Essere piccoli.

Forse ne ho già parlato, è probabile. Capita spesso di sorprendersi a pensare a queste cose quando per casa hai un bambino di seconda elementare che gioca con Buzz Lightyear e guarda solo Boing alla tv.

Mio fratello ha sette anni e io pagherei per essere come lui.
La scorsa settimana ha perso un dente sopra, l’incisivo davanti, ed era un po’ che gli ripetevo che morivo dalla voglia di tirargli un pugno per vederlo con la finestra. Quando il dentino finalmente ha deciso di staccarsi, complice la crosta di una pizzetta più dura del previsto, è stato tutta la sera davanti allo speccchio a dondolarselo: non aveva il coraggio di dare uno strattone forte, faceva male, piangeva.
Si è addormentato dopo essersi lamentato come se di lì a poco gli avessero dovuto amputare un braccio, e io non dormo, e se dormo poi me lo mangio, e poi come facciamo con la Fatina? L’ho convinto ad andare a letto solo dicendogli di mettersi a pancia in sotto, così al massimo lo avrebbe sputato e non inghiottito. Un po’ scettico, ma mi ha ascoltato.
Il mattino dopo il dente era ancora lì, ma con una ditata un po’ più decisa l’abbiamo fatto saltare senza neanche fargli versare una lacrima.

La domenica, poi, è il giorno dei compiti. Io  gli faccio fare quelli di matematica e di italiano, a volte anche quelli di inglese, ma sarebbe capace di farli anche da solo. Ha solo bisogno di un cane da guardia che, invece di abbaiare, gli tenga abbassata la testa per quella mezz’oretta sul quaderno. Sei per sette, uhm aspetta che conto. Quarantadue! Maccerto! Che stupido! Lo sai che ieri la maestra ha detto che questo disegno mi è venuto benissimo? Guarda. 
Fare i compiti con lui è uno spasso.
L’ingenuità dei bambini porta a fare delle scoperte incredibili; sui libri delle elementari ci sono dei disegni buffi e coloratissimi, di solito di animali parlanti e personaggi con nomi improbabili tipo Celeste o Virna. Con lui ho riscoperto la bellezza dei pastelli Giotto appena temperati, l’astuccio ordinato, il “colorare le fotocopie”, che rilassa tantissimo.

L’ingenuità dei bambini porta a tifare per più squadre di calcio nello stesso momento. A seconda del fratello con cui sta, lui è juventino o milanista. Quando scende e gioca con il nostro vicino, è tutto un “forza Zanetti” o un “viva Cavani”. Io alla sua età lo dicevo con i miei zii, per ingraziarmeli e avere più regali – le femmine, si sa, sono pitignine fin da quando sono alte così.

Crescendo questa ingenuità viene riposta in cantina, insieme allo zaino e ai quaderni corretti di rosso dalle maestre. Non ci ricordiamo più com’è bere la Coca Cola di nascosto, o sentire il dentino che dondola e sta per cadere, o svegliarci con qualche euro in più perché è passata la Fatina.

Mia mamma, quando ero piccola, mi aveva comprato Il Piccolo Principe – probabilmente il libro più inflazionato e citato nella storia.
Ce l’ho stampato in testa: dietro aveva l’etichetta rossa con il prezzo di Grazzini, il negozio di giocattoli che c’era prima ancora del Toys Center e di queste grandi catene. (Allora, il Mc Donald’s era soltanto “il Burghy”).
Non mi era piaciuto; ero troppo piccola. Mi ricordo solo il disegno del boa che digerisce l’elefante (ma era veramente un cappello, non capivo perché si ostinasse a prendersela tanto), e la frase

Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano.

 

L’altro giorno mio fratello aveva il raffreddore. Devo averglielo attaccato io, sono intasata da una settimana ormai.
Mi ha chiesto:
– Mi passi un pacchetto di fazzoletti Jempo?.
Tempo, vorrai dire.
E lui, tranquillo:
– No Jempo. Non sai leggere, scusa?! E’ una J!.

Ecco, tutti i grandi sono stati bambini, una volta. Tutti, tranne i designer di fazzoletti.