Quando non capisci la matematica.

Ieri notte, prima di addormentarmi, per un motivo che ancora mi è oscuro, mi sono soffermata a pensare all’ultimo anno del liceo, e in particolare al mio rapporto con la matematica. Non sono mai stata molto brava; datemi da scrivere un tema e sono contenta, datemi da studiare un plico di fogli di chimica e mi lamento per un quarto d’ora, ma davanti ad un compito di matematica credo di aver sempre avuto l’impulso irrefrenabile di alzarmi e iniziare a pulire i vetri di tutta la scuola.
In più, sono sempre stata pigra di fronte agli esercizi; se non mi venivano giusti non sprecavo di certo tempo per rifarli, sai che noia: quindi i miei voti hanno sempre oscillato fra il 5 e il 7 (il 7 me lo sono guadagnato solo in prima superiore, e solo con una professoressa che adoravo, ci tengo a precisarlo). Una volta ho perfino collezionato un 2 e mezzo, siore e siori.

Frequentando un liceo scientifico, però – si potrebbe aprire un capitolo sul perché io abbia scelto lo scientifico data la mia attitudine a quel tipo di materie, ma magari ne parliamo un’altra volta – ero certa che comunque non mi sarei liberata di matematica se non dopo aver consegnato il mio foglio alla maturità. Foglio che non avrei voluto consegnare in bianco, ma con almeno qualche scarabocchio, giusto per confondere la commissione d’esame.
E’ per questo motivo che ho iniziato ad andare a lezioni private di matematica.

Qualche piano sotto casa di mia nonna abitavano due sorelle (se non ricordo male, pure gemelle) sulla cinquantina, entrambe laureate in matematica, che insegnavano nello stesso Istituto Tecnico due materie scientifiche diverse; io avevo iniziato a fare lezione con una di loro, “quella con i capelli più lunghi”.
Entrambe non erano sposate, entrambe avevano un modo di parlare chiaro e semplice, con un tono di voce acuto. Avevano, in uno studiolo piccolo, un computer vecchio e impolverato dove una si sedeva a trascrivere le cose per la scuola mentre l’altra faceva lezione e di volta in volta fissavano gli appuntamenti su una agenda di cuoio con un rigore super. Mi sono sempre chiesta come avevano fatto a sopportarsi per una vita e come facevano di continuo, giorno per giorno, limitandosi a blaterare su cosa preparare per cena o lamentarsi perché l’altra si era dimenticata di stendere il bucato.

In realtà, matematicamente parlando, non è che abbia risolto molto: sapevo poco prima di andare a lezione e sapevo un pelo di più al momento della maturità. Ma ho frequentato la casa delle sorelle proprio nel momento in cui si una di loro si è ammalata gravemente e a volte la preoccupazione era tangibile, anche di fronte ai miei flessi e ai miei studi di funzioni.
Ho rivisto “quella con i capelli lunghi” qualche tempo dopo la morte della sorella e mi sembrava che avesse uno sguardo diverso, velatamente triste ma comunque rilassato, serafico, e sempre incoraggiante.
Forse non mi saranno serviti tutti quei soldi per capire la matematica, né a farmici appassionare, ma io da quelle lezioni ne ho ricavato ugualmente qualcosa.