(Ecco perché la mamma diceva sempre di non scambiarsi le scarpe, fra amiche..)

Fra tutti gli studenti universitari, ci sono due categorie in particolare che godono della mia incommensurabile e infinita stima: gli studenti di medicina e gli studenti di filosofia.

Alle medie dicevo che avrei fatto il medico di pronto soccorso: questo è ciò che accade quando si lascia una ragazzina di dodici anni davanti ad ER – Medici in prima linea. Poi è successo che sono rinsavita (ma mica tanto, visto com’è andata).
Non sono proprio a digiuno di medicina: mi è capitato di urlare, un attimo prima di accompagnare qualcuno al pronto soccorso, che ho visto abbastanza puntate di Grey’s Anatomy per capire che dobbiamo andare, adesso, subito, muoviti. 
Mi rendo conto, comunque, che guardare un telefilm non è neanche lontanamente paragonabile alla mole di studio (e di fegato) con cui uno studente di medicina deve irrimediabilmente fare i conti. Non è che mi fa schifo il sangue, né che sono facilmente impressionabile, è che.. è impegnativo, cavolo. Io non ricordo neanche tutti i nomi degli One Direction, e sono solo cinque (nemmeno il nome del mio preferito, quello-coi-capelli-corti), figuriamoci tutto il popò di roba, di ossa, di muscoli, di malattie, di terapie, di cose che dovete studiare voi. Siete pazzi.

Gli studenti di filosofia, invece, hanno tutta la mia stima perché per me l’arabo è meno incomprensibile dei libri che, per loro, sono pane quotidiano. E non è una metafora: ho frequentato davvero un corso di arabo e nei 2 cfu che mi sono guadagnata ho imparato a scrivere qualche parola, a riconoscere e produrre i suoni e a dire cose tipo salam aleikum, na’am e cose varie.
Niente in confronto ai libri di filosofia; anche perché tutti hanno in mente la prof del liceo che fa lezione e spiega i concetti fondamentali di autore in autore, ma quella è solo una parte – è storia della filosofia, complicata per certi aspetti, noiosa per altri, ma non impossibile.

Analizzare e studiare un libro di filosofia è per me come cercare di vincere a Fifa con l’XBOX, giocando contro il fidanzato: un’impresa epica.
Già parto col presupposto che vincerà lui, in ogni caso, e al primo goal (quindi al primo concetto ostico) mi viene voglia di buttare il joystick fuori dalla finestra (quindi di stracciare le pagine); posso tentare di pareggiare solo quando lui si deciderà a giochicchiare (quindi quando il libro sarà talmente chiaro e comprensibile da farmi credere di essere stato scritto per chi non conosce bene la nostra lingua).

Vi faccio un esempio ancora più facile.
L’altro giorno stavo studiando un libro di estetica della pittura; si parlava di un dipinto che raffigura un paio di scarpe, fatto da Van Gogh. Heidegger si prodigava in un volo pindarico sulla distinzione fra le mere cose e le cose d’uso, fra l’essere mezzo del mezzo e l’essere cosa della cosa, elencandone le caratteristiche nel dettaglio; alla fine, scavando nel significato di quel quadro, diceva quanto quelle scarpe trasmettessero la fatica e il difficile cammino del loro proprietario, cioè di una contadina.
Benissimo.
Durante la mia pausa di metà mattina, rispondo ad un messaggino: sì, sto studiando, ma sembra che il libro mi stia prendendo in giro.. Secondo me mi sta facendo una supercazzola. Vedremo.

Finisco di bere il caffè e proseguo: le idee di Heidegger si scontravano ad un certo punto con quelle dello storico dell’arte Schapiro. Dopo aver analizzato tutti i dipinti di Van Gogh che presentavano lo stesso soggetto aveva accertato, confermato anche da testimoni, che le scarpe non erano di un contadino, ma dell’autore stesso. Nessuna dietrologia, quindi: come facevi a vederci la fatica, la durezza della vita di campagna – mi sembra quasi di sentirli, gli insulti velati di Schapiro.
Bene, finalmente qualcosa di interessante, non vedo l’ora di veder finire ‘sta storia. Sicuramente, caro libro, mi vuoi dire che è importante perché l’autore inserisce qualcosa di veramente suo, che quindi c’è la sua dimensione, la soggettività, e anche che alla fine forse posso vederci quello che voglio..

“Nel dibattito – leggo – si inserisce anche Derrida, col suo saggio intitolato Restituzioni”.
Dice, per farla breve, che bisogna restituire le scarpe al loro legittimo proprietario e al loro spazio originario; alla contadina e alla campagna per Heidegger, e a Van Gogh per Schapiro.
Rimango comunque perplessa: quindi, come si conclude? Di chi sono queste scarpe? Cosa devo capire?!
“Per Derrida le scarpe non sono di nessuno; non sono né presenti né assenti, sono nel quadro, quindi ci sono e basta. Anche nel suo caso, però, vanno restituite al loro legittimo proprietario: non appartengono né alla contadina né a Van Gogh, appartengono alla pittura”.

Chiudo il libro, aspetto una manciata di secondi e scrivo un messaggio.
Cosa ti avevo detto a proposito della supercazzola?! 

  • Anonimo

    dato lo stesso esame con pinotti e studiato lo stesso libro… non capisco davvero come ci si possa tirare così tante storie… sono semplici scarpe, ma alcune hanno il buco!!

    • Ecco.. Un “orificio”, ESATTO!