#insta-lassa-lè: in principio era il cancelletto.

All’inizio lo conoscevamo solamente perché era in fondo alla tastiera del cellulare. Era da parte allo zero, graficamente sembrava una cornicetta: asterisco zero cancelletto.
In quanto a funzionalità, serviva praticamente solo a chiamare “con l’anonimo”: facevi cancelletto-31-cancelletto-zero-tre-tre-cinque e tutto il resto, e sul display del tuo interlocutore veniva fuori “numero privato”.

Poi è arrivato Twitter, poi è arrivato Instagram, poi è arrivato Facebook: tutti ora hanno gli “hashtag”, ovvero quella funzione comodissima da motore di ricerca che permette di raggruppare i tweet, le foto o i post che hanno al loro interno quella determinata parola o espressione. E’ come avere sempre Google a portata di mano, o il cmd+f.
Già su Twitter da un po’ di tempo col cancelletto noi utenti l’abbiamo un po’ svaccata.
Anche a me capita di usarli un po’ a caso: magari scrivo pezzi di frase, o #madai, #sdeng, #ahbeh.. Dopotutto, per me il cancelletto è diventato una vera e propria forma mentis; rispondo anche a sms o a messaggi su Whatsapp scancellettando, perché a volte un tag rende meglio l’idea rispetto ad un discorso dettagliato con virgole punti e due punti.
Non è un’abitudine così deprecabile, dai.

Ciò che invece farei scomparire dalla faccia della terra sono quelle sfilze infinite di scritte blu mezze in italiano e mezze in inglese sotto alle vostre foto su Instagram.

HASHTAG

E il bello è che a volte non c’entrano neanche con la foto postata: capisco che, se sono a Parigi, ha senso che io tagghi i principali monumenti, le attrazioni, i nomi dei palazzi.. Lo capisco. E’ intelligente. Così chi vuole cercare la Tour Eiffel ha effettivamente modo di trovare il profilo della torre ripreso da ogni angolazione e con ogni sfumatura di luce.
Capisco anche che magari ci si tagga più per “appartenere” ad un circuito: ci sono i vari #igersmilano e gli igers delle altre città ed è sacrosanto che li usiate, io faccio lo stesso a volte (con solo il nome della città però, perché “igers” mi fa venire in mente Rocky e Eye of the tiger..).
Capisco se siete ad un concerto, ad un evento, o se state facendo qualcosa in particolare. Ci mancherebbe. Sono più social di voi, forse, in queste cose.

Le cascate di cancelletti, scusatemi, non riesco proprio a farmele piacere. Passi per le faccine – vorrei avere un iPhone solo per metterle anche io, aspetto che Android le scopiazzi perché noi ci sentiamo tagliati fuori dal mondo. Ma quei tag servono soltanto a racimolare due o tre like in più, o alla meglio qualche follower nuovo. Quando leggo le vostre insta-didascalie mi viene spontaneo pensarvi mentre le dite a voce alta come dei robottini.
“#instalike #friends #summer #hot #instalove #instagood #tagforlike #tgif #pizza #pasta #italy #picoftheday”.
E sono anche pochi: a volte ce ne sono qundici, venti, trenta. Non prendereste per pazzo uno che parla in questo modo? Da piccola il matto del paese andava in giro a ripetere sempre che “nel duemila finisce il mondo”, ma ora vive in una casa protetta.

C’è gente che misura il proprio ego dalle spolliciate alle foto sui social network – “conosci la tale?”, “no ma sono sua amica su Facebook, sai che la sua foto ha duemila like?”. E’ noto che le twitstar si misurino in numero di seguaci, ma non credevo che questa strana mania fosse sbarcata anche in un mondo popolato principalmente da scatti, autoscatti e cuoricini.
E’ l’eterno “giochiamo a chi ce l’ha più lungo”, ma quello dei maschi negli spogliatoi era meglio.
Almeno la materia prima poi serviva a qualcosa.