Scala & Kolacny Brothers, con le canzoni degli altri.

In quanti al mondo si cimentano nelle cover? E’ una tappa obbligata di chiunque voglia avvicinarsi alla musica: il principio dell’imitazione, principio inevitabile in ogni forma d’arte. Molti, poi, anche ad un punto in particolare di una carriera avviata ci ritornano con interesse: quanti artisti, forse non appena sentono di avere dei cedimenti di vena poetica, fanno uscire sul mercato un cd di cover? Se il nome tira, tirano anche le canzone trite e ritrite.
Ma qui è un altro paio di maniche.

Nel 1996 due fratelli del Belgio hanno avuto la bella idea di fondare un coro di sole voci femminili che cantassero nel modo più angelico possibile. Ok, non è l’idea più originale del secolo, ma il cielo gliel’ha mandata buona sul serio.
I fratelli Kolacny (si legge Colàscni, ho scoperto mercoledì) hanno iniziato uno a dirigere e l’altro ad accompagnare al pianoforte il coro Scala, un coro che ad oggi ha pubblicato cinque album in studio dal 2002. Le loro tracklist solitamente sono un misto fra cover di grandi successi del panorama musicale internazionale – Oasis, Coldplay, Peter Gabriel, Radiohead, Madonna, ABBA e tantissimi altri – e brani originali scritti e realizzati apposta per il loro organico.
Tratti obbligatori: la voce soffiata, precisione infinitesimale nella metrica delle parole, modo di cantare quasi sussurrato, accompagnamento musicale scarno, ritmo rallentato, atmosfera da cattedrale.

Il grande pubblico, soprattutto fuori dal Belgio, ha iniziato a far più caso a questo coro da quando una delle loro rielaborazioni, Creep dei Radiohead, è stata inserita nella colonna sonora del film “The social network” ed è risuonata in tutti i cinema durante il trailer.
Da lì sono iniziate le collaborazioni speciali, il tour vicino a casa e poi il grande sbarco oltreoceano: l’Italia le ha conosciute grazie ad un approfondimento su Sky andato in onda qualche tempo fa, grazie all’impegno di Radio Deejay, di una etichetta (la Carosello Records) che ha investito su di loro e grazie all’exploit durante lo scorso Festival di Sanremo, durante il quale hanno cantato con Francesco Renga “La tua bellezza”.
Così il tour 2012 è arrivato anche qui: il 7 Marzo – ieri l’altro – al Teatro Smeraldo di Milano.

Nonostante il teatro non fosse pieno da non riuscire a trovare posto neanche dopo un rosario, la risposta del pubblico è stata calorosa fin da subito (o quasi). La scaletta comprendeva brani di stili musicali eterogenei: Champagne supernova, Yellow, Nothing else matters, Clandestino di Manu Chao, Viva la vida ma anche Sere nere di Tiziano Ferro e Non mi va di Vasco. Le loro scelte risentono sempre di un’influenza dal britpop o da ambiti che ormai ci escono dalle orecchie, ma noi di certo non ci lamentiamo. Soprattutto se le hit vengono intervallate da brani originali, presenti nel loro cd, che spiccano per atmosfere cupe, sonorità da pezzi classici per voci bianche, quasi da colonna sonora da film horror.

Su come questo coro sia riuscito ad imporsi sulla scena internazionale si può leggere su internet in svariati posti (linko Wikipedia più per comodità che altro); collaborazioni con telefilm, apparizioni in tv.. le solite cose, insomma. La popolarità certo non si trova sugli alberi.
Come però la realtà degli Scala & Kolacny Brothers si possa configurare nel mercato discografico io ancora non riesco a capirlo: forse la gente è stanca di tutte queste voci tutte “troppo”, troppo graffiate, troppo roche, troppo potenti, troppo Adele, troppo particolari, e sente il bisogno di fare un passo indietro, di guardare verso un mondo che con la discografia ha poco o niente da spartire. Potrebbe anche essere che la gente apprezzi lo sforzo di tante ragazze che magari prese singolarmente non sarebbero potute arrivare da nessuna parte se non sotto la doccia, ma che invece insieme hanno trovato una loro dimensione – e che dimensione, oserei aggiungere.

La performance live di mercoledì sera a cui ho assistito è stata pressoché perfetta sotto molti aspetti: sembravano soldatini neri, bravissime nell’essere precise al secondo, quasi come se mandassero la registrazione. L’aspetto più “spettacolare” dello show si è rivelato un po’ come loro: molto misurato, elegante, mai fuori posto.

Per quasi tutta la durata del concerto, comunque, mi sono ritrovata a pensare “Sì, ok, siete perfette”, mia nonna direbbe “come il disco”. Ma chiariamo una cosa: se io voglio andare a sentirmi i Coldplay live, non mi aspetto che si esibiscano come il cd, ma anzi, mi aspetto qualcosa in più, che mi dia quella vibrazione che tanto non vedo l’ora di provare e che difficilmente scordo una volta tornata a casa.
Perciò, gli Scala & Kolacny Brothers hanno faticato a regalarmi questa leggera scossa. Tranne che per il brano a cappella che hanno eseguito: “Run children run”. Una bomba.
Quei quattro minuti di canzone, vi giuro, quei miseri quattro minuti di canzone sono valsi tutto il viaggio, il mal di testa pre e post trasferta, il panino mangiato in piedi in Corso Como, i camerieri dei bar che ad ogni metro ci offrivano un aperitivo a dieci euro e l’intero prezzo del biglietto.

Sito ufficiale
Scala & Kolacny Brother su Facebook
Carosello Records

  • Bea

    Ti lascio il mio primo commento..wow!

    Per me ci sono altri due buoni motivi per vedere gli Scala & Kolacny Brothers dal vivo -a parte la canzone “Run children run”- e sono proprio i “Kolacny Brothers”.
    Stijn Kolacny sembra quasi posseduto mentre dirige le sue donne; il suo corpo, dalle mani alla testa, al busto, ai piedi, vive della musica che c’è nell’aria ed è come se la musica entrasse dentro di lui e si diffondesse verso il pubblico e verso le coriste con il movimento del suo corpo.
    Steven Kolacny suona il piano..e lo suona con lo stesso trasporto con cui Stijn dirige. Anche il suo corpo vive della musica che lui stesso produce. E si crea un forte contrasto tra i fratelli e le coriste: il movimento, guidato dalla musica, dei Kolacny è in opposizione con la compostezza delle Scala che per quasi tutto il concerto restano immobili con le braccia lungo i fianchi.
    Sarò sincera, dopo le prime due canzoni volevo a tutti i costi sentire una sbavatura, un errorino, per poter essere sicura che le Scala fossero umane e non dei robottini che riproducono il cd..poi però la mia attenzione si è spostata sul pianista e sul direttore, e non mi è più importato di coglierle in fallo.
    Credo che -e lo dico con un pò di tristezza perchè anch’io faccio parte di un coro- senza i Kolacny Brothers non sarebbe stato niente di che..o almeno niente di cui parlare.
    Forse è anche per questo che si chiamano Scala & Kolacny Brothers.

  • Ovviamente.

    E’ un peccato che abbiano detto che preferivano far firmare gli autografi alle ragazze: io un autografo (o anche un caffè, o un amaro, o due chiacchiere) dal fratello al pianoforte me lo sarei fatto fare. O sarei andata volentieri sulla terrazza del Duomo a fare sunbathing..