E va bene, sparecchio. Però voi poi mi lasciate la tv che c’è il Festivalbar!

Mi sembra di sentire ancora il ronzio delle ciribigole.
Non so se è un termine diffuso, ciribigole. Intendo le zanzare: quel rumorino sordo che parte da lontano e che sembra planarti di continuo verso il timpano. Mio nonno diceva chiudi la finestra, che vegnan deintar i ciribigul.

Di solito io il Festivalbar lo guardavo in campagna. Abbiamo una casa, non lontano dalla città, e i miei mi ci spedivano già da inizio luglio. Giù fa caldo, dicevano – io in città ci sarei rimasta anche con cinquanta gradi all’ombra, ma non l’ho mai detto fino ai sedici anni. Mi ci spedivano e io ci andavo, un po’ malvolentieri e un po’ no, perché stare in campagna voleva dire non fare niente. C’era la nonna, e c’era il nonno. C’erano le zie, c’era il mercato (e c’è ancora) il lunedì mattina; c’era la Silvia che non scendeva mai da casa prima delle undici, perché non c’erano campane che riuscivano a svegliarla. C’erano i miei cugini, e c’era che bisognava fare qualche compito delle vacanze, ma solo quando c’era grigio e non si andava in piscina.

Di sera in piazza organizzavano i tornei di calcetto, io mi ostinavo a guardarli ma cosa vuoi che ne capivo, di calcio? Sapevo a malapena che la Juve era quella con la maglia bianca e nera, la serie A è un regalo che mi è arrivato più avanti, nello stesso pacco del fidanzato. Facevo un giro sul marciapiede, prendevo il gelato (rigorosamente bacio e yogurt) e poi andavo alla fontanella a sciacquarmi le mani. E bevevo anche un goccio d’acqua, ma questo forse era meglio non dirlo, non so se era potabile.
Uscivo spessissimo, di sera, tranne quando c’era il Festivalbar.

Festivalbar1

Eravamo tutti lì, sintonizzati sullo stesso canale. A passare sotto le finestre aperte si vedevano gli schermi delle tv lampeggiare a ritmo e si sentiva il vociare del pubblico in delirio perché erano appena entrati i Lunapop o Ligabue.
Subito dopo cena con mio nonno era una lotta per aggiudicarsi il telecomando, lui sicuramente avrebbe preferito guardare un qualsiasi film su Rete4 (di solito davano dei western) anche se poi si addormentava dopo neanche mezz’ora. Da uomo vecchio stampo, e soprattutto gestore di cinema, credeva che guardare uno spettacolo del genere fosse una perdita di tempo. Ma io adoravo il Festivalbar: quando non riuscivo ad avere il primato sulla tv in salotto mi rifugiavo in mansarda, dove ce n’era una minuscola e con tutti i colori sballati, e mi sdraiavo sul letto dei miei, proprio sotto al lucernaio. E’ per questo che sento ancora il rumore delle ciribigole, mi arrivavano tutte addosso.

Guardavo tutti gli artisti, guai a saltarne uno, a volte ballavo pure. Ricordo perfino una coreografia su Candela di quella cantante bionda, non mi ricordo come si chiama. Oppure mi alzavo e mi dimenavo su Ti prendo e ti porto via, di Vasco. Dai, non sfottetemi, sarà stato il 2000.. c’era chi impazziva per cos’è successo sei cambiata, chi per gli Eiffel 65 e chi invece non vedeva altro che Vasco. Siamo rinsaviti tutti, alla fine.
Una sera mi ricordo che non sono neanche scesa in piazza per incontrarmi col mio fidanzatino dell’epoca. C’era il Festivalbar, non mi poteva chiedere una cosa del genere. Al massimo potevo fulminarmi la ricarica del cellulare per scrivergli duecento sms, ma di allontanarsi dalla tele non se ne parlava proprio.

Ieri sera, ad un certo punto, ho sentito di nuovo quel rumore di ciribigole così familiare: facendo zapping sono capitata sul 5 nel bel mezzo di Music Summer Festival Tezenis Live.
Presentava Alessia Marcuzzi (seppur con il figlio di Valter Chiari, che all’epoca forse faceva ancora il primo liceo ma ehi, era comunque LA MARCUZZI) e bum, tutt’un tratto eravamo nel 2000.
Ci mancava l’arena di Verona, però, o Capoliveri, che neanche so dove sta ma so che ci facevano una tappa del Festivalbar. E ci mancava la voce di Salvetti che mi aveva rapito il cuore anche se avevo soltanto tredici anni: io non sapevo chi era suo padre, ma mia mamma diceva sempre “senti senti ha la voce uguale a suo padre”. Io ho sempre pensato a lui come all’equivalente di Patrizia Mirigliani a Miss Italia, cioè inutile ma indispensabile.

Ci mancavano un sacco di cose, in questo Festivalbar dei poveri. Non c’è stato gusto, con tutti questi rapper e questi dj, con Pino il Pinguino che si è esibito sul palco (vestito da pinguino, giuro, che cantava sulla musica di le freak c’est chic) e col figlio di De Andrè che, siccome ha da sempre molta inventiva, ha ben deciso di reinterpretare Le vent nous portera dei Noir Desir, in italiano. Non c’è stato proprio gusto.
Lasciateci almeno il ricordo, del Festivalbar. Noi in cambio vi lasciamo le ciribigole.

Fonte immagine: musica.nanopress.it