#8marzo: la mimosa puzza.

Sì, avete ragione: non c’è cosa più banale che parlare dell’8 Marzo proprio (o solamente) la mattina dell’8 Marzo. Perfino dire “Dove l’hai lasciata la scopa?” per tutto il giorno della Befana adesso mi sembra un’idea più originale.
Però sono certa che mi perdonerete se oggi utilizzo questo spazio per fare qualche considerazione in proposito.
Lascio ovviamente alla mia amica Alessandra Mussolini l’onore di gridare dalla sala pitturata di Montecitorio (ci andrà mai in Parlamento o starà sempre davanti alla foto a far collegamenti in tv?) e difendere tutte quelle donne nel salotto di Barbara D’Urso per questa o per un’altra questione di cronaca nera, di dire banalità come “Basta alla violenza!”, “Vogliamo la pena certa!” e “Bisogna denunciare!”.
Lascio agli altri il ricordo della catastrofe in quella fabbrica, dove sono morte nel 1911 un sacco di lavoratrici donne – Wikipedia dice anzi che il fatto è realmente accaduto, ma che non è il motivo per cui si festeggia proprio oggi. Quello è per cose storiche, zar, San Pietroburgo, rivoluzioni.. Nella mia testa con queste parole si fa largo solo la scena della Corazzata Potemkin in cui la carrozzina precipita dalle scale e poi bum, il vuoto; non sono una grande fan della storia russa.
Lascio anche ai miei amici di Facebook l’orripilante abitudine di caricare un’immagine di un rametto di mimosa e di taggare le loro amiche femmine per far loro gli auguri. Riesco a sentire la puzza di mimosa anche dallo schermo: evitate. Vi rispondiamo con un “mi piace” o con un grazie striminzito solo per educazione (#sapevatelo).

Al contrario di tutto ciò, mi voglio prendere cinque minuti oggi per festeggiare in un modo un po’ diverso questa ricorrenza che mi rimane abbastanza indigesta, tutto sommato.
Nonostante la mia famiglia sia di dimensioni considerevoli, le donne non sono tantissime. Io ho tre fratelli maschi, mia mamma ha tre fratelli maschi e a casa di mio papà c’erano cinque figli, di cui solo una (la prima) femmina. Il testosterone da noi si spreca, quindi.
Proprio per questo motivo ho sempre considerato le donne dell mia famiglia delle vere e proprie rocce, uniche e insostituibili. Andiamo dalla “mia mamma preferita”, che si sta dedicando anema e core a noi quattro scapestrati figli e al suo lavoro di maestra, permettendoci di fare qualsiasi cosa noi decidiamo di fare, alla mia nonna materna, che mi ripete ciclicamente le stesse cose ma per noi si farebbe tagliare tranquillamente una mano sulla fiducia. In più, ha passato anni a rimproverarmi il fatto che la maggior parte della gente è solita chiamarmi con il soprannome – strano che a dirlo sia proprio una Filomena che col tempo è diventata semplicemente Ena per tutti.
Questa mia nonna era l’ultima di otto figli (quattro maschi e quattro femmine: la loro madre è stata Fortunata di nome e di fatto), dei quali solo tre sono ancora in vita. Oltre a lei, infatti, ci sono anche due sorelle, entrambe mai sposate né fidanzate ufficialmente con qualcuno, che hanno passato la loro vita lontane a svolgere lo stesso lavoro e che, dopo i sessant’anni, si sono ritrovate ad abitare di nuovo insieme in un paesino in campagna a 30 km da qui. Sono una l’opposto dell’altra: una attiva e dinamica quasi come fosse una ragazzina (si è aggiudicata il soprannome di Ninja: credo basti per descrivere il tipo), l’altra dedita all’uncinetto e alle repliche di Derrick; una abituata ad uscire in pile e l’altra che usciva impellicciata, con borse firmate e il rossetto fucsia anche per andare a prendere un caffé.

Sono queste le donne che vanno celebrate, altro che Belen e la sua farfallina.
Il bello è che ce ne sono tante in ogni famiglia, di donne autentiche che hanno vissuto delle esperienze che neanche nei libri se ne trovano di simili. Sono le stesse che andiamo a trovare di rado o malvolentieri perché, soprattutto da anziane, ci offrono qualsiasi cosa abbiano in casa di commestibile in quantità industriali e ci raccontano sempre le stesse storie; ormai sappiamo tutto a memoria, ma le ascoltiamo e riascoltiamo manifestando l’interesse della prima volta.
Oggi è anche la loro festa: un rametto di mimosa comprato all’angolo della strada (che, detto fra noi, puzza da maledetto) ci costa qualche euro, dare un briciolo di attenzione a queste nostre donne ci costa solo una carezza.