Non ho i buchi alle orecchie.

Sono i lobi, di sicuro. Sono quei piccoli pezzettini di carne che ti fissano.

La prima cosa che noti quando entri in casa della signora Latina non è l’odore, così silenzioso ma prepotente, di soffritto e di ragù che sobbolle sul fuoco. Non è neanche il centrino all’uncinetto posato sulla poltrona che aspetta di essere finito, né il volume altissimo della tv sempre accesa su Derrick. Sono i lobi delle orecchie, così pendenti, così asciutti e desiderosi di raccontare al mondo cos’hanno vissuto.
La chiamavano “signora Latina” ma non era il suo vero nome. Erano passati quasi ottantatré anni dal suo battesimo, ma tutti nel paesino ricordavano la storia (vera o no, che importava?) di quando il prete la aveva presentata davanti a Dio pronunciando il suo nome in latino. Quasi nessuno sapeva come si chiamava, forse nemmeno lei, non poteva neanche più guardare la carta d’identità, non la rifaceva da anni.

Ci sono tanti orecchini, a casa sua. Ce ne sono a palate, dentro quelle scatole sopra alla toeletta; alcuni sono talmente grandi che non si fa fatica ad immaginare il peso che hanno dovuto sopportare i suoi lobi. Nel ’52, diceva, le era capitato di aiutare un’amica a svuotare il magazzino di un importante negozio di firme.
– C’erano vestiti, borsette, anche di coccodrillo sai? Le ho tutte negli scatoloni. E poi c’erano gli orecchini, tantissimi orecchini, io non ne avevo mai visti così tanti in vita mia. Sono sempre stata qui, al massimo andavo a Torino dalla zia, cosa vuoi che vedevo qui?
Amavo quando mi raccontava le storie, non c’era cosa migliore. Il suo volto quasi cambiava: era come se le rughe irradiassero luce, come se i puntini della vecchiaia sulle mani danzassero al ritmo delle sue parole.
Aveva passato la vita ad usarle, quelle mani, per cucire vestiti e per tagliare le verdure per il ragù. Faceva la sarta, come sua madre, e si era sempre ritagliata un angolino nel negozio di famiglia, vendevano arredamenti nelle due stanze sotto casa. Accettava i lavoretti delle signore del paese: accorciava i pantaloni dei loro mariti, faceva gli orli alle gonne delle loro figlie, cuciva vestine per le loro nipotine e la sera, davanti a Derrick, macinava punti all’uncinetto per abbellire le loro tovaglie.

Non mi ero mai accorta di quanto fossero profondi gli occhi blu della signora Latina fino a quando non mi aveva mostrato delle foto, un pomeriggio in cui nevicava forte e non si poteva uscire di casa. Sembravano blu anche nelle fotografie in bianco e nero. Erano dello stesso blu della tempera Giotto quando si secca sul piattino di plastica: scuro sui bordi e poi più chiaro via via verso l’interno, come se fossero due superfici diverse. Ormai non erano più curiosi del mondo come in quelle foto, adesso erano spenti e stanchi, sembrava implorassero di vedere senza fare troppa fatica.
Adesso ti accorgevi del suo colore solo quando si metteva la giacchina celeste sopra al vestito bianco per andare al mercato. Le stava bene. Ormai aveva dato via quasi tutti i suoi abiti da giovane (“ho sempre portato il 48, ho le ossa grosse, come tua nonna”), ma i piccoli gioiellini firmati li custodiva gelosamente nell’armadio in soffitta, imbustati uno a uno. Nel mobile vicino al letto teneva soltanto qualche grembiule da casa, i modelli per le sue clienti, una pelliccia e le sue borse preferite. Aveva lasciato molto più spazio per i profumi e i rossetti: ogni volta che usciva si colorava le labbra di fucsia o di rosso accesso senza mai fare una sbavatura.
Non sarai mai pronta senza il rossetto, diceva in dialetto.
– Anche se sono vecchia posso essere elegante come Brigitte Bardot, cara mia.
Per me lo era, come Brigitte Bardot.

A diciassette anni sono andata a vivere con lei, dopo tutto quello che è successo.
E’ stata dura. Quei lobi mi fissavano sempre.

– – –

Avevo buttato giù le idee per questo pezzo tempo fa, per un concorso su Vanity10. Si richiedeva una descrizione, “Ritratto di signora”, per assegnare una borsa di studio non so neanche dove, ma poi mi sono dimenticata (avevo scritto velocemente una nota nell’app del cellulare che mi è ricapitata in mano oggi) e ho perso di vista la scadenza, dato che ormai il concorso è stato chiuso un mese fa. 
La giuria del Pulitzer e del premio Strega saranno stati in ansia.. ma tanto continuerò a scrivere stronzate sulle ciribigole e sulle altre cose inutili della vita, come faccio sempre. Non sono capace di fare altro. 

  • Gaia

    Mi piace assai il tuo racconto.
    Ma non ci hai detto come mai tu, invece, hai deciso di non bucare i tuoi lobi.
    Ciao e complimenti!

    • Per pigrizia, forse: non li ho fatti da piccola, in quell’età in cui tutte vogliono gli orecchini, e adesso non mi fa differenza. (Ovviamente anche per me i lobi giocano un ruolo determinante, eh).
      In ogni caso grazie!