Quando diciamo "E sticazzi!"

Siamo tutti romanacci, all’occorrenza.
A tutti scappa una battutina, un che ce voi fa, un mortacci tua. Anche se abitiamo a 600 km di distanza.
Perdonatemi, ma mi sento in dovere di farvi un rimprovero. (E perdonatemi pure voi, puristi degli intercalari romani, io ce sto a prova’).

L’anno scorso – o forse l’anno prima – durante XFactor Morgan aveva esordito, dopo l’esibizione di una cantante giovanissima, con un proverbiale “sticazzi!” (qui il video, se vi interessa). Non si è fatta attendere la reazione sgomenta dei romani su Twitter, perché Morgan, da buon lombardo nato e cresciuto a Monza, inciampa nell’errore di tutti gli abitanti del nord Italia quando tentano di imitare la parlata della capitale: l’errore “sticazzi-mecojoni”.

Esistono due espressioni diverse, spesso contratte in “stica” e “meco”, che noi, da quassù, cataloghiamo come sinonimi. Apparentemente può sembrare, perché entrambe – scusate i francesismi – sono le versioni sincopate e accorciate (in linguistica in realtà si chiama aferesi, la perdita di una sillaba o di una vocale all’inizio di una parola) di (que)sti cazzi e m(i)e(i) coglioni, e si riferiscono effettivamente alla stessa cosa.
Apparentemente, appunto.

Noi ne usiamo solo una, quella che fa rima con “paparazzi”, e la consideriamo al pari di “apperò!”. Non sappiamo che per esprimere un concetto simile esiste il mecojoni, ovvero una parola che racchiude tutto: meraviglia, stupore, accipicchia!
In realtà in giro per internet ho trovato una spiegazione pseudolinguistica accettabile, ovvero che sarebbe un’espressione derivata dal “mi stai coglionando”, cioè “mi stai prendendo in giro”. Equivarrebbe quindi al “cavoli, non è possibile, accipuffolina” dei Puffi.
Lo sticazzi è invece per quelle situazioni in cui vorremmo dire che non ce ne frega più di tanto, che non ci interessa. Di solito laggiù si dice anche E ‘sti cazzi nun ce li metti?, un’ulteriore sottolineatura del distacco e del disinteresse verso il nostro interlocutore, che rasenta quasi lo sfottò.
Diverso è invece volto al singolare, la cui sfumatura di significato (se c’è) per ora mi sfugge.
Io fra l’altro ho adottato da tempo, avendo un fratellino in fascia protetta, la versione edulcorata “sticavoli”, che ci sta sempre e mi sembra anche più comprensibile da Bologna in su.

Sembra una cretinata – vi vedo già, a leggermi e pensare “sticazzi però, eh, cheppalle!”, e a chiudere subito la finestra, ma è un errore grossolano che chi è attento alla romanità coglie al volo.
Io ho un filo diretto con la capitale grazie alle mie amiche Mel e Giulia, che arricciano il naso come Sabrina davanti ai nostri tentativi di emulazione della parlata romana. Ogni volta che uno pianta nel discorso uno sticazzi, nelle mie orecchie sento echeggiare un arimortacci vostri che risale il Tevere, il GRA e tutta l’A1 e arriva forte e chiaro fin qui.

Da parte mia, quindi, mi sento obbligata a diffondere il verbo e cercare di correggere quest’usanza che di km in km si è tramutata completamente nel suo contrario, come nel telefono senza fili. Del resto non possiamo farci niente: SPQR,  sono pignoli questi romani.
Non ci resta altro da fare che cercare di correggere il tiro e iniziare ad usare le parole giuste. Però sono sicura che riusciremo, non è difficile, cari abitanti del nord Italia.
Ce la possiamo fare.
DAJE.

  • Complimenti da Roma. 🙂

  • B

    Mia nonna (93 anni) dice: “non mi minchionare!”
    Anche lei si sarà documentata su internet google-ando “significato di mecojoni”?!

    • Secondo me sì. Di brutto. Ce la vedo.

  • in pratica lo “sticazzi” romano sarebbe traducibile col “ghe sboro” veneziano? che poi anche quest’ultimo viene spesso utilizzato anche per esprimere stupore ma mi han spiegato che l’origine viene da “ghe sboro de sora”, una versione colorita di un “chissenefrega” insomma!

    • (Ignoravo il significato quando lo dicevate, ora ho capito…!)
      Comunque a rigor di logica credo di sì, ma attendo delucidazioni da chi ne sa.