Problemi da genitore #1: le udienze.

Oggi sono andata alle udienze del liceo.

Non le mie, io la scuola l’ho finita da un pezzo.
I miei due fratelli (quindici e diciotto anni) non sono ancora usciti da quell’aura surreale quale è la “scuola dell’obbligo”, quindi oggi pomeriggio, dopo aver dato ripetizioni di italiano – credo di essere una delle poche al mondo a farlo, lo so – mi sono fatta convincere da mia madre ad accompagnarla.
“Va bene, vengo anche io e ti tengo il posto”.
Chi è pratico di udienze e colloqui sa quindi che il mio unico compito in teoria doveva essere quello di stare in piedi, in fila, per ore, nelle orecchie solo ciabattamenti di mamme annoiate che fanno a gara sui figli, sui professori, sulle malattie. Più che a scuola, insomma, sembra di stare alla posta alle dieci del mattino.

Siamo arrivate tardi: solo ad un’oretta dalla chiusura per evitare l’apertura delle danze, ovvero l’anarchia.

Ad un certo punto però, dopo aver perso di vista mia madre per una mezz’ora buona (in seguito ho scoperto che era riuscita ad andare a tre o quattro colloqui diversi.. evidentemente ha i superpoteri) e dopo aver messo le radici nel corridoio aspettando il mio turno, mi sono trovata davanti alla porta: toccava a me.
Sono entrata, ho assistito ad una sviolinata – fortunatamente mio fratello in storia dell’arte ha dei bei voti – e sono uscita.

Più o meno la storia si è ripetuta per due, tre, quattro volte.
Cerchi l’aula, chiedi “Chi è l’ultimo della fila?”, aspetti minuti infiniti in piedi, fissi il vuoto, saluti la signora che abita nel tuo palazzo, anche lei ha la figlia in questa scuola (quanto è antipatica santo cielo), conti quante persone hai davanti a te (si moltiplicano?), rispondi all’ennesimo genitore che arriva e chiede “Chi è l’ultimo della fila?”, sbirci la Louis Vuitton della signora che è passata di fianco (è falsa), dopo devo andare da quella di matematica, oh guarda tocca a me.
Apri la porta, stringi la mano, ti presenti, ascolti pendendo dalle labbra della prof, anche se non la sopporti. Stringi di nuovo la mano, grazie e arrivederci e ti butti a capofitto a cercare altre aule, altri professori, altre Louis Vuitton – quelle sono ovunque.

Ore dopo, torni a casa e fai il resoconto: gira e rigira, ti accorgi di avere il cervello che balla la samba e, salvo casi eccezionali, ti ritrovi in mano soltanto due o tre frasi. Che non hai mai sentito.

“Chiacchiera un po’, eh”.
“La media è sul 7, però gli dica che lo devo interrogare!”.
“E’ bravo, va benino.. ma potrebbe fare di più”.
“E’ intelligente, ma non si applica”.

Caro figlio di iPhabi del futuro: fai in modo di essere diligente a scuola; studia, impegnati e lavora per costruirti un futuro. Perché la cultura è alla base di tutto. E anche perché io alle tue udienze non ci vengo. Partorirti è stato già un grande sacrificio, ora è arrivato il momento di chiedere lo stesso sforzo a tuo padre.