Elezioni: incontri ravvicinati del terzo tipo.

Domenica di elezioni, questa.
Tutta la città è stata chiamata alle urne per scegliere il nuovo sindaco. Io, come faccio di solito da qualche anno, sono stata per due giorni e mezzo in una scuola elementare a scartabellare registri, timbrare tessere elettorali, contare ossessivamente le matite copiative e dire “Grazie, prego, la matita, arrivederci, buongiorno”. Scrutatore? No, segretaria.

Stare al seggio elettorale è un po’ come stare fissi su una panchina ad osservare la gente che passa, mentre si devono riempire e controllare tante di quelle scartoffie da consumare tutto l’inchiostro di una bic. In più, lì in sezione sai anche nome, cognome, data di nascita e indirizzo di chi sta votando nella cabina in quel momento; magari scopri anche che quello che è appena andato via era il nipote della signora che era amica della nonna di un tuo amico cugino della sorella di tua madre. Una notizia sensazionale, come facevi a vivere tranquillo prima?

Parenti e conoscenti ritrovati a parte, la porta del seggio è una porta che si affaccia su un mondo variegato e insolito, un mondo tutto da scoprire.
Può varcare la soglia la signora più che ottantenne, gobba, piegata dalla vita (e da un’evidente osteoporosi) e con notevoli problemi a camminare, che non appena alza la testa sorride e da dietro i suoi occhiali calati sul naso dice “Quando ero giovane correvo..!”.
Può arrivare di prima mattina l’avvocato che non trova più l’astuccio della carta d’identità, che ti fa perdere un quarto d’ora per cercarlo – poi ce l’aveva in tasca.
Può arrivare la signora (straniera) che si impunta, lei vuole votare con la biro, “perché matita si cancella, io non voto con matita, mi hanno detto di votare con biro!”. Evidentemente in Romania non hanno le matite copiative e si può votare anche con l’UniPosca dorato.
Puoi trovare anche vecchi compagni di scuola, vecchie professoresse di scuola, vecchie dottoresse che ti hanno curato da bambina e di cui ricordi nitidamente la voce. O anche ragazzi alla loro prima volta, che tentano di votare appoggiati al tavolo davanti ai tuoi occhi, senza entrare in cabina.

Poi ti può capitare una signora, anziana, vestita di tutto punto, completa di rossetto fucsia e profumo francese, su una carrozzella sospinta dalla sua badante Maria. Si presenta senza tessera elettorale e tu le spieghi che non puoi farla votare.. ma lei non ce l’ha, non ce l’ha mai avuta la tessera, ne è sicura, me lo giura – anzi me lo vorrebbe giurare se non fosse che per una malattia fa fatica a parlare, la voce le si spezza a metà di ogni parola, sembra che le manchi l’aria, quello che ne esce è un balbettio confuso.
Spieghi alla sua badante che è necessario andare in Comune a richiederla, e quindi ti può capitare di dover aspettare, intanto che Maria va e torna, fuori dall’aula per fare compagnia alla signora anziana. Parli con lei anche se quello che dice è un b-b-b-b incomprensibile, con respiri e pause infinite per prendere aria, e dei “mi scusi” ogni volta che si interrompe. Fino ad arrivare a vederla piangere, mentre butta gli occhi al cielo maledicendosi, mentre boccheggia inerme. Capisci che vorrebbe comunicare, ma dalla bocca non le esce niente: la stessa cosa che succede di notte, in uno dei tuoi incubi peggiori.
Tu cerchi di tranquillizzarla, di riempire le sue pause, di imbonirla con le parole, di chiederle se Maria, la sua badante, le fa compagnia..
“Sì, mi fa compagnia, ma ci sono giorni che sto male, non riesco a dire una parola e sto così, muta. O altri giorni, non riesco a parlare e nessuno mi capisce, faccio dadadada e basta”.
Allora le dici che ci sono giorni in cui tu dici soltanto un mucchio di cretinate e vorresti che nessuno ti ascoltasse, o altre volte in cui anche tu fai uguale, stai zitta perché non hai voglia di parlare con nessuno. E poi non è così importante che gli altri capiscano: se non riescono a farlo, “se chiedono continuamente ‘cosa?’, lei dica che ha composto una canzone e che la sta cantando”.

Per la cronaca, alla fine siamo riusciti a farla votare, dopo un’oretta era diventata una sfida fra noi e il mondo esterno: abbiamo chiamato il Comune e un impiegato è venuto a portarci la tessera della signora, abbiamo individuato il suo seggio e le abbiamo dato un’immensa soddisfazione. Mentre la signora Maria la accompagnava all’aula giusta, ho visto che si è girata per cercarmi e per salutarmi, ha allungato le mani per farmi una carezza e mi ha ringraziato a mezza voce.
Io l’ho salutata, le ho dato due baci.
E le ho strappato un sorriso.
“Arrivederci signora, buona giornata. E si ricordi quella cosa.. si ricordi di cantare”.