The day after Alpini.

Non ve ne andate! Vi vogliamo tutte le settimane! Grazie Alpini! A presto!
Su Facebook, tra ieri sera e stamattina, non si parla d’altro: Piacenza è sopravvissuta alla 86° adunata nazionale degli Alpini.

I primi – come dicevo la scorsa settimana – sono arrivati fra lunedì e martedì mattina; di fianco a casa mia il giardinetto è stato attrezzato con wc chimici, tavoloni e frigoriferi giunti fin qui a bordo di un bilico. Le vie brulicavano di camper, roulotte, tende messe giù alla bell’e meglio: sulle aiuole, nei parchetti di quartiere, sugli sputi di erba a ridosso dell’area rossa interdetta al traffico, sul praticello davanti a Palazzo Farnese. Ovunque, o quasi.
La zona ristoro del Cheope era stata chiusa da giorni; al posto del solito parcheggio è stata montata una struttura gigantesca che ha ospitato stand gastronomici e tavoli da birreria al coperto. Kebab, panini con la salamella, patatine fritte, piadine, polli allo spiedo, spaghetti allo scoglio, ma soprattutto vino, sopratutto birra.

Sì, ci sono state polemiche. Sì, alcuni si sono turati il naso. Sì, lo so: molti se ne sono andati dalla città e sono scappati al mare, spaventati dalla confusione.
Sì, è vero, c’era tanta gente, ma cosa vi siete persi, non lo potete neanche immaginare.

Da venerdì la città si è riempita di penne nere; ti sarebbe piaciuto, credimi.
Gli alpini più goliardici giravano a bordo di jeep aperte, apecar a forma di cappello, carretti trainati da trattori di campagna. Alcuni addirittura su poltrone con sotto delle ruote, come fosse un motorino. Gli autisti dei carri, ad una certa ora del pomeriggio, avevano le guance arrossate e gli occhi allegri da vino; le mogli (anziane) a volte stavano sedute impettite dietro, col sorriso stampato in faccia.
Sabato mattina, invece, siamo andati tutti allo stadio per vedere atterrare i paracadutisti: dalle otto di mattina sopra al mio palazzo era tutto un viavai di elicotteri e piccoli aerei, ma non mi è pesato svegliarmi presto, non questa volta.

 

Alla sera siamo tornati in centro. C’erano alpini che ballavano vicino a ragazze di vent’anni; un signore ci ha anche invitato a ballare e la mia amica Alessia ne ha approfittato per farsi due passi di danza sotto la pioggia, sulle note di The wild rover. C’erano anche uomini che fotografavano le ragazze scosciate in shorts che facevano avanti e indietro sul Corso – ecco, diciamo che si respirava aria di goliardia e festa, condita da molto alcol e una buona dose di maschilismo.

Nonostante ci fossero wc chimici in giro, alcuni angolini sono stati trasformati in orinatoi; mi hanno raccontato di cinque alpini che in fila nel cortile di una casa hanno svuotato la vescica cantando piscio piscio piscio son felice anche se mi poi mi sporco. Di sicuro ci saranno stati episodi spiacevoli, come questi o anche peggio, ma tutto sommato, credimi, è andata molto bene, anche se oggi senti ancora tanfo di pipì.

Ogni pub, ogni pizzeria da asporto, ogni bar aveva fuori il fusto per la birra alla spina e il vino a poco più di un euro al bicchiere. Economicamente è stata una bella botta: se fosse per noi piacentini, la metà dei bar potrebbe chiudere domani, noi e la nostra mania di portarci l’acqua nella borsetta pur di non spendere neanche un euro mentre facciamo shopping.

I locali erano stracolmi di gente, c’era da mangiare ad ogni ora del giorno e della notte. Alcune persone camminavano per Corso Vittorio Emanuele avanti e indietro, una bottiglia intera di Gutturnio in una mano e nell’altra una sfilza di bicchieri di plastica.
Altri ragazzi andavano in giro portandosi dietro uno zainetto con un tubo da cui bevevano senza fare fatica; alcuni alpini meno giovani invece avevano in mano un bastone con appeso un pappagallo – non l’animale, un pappagallo-pappagallo, quello da ospedale – pieno di vino rosso, offrendolo alle passanti. (Ovviamente lo abbiamo rifiutato).

