Eroi metropolitani: Ted Mosby, ovvero l’architetto.

Nell’immaginario collettivo, è questa l’immagine che molti hanno in testa quando si dice ARCHITETTO.

Ted Mosby, protagonista di How I met your mother, sta raccontando ai suoi due figli da sette stagioni la storia d’amore con la loro madre, nonostante finora di lei sappiano quasi solamente che usava un ombrello giallo (forse potevano semplicemente aprire la porta e controllare nel portaombrelli sul pianerottolo).
Nella vita, oltre a cercare con i suoi amici il miglior hamburger di New York o andare ad appuntamenti con altre donne, Ted Mosby è anche un architetto.

Non so se fra i vostri conoscenti ci sia un architetto o se ne avete conosciuto uno nel corso della vostra vita, magari durante l’università: è un privilegio che abbiamo in pochi.
Ad ogni modo, all’apparenza (e anche stando a quello che si vede nel telefilm) può sembrare il lavoro più interessante del mondo: si progettano palazzi, si arredano ville in ogni spigolo del mondo, si acquisiscono un mucchio di informazioni di storia dell’arte, utili più che altro per assumere quel tipico atteggiamento snob nei confronti di chi confonde il gotico con il romanico. E soprattutto, si ha un mucchio di tempo libero, perché ci si organizza.
Balle.
Io ve lo dico, qui e ora: non mettetevi mai con un architetto.

Ted Mosby, anche se è soltanto un personaggio costruito a tavolino, non si scosta troppo dalla realtà: anche lui ha una scatola di colori Pantone vicino al divano, anche lui gira per la città con il computer a tracolla e cinque tubi di plastica per le tavole dietro la schiena. E anche lui passa da un abbigliamento casual  (letteralmente, “a caso”),  fatto da t-shirt con stampe improponibili abbinate a camicie a quadri aperte o felpe informi, ad uno più sobrio non appena mette piede in uno studio, indossando solo maglioncini con scollo a v e camicie abbottonate. Ma non fatevi ingannare, perché c’è dell’altro.

Durante l’università un architetto non ha esami, bensì “revisioni”:  di solito durante queste giornate infinite che si possono ripetere due, tre o anche quattro volte al mese, il gruppo (perché sì, si lavora pressoché sempre in gruppo) pende dalla labbra del professore e sta attento ad ogni minima critica che lui muove esaminando attentamente il progetto in questione.
A cadenze regolari poi ci sono le “consegne”: ciò significa che per quel giorno devono essere pronte un mucchio di “tavole” con piante, sezioni e prospetti fatti con l’unico Dio che un architetto può avere, AutoCad. E se siete fortunate finisce qui, poiché vi siete risparmiate il file in PowerPoint e, soprattutto, il plastico.
I giorni prima della consegna non esiste nient’altro al mondo. I componenti del gruppo di solito si ritrovano a casa di uno di loro (di una di loro, se sono tutte donne) o in biblioteca; si siedono attorno ad un tavolo, col loro Macbook o portatile davanti e stanno ore ed ore a fissare lo schermo, una mano sul mouse e negli occhi solo Photoshop e ArchiCad. Non esiste doccia, non esiste cellulare, non esiste giorno e soprattutto non esiste notte: prima di una consegna si va avanti anche fino alle 9 del mattino senza mai dormire, perché, non si sa bene come mai, un architetto è sempre indietro.

Vi potrà capitare di passeggiare con il vostro ragazzo (o con il vostro amico, o il vostro architetto di fiducia) e imbattervi in un cantiere a cielo aperto: non sia mai che vi esca dalla bocca la parola “fondamenta”, perché quelle sono fondazioni per un edificio. Le travi o pilotis (io le chiamerei colonne, o “cose”) sorreggono i solai; poi c’è da fare il cappotto, il tetto va coibentato..  C’è da portarsi dietro un dizionario.

Vi potrà capitare poi di chiedergli di vedere un film con voi, una sera.. Non meravigliatevi se vi risponde “Certo amore! Ti dispiace però se mi metto qui vicino a te e intanto finisco questa sezione?” e se, col notebook sulle gambe, alzerà lo sguardo di tanto in tanto solo per dire “Fra poco ho finito”. Avrà finito, forse, solo dopo i titoli di coda.
Vi potrà capitare di telefonargli quasi per caso e di sentirlo ringhiare dal nervosismo, perché per qualche oscuro motivo si trova a corto di materiale per fare il modellino ed è domenica pomeriggio. Vi potrà anche capitare di sentirlo parlare come se fosse Renzo Piano, quando ai vostri occhi sarà solo un Renzo Bossi intento a ristrutturare una villa appena fuori da Casalpusterlengo.

Insomma, un architetto per molti giorni all’anno perde il contatto con la realtà e vede solo costruzioni, piante, muri e prospetti. Due architetti insieme di solito perdono anche la capacità di organizzarsi e puff, il tempo vola quindi, che novità! “Siamo indietro”.

Sia chiaro: non stiamo mica parlando del diavolo, e di certo non sono così tutti gli architetti del mondo. Magari il vostro amico o il vostro vicino di casa, o addirittura vostro padre quand’era giovane era di tutt’altra pasta: un po’ logorroico e noioso, ma attento a quello che succede al di fuori di AutoCad.
Un Ted Mosby, insomma… Se lo incontrate, fate un fischio.

  • andrearomanzi

    Perché non conoscevo ancora il tuo blog?! E’ fantastico! 🙂