11 agosto – una notte di stelle e di Cerbottane.

Sono nata in anticipo.

Mia mamma, quando era incinta di me, girava in macchina (una bellissima Mehari arancione, che ora è parcheggiata sotto i pini in campagna) come una pazza fra le colline emiliane. Allora non c’era l’obbligo delle cinture di sicurezza, anzi, non erano neanche montate sulla macchina; non parliamo di airbag, abs, o servosterzo, aveva ancora il cambio con l’asta in orizzontale.
Mia mamma scorrazzava sicura, dentro il suo macinino di plastica, finché un pomeriggio non è andata a sbattere contro una macchina in manovra di uscita da un parcheggio. Sbam. La Mehari non si è fatta niente (ripeto, è di plastica), la mamma neanche: io, invece, ho iniziato a muovermi.

Erano i primi d’agosto, il termine era il 17. “Nascerà a ferragosto, vedrai”, diceva.
Io il 10, puntuale come gli anziani che vanno a fare il prelievo del sangue (ovvero estremamente in anticipo), mi sono portata avanti coi lavori. Ho rotto le acque, ho fatto su il sacco e son partita.

Mi sono fatta attendere per un bel po’: il travaglio è durato tanto. Sono nata alle quattro di mattina.
Leone, ascendente Gemelli: sono testarda, tendo a voler assumere sempre un po’ il controllo (ma a volte butto dentro prima, perché sono anche molto pigra) ma odio stare al centro dell’attenzione. Sotto sotto però penso che l’oroscopo valga fin lì, altrimenti come si spiega il fatto che mio papà e il suo gemello, pur condividendo la stessa ora e la stessa data di nascita, siano diversi come il giorno e la notte?

Mi sarei dovuta chiamare Lorenza, o Beatrice, o Virginia. E invece i miei genitori, forse sotto effetto di droghe pesanti, hanno scelto un nome particolare, da regina, inusuale, con cui ho fatto pace da poco.

Qualche ora dopo essere uscita dalla pancia è iniziato a venirmi il giallognolo dell’ittero neonatale: i giorni successivi sembravo colorata con l’evidenziatore.
I miei nonni mi guardavano da dietro il vetro dell’infermeria, e scambiavano due parole con la loro consuocera. Lei, mia nonna, non faceva altro che dire “Oh ma che amore! Oh ma che meraviglia! Oh ma è tanto bella!”, in una cantilena insopportabile. Gli altri la guardavano con aria interrogativa: bella?! Ma se sembravo un rospetto finito dentro ad un barattolo di vernice gialla, come potevo essere “una meraviglia”?

Da piccola avrei dato qualsiasi cosa per poter festeggiare il compleanno durante i giorni di scuola. Invidiavo da morire il “Tanti auguri” scritto in bella grafia sulla lavagna, la festa che veniva organizzata il sabato successivo, tutti gli amici che non avevano scuse per non venire.. L’11 agosto, quasi ogni 11 agosto, erano tutti al mare, o in montagna, o in campagna, o dai nonni, o dagli zii, o faceva troppo caldo per muoversi, “verremo un’altra volta”.
Mi arrabbiavo, mi sentivo dimenticata da tutti. Poi ho compiuto nove anni, poi dieci, poi undici.. Fortunatamente si cresce.

Il motivo per cui mi volevano chiamare Lorenza era perché la notte del 10 agosto è riconosciuta ovunque come quella delle stelle cadenti. San Lorenzo. La notte degli innamorati, del torcicollo a furia di stare col naso in su, del picnic all’aperto lontano dalla città, dei desideri inespressi.
Il motivo per cui mi volevano chiamare Beatrice o Virginia non lo so, ma non sono sicura che mi sarebbe andata meglio. Forse potevo avere qualche chance con un nome esotico, tipo Luisa Lopez o Greta Holiday, oppure con un neologismo alla stregua di Chanel o Apple.
Noce pesca. Blumarine. Mentuccia. Cerbottana..

Mi vesto e sono pronta per andare all’anagrafe per avviare la pratica per cambiare nome, ma, forse, mh, non so. Non sono sicura di come suona.
“Auguri, Cerbottana!” – “Grazie!”.

Mi svesto, e sono pronta: dov’è la torta, che devo spegnere le candeline?