazzo ci mettevamo insieme davvero non sapevamo mai cosa regalarci, all’importantissima occasione del complemese, e allora andavamo a comprare un braccialetto Nomination.

Se girava bene (e se eravamo lontani da occhi indiscreti) potevamo pure scambiarceli, in modo da portare sempre al polso il nome dell’altro. Non avevamo paura che qualcuno ci giudicasse male, né temevamo di dimostrare quanto volevamo crescere ma quanto, allo stesso tempo, desideravamo rimanere piccoli e con un Game Boy in mano. Paradossalmente, eravamo meno vergognosi allora rispetto ad oggi.
Al prossimo complemese, quindi – anche se so che ora ne festeggiate solo uno all’anno – non buttatevi sulla Nomination: il rischio è quello di ritrovarsi senza braccialetto, ma soprattutto senza fidanzato.

Le foto le ho trovate tutte tramite Google. Non fatemi risalire alla fonte, che devo andare dalla mia amica a vedere Xfactor.