Stronzate!

Quando ero piccola, intorno ai quattordici anni, io e le mie amiche ci scambiavano spesso i libri da leggere, dal momento che l’argomento che cercavamo era lo stesso per tutte, ovvero capire qualcosa in più sull’amore e affini. Imparavamo qualcosa e poi integravamo il tutto coi vari film e telefilm di cui ci drogavamo.
Io avevo un’insana passione per i libri de Le Ragazzine, quelli con i disegni stilizzati sulle copertine e il dorso delle pagine pitturato di rosa fucsia – ancora oggi nel comodino spesso mi capita di infilarci di nascosto “La mia vita è un disastro”, soprattutto quando sono triste.. risate assicurate con lo zio pelato e il DdS.
Alcune delle mie amiche invece snobbavano queste cose “moderne” e si buttavano su libri che trovavano in biblioteca o in giro per casa. Soprattutto la mia amica D. si affidava ai vecchi libri un po’ ingialliti della madre, proprio sotto suo consiglio. Ho un ricordo preciso di due volumi, li ho letti entrambi presi in prestito proprio da lei e, per un motivo o per l’altro, hanno segnato la mia adolescenza.
Il primo è Donare (Il diario di Anna Maria), data 1982, autore tale Michel Quoist (chi?). Me lo ricordo come un libro polverosissimo, con la copertina tenuta insieme alle pagine con lo scotch, e la faccia di una ragazza con la frangetta davanti. Mi sovviene un qualcosa come “Quel bacio non ce lo siamo dato, ce lo siamo donato”, con conseguente sbrodolata sul perché di quel dono. Ho anche in mente, in modo un po’ vago, delle immagini esplicative dell’apparato riproduttivo femminile e altri dettagli.. Insomma, ha soddisfatto la nostra curiosità dei quattordici anni, ma per un meccanismo di rimozione freudiano devo aver cancellato tutto: qualcosa vorrà pur dire.

Il secondo libro che associo, quindi, è, di Erich Segal, Love Story. Un must. Generazioni di lettori ci hanno pianto sopra, generazioni di spettatori pure: sì, perché ne hanno anche fatto un film. Oliver “Preppie” e Jenny sono stati interpretati da due fighi incredibili che neanche per idea li avrei configurati così leggendo il libro, così belli, così anni ’70 per forza.
E’ un libro smielato e strappalacrime, poco adatto ad una come me che ha lasciato il romanticismo asettico e banalotto ai primi anni dell’adolescenza (e adesso capisco perché), ma allora non mi era neanche dispiaciuto troppo. D’altro canto, a sedici anni mi sono anche appassionata a Tre metri sopra il cielo; probabilmente ho fatto indigestione di questo genere di cose e da allora ho sviluppato un odio incondizionato per chi scrive abusando di punti fermi, ha una voce da cartone animato, si ostina a quarant’anni suonati ad indossare un cappellino con la visiera credendosi Willy il Principe di Bel-Air e usa a sproposito la parola AMORE (sì, esiste una persona che fa tutte queste cose contemporaneamente: chiedere di Federico Moccia).

Ad ogni modo, se ricordare il libro di Anna Maria mi ha suscitato un pelo di tenerezza per la stupidina che ero, Love Story invece mi ha subito fatto venire in mente una citazione precisa con cui sono cresciuta. Dopotutto, gli editori e i grafici hanno pensato bene di stamparla sulla copertina ad ogni ristampa del libro, così ce la siamo tutti marchiata a fuoco – io compresa – nella memoria.

Amare significa non dover mai dire mi dispiace.

Stronzate!