E poi c’erano i gruppi che giravano cantando: madonnina dai riccioli d’oro; aprite le porte che passano, che passano; sul cappello sul cappello che noi portiamo, Cuore alpino, Signore delle cime e cara biondina capricciosa garibaldina trullallà. C’era l’imbarazzo della scelta.
E se non ti piacevano i cori, caro piacentino che te ne sei andato al mare, potevi ascoltare le bande: clarinetti, tromboni, bassotuba, tamburi e piatti – ce n’era per tutti i gusti.

Il clou dell’adunata è stato fra sabato e domenica: sono arrivati tantissimi pullman da tutta Italia perché l’ultimo giorno era dedicato alla sfilata. Centinaia di migliaia di alpini divisi ordinatamente per sezione, fieri e contenti di indossare il loro cappello, hanno preso parte ad una parata che ha occupato tutta la giornata di ieri.
Era incredibile: l’eco della banda che era appena passata non faceva in tempo a disperdersi che già si fondeva con il tamburo di quella che stava per arrivare. Sembrava magia.

Non si può dire che la città non fosse preparata, né si può dire che fosse triste: con tutte quelle bandiere e aiuole pulite, le vie del centro così addobbate a festa e i palazzi che vi si affacciano (e che siamo quasi stufi di vedere tutti i giorni) sembravano risplendere di una luce diversa. Dite la verità, voi che c’eravate, ditelo a chi critica tanto Piacenza perché brutta e grigia.. Era proprio bella.
Ci abbiamo anche guadagnato in simpatia, sai? I turisti intervistati al tg hanno detto che non risultiamo poi così chiusi e freddi come al solito, anzi, trasmettiamo ospitalità e calore. Ammetto di esserci rimasta di sasso come te, quando l’ho sentito.

Comunque, non ti posso dare torto quando mi dici che al mare si stava meglio.
Lì c’era caldo – ah sì? Anche qui.
Mi dici, c’erano delle belle giornate – anche qui. No aspetta, tranne venerdì. E anche sabato sera, quando ho finito il mio panino con la salamella sotto l’acqua di un temporale che ha tardato ad arrivare. Non c’erano belle giornate, erano giornate belle. Capisci?
Mi sono fatto un bel giro in bicicletta – anch’io, e anche a piedi. E non ti dirò quanto era bello il centro storico sgombro dalle macchine, e quanto era bello arrivarci a piedi senza farsi venire il nervoso per parcheggiare..
Non avrei sopportato tutta la gente – bé hai ragione, c’era molta gente. Moltissima. Ma non sei lo stesso che si butta sul Corso nei Venerdì piacentini, tanto per fare qualcosa di diverso, e ti diverti quasi a farti largo tra la folla che si ammassa davanti al Coin? Guarda che i piacentini non sono migliori degli alpini, anche se magari al ritorno dal weekend hai trovato la tua via insozzata di bicchieri rotti e bottiglie di Birra Moretti sui marciapiedi e hai inveito contro tutto l’esercito.
L’accampamento davanti a casa mia è stato smontato fra ieri sera e stamattina; adesso, accanto ad ogni albero, ci sono sacchi ben sigillati pieni di rifiuti, ma sull’erba non c’è una cartaccia, non diresti mai che hanno campeggiato per una settimana.

In ogni caso, però, non posso farti cambiare idea: sei fortunato soltanto perché è un evento che difficilmente rivedrai svolgersi sotto il tuo balcone, quindi non lamentarti. Avrai la festa dei Lyons, i Venerdì Piacentini, il mercato e poi il solito silenzio tombale.
L’anno prossimo quindi non ti scomodare a prenotare il weekend al mare ad inizio maggio, ce ne andiamo noi.
Sai dove? A Pordenone.

(Grazie a Lucia e Bea per alcuni scatti preziosi. Perdonate la bassa qualità delle foto, prima o poi sostituirò il cellulare con una macchina fotografica decente, promesso).