"Bè, dai, alla fine l'hai visto San Pietro!"

Uscite dal negozio in cui siete entrati per comprare il regalo alla vostra fidanzata, uscite. Quest’anno fatevi furbi e regalatele, invece della macchina fotografica o di una borsa firmata, un’esperienza.

Due settimane fa era il mio compleanno; pochi regali per me, quest’anno, pochi ma pensati.
Il mio amorevolissimo fidanzato, contro ogni previsione (io ero già mentalmente pronta per un concerto..), mi ha regalato un mini-soggiorno a Roma. Io l’ho saputo una decina di ore prima di partire: mi aspettavo di dover stare – ancora! – sdraiata sulla spiaggia fino alla fine della settimana, a sudare per arrivare ad avere un colorito appena appena ambrato e a scansare le meduse nel mare, per poi fare ritorno nella nostra afosa cittadina emiliana.. E invece.

Non è esatto dire che siamo stati a Roma. Per me, che sono del nord e non distinguo quasi il Lazio dall’Umbria, andrebbe bene, ma per dovere di cronaca bisogna puntualizzare: siamo stati principalmente a Tivoli. La meta è stata una scelta obbligata: abbiamo raggiunto una mia amica (che qui chiameremo Margherita) per una intensa duegiorni – tanto intensa che mi sembra di essere stata via una settimana.

All’inizio sembrava di stare dentro un film: tutti quelli che parlavano per la strada (a voce incredibilmente alta, ma siete tutti un po’ sordi lì?) mi sembravano Ricky Memphis. Poi ho capito: il tiburtino, da leggersi con due b, è diverso per molti tratti dalla parlata che ho sentito per esempio a Trastevere.

Di Tivoli città ci sono tre cose da tenere bene in considerazione: il briciolino di arietta che tira in più rispetto alla capitale (e in questi giorni, ve lo garantisco, ogni foglia che si muove fa la differenza), Villa d’Este con le sue cento fontane e La Panoramica, ovvero una terrazza che domina tutta la pianura sottostante.
Ah, e anche che nel palazzo della nonna di Margherita abitava Little Tony.

– Ma allora voi avete il tramonto su Roma, ogni giorno?! – ha chiesto subito il mio moroso. E’ fissato con i tramonti.
– Sì – ha risposto svogliata Margherita. – Ormai non ci facciamo neanche più caso.
– Siete pazzi.

Della duegiorni dal mio punto di vista, invece, c’è molto di più da raccontare.
Lui è rimasto estasiato dall’arco di Pomodoro che si erge dal centro della piazza (“Ma prima c’era un albero”, mi hanno spiegato, “io lo preferivo prima, almeno faceva ombra”) e dai cartelloni bianchi affissi per le strade con le partecipazioni di morte. Noi li abbiamo abbandonati decenni fa.

Ci ha colpito il frigorifero di Margherita, con un cassetto per le bevande, il suo letto giapponese e il murales di Valentina di Crepax sulla parete.
Ci ha colpito il fatto che un posto così non venga sfruttato per qualche bel concerto.
– Come no? C’è stato Califano, a Luglio.
Appunto.

Ci ha colpito il suo spruzzino per l’aceto (una boccetta spray) e gli attrezzi per la fonduta magistralmente trasformati in forchettine per la frutta. Ci ha stupito incontrare il sosia di Mannarino durante l’aperitivo, la somiglianza è quasi imbarazzante. Siamo rimasti a bocca aperta quando ci hanno raccontato della loro tradizionale colazione di Pasqua, in cui si mangia la pizza cresciuta e la pizza sbattuta, e poi il salame con il cioccolato.
– Il salame di cioccolato, vorrai dire, quello con i biscotti secchi.. buono!
– No no, il salame con il cioccolato.

Ieri l’altro ci siamo spinti oltre confine fino a Roma, chiedendo indicazioni ad ogni autista di autobus che incontravamo, i più gentili di tutta la città. D’altronde saranno abituati: come fate a districarvi tra tutte quelle linee di tram e di pullman? Qui ne abbiamo solo una ventina e io faccio ancora confusione tra il 16 e il 17.
Siamo arrivati fino al MAXXI, il nuovo museo delle arti del XXI secolo, e siamo usciti due ore dopo un po’ delusi: in pratica c’erano modellini di architettura, modellini di architettura, e ancora modellini di architettura.
Abbiamo fatto due passi per il centro di Roma, da Piazza del Popolo a Piazza di Spagna, rimanendo di sasso davanti a tutti i giapponesi che si portavano appresso borse di Chanel, Gucci, Hermes, borse strabordanti di roba. E poi siamo andati a Trastevere, fra le bancarelle: ho riconosciuto zone che di solito vedo solo in tv (in ogni film italiano c’è sempre qualcuno che fa jogging sul lungo Tevere) o nei video a Mtv. Ho assaggiato il tiramisù di Pompi, mentre guardavo la gente che giocava a biliardino in mezzo alla passeggiata.

Per me il miglior regalo, dicevo, è un’esperienza.
I vestiti, per quanto belli, si sgualciscono, le borse hanno le cerniere che si incantano e la pelle che si rovina. I libri quelli sì che andrebbero bene, ma c’è chi come me preferisce uscire e andarseli a comprare da sola. Un’esperienza (magari inaspettata, una sorpresa) ti lascia poco o niente di materiale, non si può certo esibire come una borsa di Vuitton, ma vuoi mettere?

– Ma quindi da qui si vede il Colosseo? – ha chiesto il mio moroso sulla Panoramica il primo giorno.
– Colosseo? No no, sta dall’altra parte de Roma.
– E San Pietro?
– Neanche. Calcola, da dove stavo prima, da casa mia vecchia, dalla finestra se vedeva. La cupolina eh.

Per lui, invece, il miglior regalo è arrivato durante il tragitto in autobus verso Trastevere: giriamo l’angolo e, fra due palazzoni e una fontana, scorgiamo il dietro della basilica di San Pietro, tutta illuminata. Due secondi dopo e siamo in una via buia, non ha avuto neanche il tempo di fare una foto.
– Bè, dai – ha detto Margherita, – alla fine l’hai visto San Pietro!