"Rtl. 102.5. Time" – Incontri ravvicinati fra Auto e Radio.

Scendo, apro il cancello. Cerco le chiavi nella borsa – ma dove sono, ah no, queste sono quelle di casa, le avevo messe propr.. Eppure, vuoi vedere che le ho lasciate di sopra, sul tav.. Eccole.
Punto il telecomando verso la macchina, lei mi saluta con l’intermittenza delle luci delle frecce, la serratura scatta. Salgo. Butto la borsa sul sedile del passeggero, che ovviamente si capovolge sul tappetino. Ora per terra c’è un emporio: fazzoletti, biro, matite dell’ikea, agenda, monetine sparse, scontrini del bar dell’altra mattina e del 6 Luglio, assorbenti, un orologio e una sciarpina, “per quando fa freddo”. Pesco il cellulare da questo marasma, lo infilo nel portaoggetti – è l’unica cosa da salvare – e il resto lo raccoglierò dopo.
(Raccoglierò tutto tranne un o.b., uno solo, incastrato nella molla del sedile, sicuramente uscirà dal suo locus amoenus proprio il giorno in cui darò un passaggio a Raul Bova. O al Papa).

Sono salita. Cintura, frizione, giro la chiave, in moto. Accendo le luci. Tolgo il freno a mano (è già tolto), freccia, specchietto, acceleratore, via. In strada.

Che silenzio però. Accendiamo la radio.

Stazione 1. Radio Rai. No, stanno parlando, che palle.
Radio 3. Musica classica, brgh, rischio il colpo di sonno.
Radio 105, c’è la pubblicità, magari ritorno dopo.
Radio KissKiss, c’è Biagio Antonacci. “Non vivo più senza te anche se anche se”. Cambio.
Virgin Radio. Cos’è questo pezzo sconosciuto dai.
Radio D-d-d-d-d, Deejay. One nation, one station. C’è una signora che sta telefonando da casa, si sente il ritorno. “Abbassa la radio, Giuseppina!”.
Radio Montecarlo. Musica di gron clas. Danno “Call me maybe”.
“Ehy I just met you.. / so here’s my number / so call me maybe”.
Il tizio da parte, fermo al semaforo, mi guarda male. Gli sorrido e gli faccio il verso del telefono ancheggiando con le spalle. Sembra non capire.

Finisce la canzone. Cambio, che c’è la pubblicità.
Rtl. Centoduecinque, very normal people, very normal people. Ta ta.
Ovviamente inizia “Il comico” di Cremonini. Impugno il cellulare che mi sta cadendo dal portaoggetti e lo uso da microfono. “Tuuu, vestita da bambina / prigioniera vuoi scappare da una perfida regiiiina”. Il testo lo so a memoria, è da giugno che ogni volta che salgo in macchina mi regalano questi cinque minuti di pura musica italiana e archi e voce suadente.

Che caldo però, apro il finestrino.
Canto alla signora che faccio attraversare sulle strisce. “E l’occhio ride ma ti piange il cuore!”, lei mi sorride e mi ringrazia.
Metto la prima e riparto. La canzone nel frattempo è finita. Nei successivi dieci minuti danno la nuova di Alanis Morisette, quella di Malika Ayane, e “il prossimo giornale orario fra meno di un’ora. Perché le notizie prima passano da noi”.

Poi uno dice che oh no a me non piace guidare. Ma come no! E’ l’unico posto dove puoi cantare a squarciagola in santa pace, perché prima di tutto c’è un’acustica incredibile, la tua voce è ovattata dal tessuto dei sedili e sembra di stare in uno studio di registrazione. E soprattutto, l’abitacolo fa l’effetto del confessionale del Grande Fratello. E’ insonorizzato. Quindi quando canti – anche se a volte vorresti che qualcuno ti sentisse – non c’è un’anima ad ascoltarti.
Non ti sente nessuno, da fuori. Nessuno.
Ma ti vedono tutti.

  • Francesca

    Troppo vero!! Anche io adoro guidare da sola perche posso cantare a squarciagola!!! Bel blog!