Un curriculum, due curricula.

Di sicuro vi è capitato di essere ripresi sul vostro modo di parlare. Qualche verbo sbagliato, qualche congiuntivo che scappa e che viene riacchiappato per i capelli, qualche “gli/le” invertito”, qualche “travasamento” di parole.
Quel che è certo è che vi capita sempre davanti all’amico più pignolo e colto che avete: quello che ha appena finito di leggere il libro più intellettuale che si trova alla Mondadori, quello che ha appena finito di guardarsi i film muti degli anni ’20, quello che ogni giorno apre il dizionario a caso e impara una parola nuova.. Ce l’abbiamo tutti un amico così.

E’ quello stesso amico che storce il naso quando ripetete più di due volte in una frase “praticamente”, ed è lo stesso che inserisce nella conversazione parole come “apotropaico” o “trait d’union” o “pedissequamente”, costringendovi a capire soltanto il senso generale del discorso. Che magari era partito dalla fenomenologia del noumeno ed è arrivato alla coltivazione delle patate nell’orto, dopo un’oretta di monologo.

Sarà sicuramente lo stesso amico che vi guarderà male se dite, per esempio, “Ho lasciato in giro qualche curriculum per trovare lavoro”. Statene certi: impallidirà.
Il motivo è semplice: dall’alto dei suoi studi classici al ginnasio, saprà sicuramente che il plurale del sostantivo CURRICULUM è CURRICULA, essendo una parola latina (precisamente un nome della seconda declinazione, neutro, che quindi esce in -a).
Si tratta infatti di un prestito linguistico, ovvero dell’inserzione, all’interno dell’italiano, di una parola appartenente ad un’altra lingua straniera.

Tralasciando gli aspetti più tecnici e grammaticali del caso (il mondo della linguistica è una giungla, credetemi), converrete con me – e con il vostro amico snob – che sbagliare una cosa del genere è sinonimo di ignoranza e poca cultura. Tutti sanno che curriculum al plurale fa curricula, dai.

Non tutti sanno però che questa tipologia di parole viene considerata invariabile, e che quindi la forma rimane uguale sia al singolare che al plurale, semplificandoci di molto la vita – perché sì, è facile aggiungere una -s ai vocaboli inglesi, ma per “kimono”, o “samurai”, o “cadeau” come la mettiamo?

Il mio consiglio quindi è quello di considerare ogni prestito linguistico allo stesso modo e di non preoccuparsi troppo di modificare e concordare le desinenze, a meno che non stiate parlando a Dante Alighieri in persona o al Presidente dell’Accademia della Crusca.
O al vostro amico snob: in quel caso anzi avete il dovere, in nome della purezza della lingua italiana che vi sta particolarmente a cuore, di correggerlo nel caso si riferisca ai partIES esclusivi a cui è stato invitato, alle mailS che ha ricevuto dal suo professore di filologia, ai leaderS politici che ha conosciuto o ai filmS muti degli anni ’20 che ha appena visto.