Quella sensazione lì.

La sensazione più strana – e forse la più appagante, a posteriori – è proprio quella lì.  Si chiama..
Come si chiama? Dai, aiutami! E’.. bé, è quando vuoi dimostrare agli altri di essere brava, di essere all’altezza della situazione, ma allo stesso tempo hai paura del loro giudizio.
O è quando sai che dovrai incontrare qualcuno e vuoi che vada tutto per il meglio, e hai paura di passare troppo tempo a guardare il soffitto a cercare qualcosa da dire che suoni intelligente.
O è quando conosci una persona praticamente solo via sms o email e poi la incontri davvero, e temi che l’idea che ti sei fatta in testa non corrisponda a quello che avrai davanti agli occhi.

Mi capita spesso di provarla.
Forse la prima volta è stata durante il primo giorno alle scuole medie. Ero in ritardo, sono arrivata in bicicletta con la mia amica Debora e il professore di tecnica ci aveva accompagnato in aula: eravamo le ultime. Ricordo  ancora com’ero vestita: una maglietta arancione e dei pinocchietti di jeans della Benetton – mi piacevano da morire.
C’erano solo due banchi liberi, in fondo vicino al muro, accanto a persone che non avevo mai visto prima. Nel corso della mattinata ho pregato che le mie nuove compagne non mi giudicassero male, credendomi una stupidina che sa solo sorridere e rispondere presente: non avevo spiccicato parola, avrei voluto che la terra aprisse una voragine e mi inghiottisse. Tanto cosa mi importava, avevo i miei pantaloni preferiti e la mia maglietta arancione, potevo morire felice.

Di recente, mi è capitato anche quando una mamma mi ha chiesto un aiuto per la figlia che ha difficoltà a scuola.
“Sai, non è che conosci qualche professore di italiano? Lei avrebbe bisogno di una mano con i temi, ha l’esame quest’anno.. Magari tu..?” – mi si contorcono le budella ogni volta.
Sì, mi ritengo decente in italiano, e soprattutto sì, sento che potrei aiutarla. Ma se il più delle volte non sono convinta nemmeno io, di essere brava, come faccio a convincere te?

Dietro a tutte queste situazioni, comunque, di paura ce n’è sempre una sola: che quello che hai in mente tu, o quello che pensano gli altri non sia aderente alla realtà. Non sia uguale, non sia congruente.

La stessa cosa l’ho provata l’anno scorso, quando ho visto una persona di cui sapevo tutto, ma che in realtà non conoscevo per niente.
E’ stato come incontrare un personaggio di un libro: di pagina in pagina me la sono immaginata in un modo – bellissima, paranoica, simpatica, giusta, seria, silenziosa, sincera – e ho trovato nella realtà la copia esatta dell’idea che avevo in testa. Il brividino allo stomaco del prima, per la paura di aver creato un qualcosa che non esiste, e il brividino del dopo, per averci azzeccato in pieno, ma anche per non sapere se anch’io corrispondevo all’immagine che aveva lei di me.

Non ho ancora capito come si chiama, questa sensazione.
E’ quando ti accorgi che la realtà combacia con quello che hai in testa. Quando la ragazzina che aiuti nel fare i compiti prende 7 nell’interrogazione, ed è anche un po’ merito tuo; quando riesci a farti degli amici (e che amici) nonostante tu ti creda una disadattata che ha problemi a mettere in fila due parole.

La mia maestra delle elementari diceva che una figura è congruente ad un’altra quando è più che uguale, quando è perfettamente sovrapponibile.
Ecco: è la congruenza. Il tuo pensiero è congruente a alla realtà.
Ma non alle pippe mentali che ti sei fatta, prima.

 

(Tu nel bene, tu nel male, tu nell’aria / ti respiro, ti coltivo come un fiore – auguri!)