Sul celolunghismo e altre paturnie maschili

E’ la notizia del giorno, e la cosa più incredibile è che, oggi, questa sia davvero una notizia.

C’è un’università inglese – e non un’università di uno staterello qualsiasi dell’America che cerca i suoi quindici minuti di popolarità, no, proprio una roba tipo King’s College – che ha condotto uno studio sulla misura del pene. Apparentemente, non era mai stata fatta una cosa del genere: è stato creato un “nomogramma” capace di rilevare le misure del vostro ciaffaro e definire meglio le dimensioni medie a seconda dell’età e dell’etnia. Non chiedetemi cosa sia un nomogramma, nella mia testa ho solo l’eco di ologramma argentato ed il marchio Univideo presenti sulla confezione (ding!), la voce delle care vecchie videocassette Disney.

Comunque, è emerso che le dimensioni medie del vostro arnese devono essere più o meno così:

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Scherzavo. Ma ho visto il terrore nei vostri occhi.

Lo studio è stato effettuato su un campione di 15 mila uomini sulla base di 17 ricerche diverse, e ha evidenziato come le dimensioni medie stiano fra i 9,16 cm a riposo e i 13,12 cm, in erezione. C’è anche un dato sulla circonferenza: dai 9,31 agli 11,66. Io  per una decina di minuti ho scambiato la circonferenza per il diametro, e non vi dico la mia faccia.

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Architetto mi ha detto che quando lui era piccolo girava una statistica che diceva invece che la media degli italiani era sui 16, scatenando il panico fra i maschietti e generando una lunga catena di pippe mentali (e non voglio sapere altro). All’epoca, è vero, c’era internet ma ci andavamo di rado, e tutto quello che leggevamo lo prendevamo per oro colato. Mica come adesso, che si trovano sia le cazzate che le cose serie, dalla cartina tematica delle regioni italiane (il Molise è primo in classifica) alla mappa mondiale per dimensioni del pene. Col computer ci facevamo le ricerche per la scuola, sul nazismo o sull’economia della Finlandia, e se lo trovavi scritto su internet allora doveva essere vero per forza. Se trovavi scritto che nelle mutande dovevi avere un incrocio fra una zucchina e un minipimer, doveva essere vero per forza.

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Questo nuovo sconvolgente studio, comunque, è stato pubblicato su una rivista di urologia e sembra essere importante sia per le aziende di preservativi che per tutti quei medici che si trovano con pazienti affetti dal celolunghismo, una vera piaga per l’umanità che perdura dalla notte dei tempi. E pur invadendo anche altri campi – perché si parla di celolunghismo anche quando si ha il vestito più costoso, il cellulare più grande, il voto più alto, la macchina più potente – quella cosa lì rimane sempre la vostra preferita.

E a niente, a niente sono valsi decenni di articoli e di pacche sulle spalle, di rassicurazioni sulla questione del piacere femminile e di perché l’importante è come lo usi e tutto il resto. Per voi è importante e non c’è niente che possiamo dire o fare per farvi cambiare idea.
Tanto lo sappiamo tutti come va a finire. Il metro è nel secondo cassetto del mobile.

Quel sapore di saliva e di imbarazzo

La cosa più sbagliata è credere che il tempo dei baci sia tempo perso.

La prima volta che ho dato un bacio non sapevo cosa stavo facendo. Mi guardavo intorno senza capire, sentivo le orecchie pulsare, non vedevo oltre il mio naso.
Devo aver avuto tredici anni, non di più. C’era buio, ma non un buio pesante, c’era buio da serata d’agosto, con le zanzare e le lucciole tra i cespugli. Mi ricordo addirittura com’ero vestita, una camicia rossa con le maniche a tre quarti, dei jeans scuri slavati e le Adidas con le righe rosse.
Era un posto un po’ sperduto, una strada asfaltata e qualche panchina, le macchine di lì passavano raramente. Avevo già il cellulare, ma i miei jeans non avevano le tasche e io ero uscita senza borsa, così il mio primo bacio l’ho dato con il telefono in mano. Stavo lì a mezz’aria, avevo soltanto una vaga idea di quello che stavo facendo e lo facevo, con il mio Nokia stretto fra le mie mani e il suo collo.

La cosa più sbagliata che si possa credere è che il tempo di un bacio sia tempo perso. Il più delle volte la gente rifila dei baci frettolosi, stereotipati, uguali a tanti altri. O non li dà neanche più.

Il mio primo bacio non mi era piaciuto granché. Non era colpa di nessuno, né mia né sua. E’ passato molto tempo ma ci posso mettere la mano sul fuoco, che sarà stato di sicuro un bel bacio – lui ci sapeva fare, credo. Non mi era piaciuto forse perché ero piccola, forse non ero abituata a quella sensazione di bagnato, a quel sapore di saliva e imbarazzo, o forse lui non mi piaceva poi tanto.

Stavamo ore al telefono a raccontarceli, i baci. Era la cosa più preziosa che avevamo e adesso, che amiamo da tanti anni, che amiamo con una certa maturità e una certa sicurezza, lo abbiamo dimenticato. Baciamo – lo facciamo anche molto bene, per carità – ma abbiamo soltanto una vaga idea di quello che stiamo facendo. Ci sembra quasi di perdere tempo, con tutto quello che c’è da fare. Baci arrendevoli, stanchi, vuoti.

A quel primo ne sono seguiti altri, e poi altri, e poi altri. Su un motorino, seduti su una panchina, sotto una grondaia, con l’apparecchio, in una cucina, sotto le stelle, su un letto. Ecco perché baciarsi non è mai tempo perso: non lo è a quindici anni e non lo sarà  a trenta, a cinquanta o a sessanta. Ogni bacio è una scoperta. Non avete idea di che cosa scoprirete nel prossimo.

Ocio agli Oscar 2015 – Notti magiche, inseguendo il sonno

Sì, è successo di nuovo. Il segreto è ovviamente stare su Twitter, tenere una macchina del caffè espresso a portata di mano e non avere un cazzo da fare il giorno dopo.

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La cosa più difficile della notte degli Oscar è superare le due. Le due di notte sono pesanti. Non sai se dire vaccagare, vado a letto oppure rimanere saldamente attaccata al divano. L’importante è non andare in cucina, perché se vai in cucina ti viene un pizzichino di fame, e allora devi mangiare quel pezzettino di focaccia, e poi allora apri una birra, e poi ciao, premiazione andata, finito tutto, torni in sala e ha vinto Il Volo e Carlo Conti è già a prenotare la lampada facciale nel centro sotto casa. Potrei dire poi di come siano difficili le tre, e poi le quattro, ma che vi frega.

I vincitori, comunque, sono scritti dappertutto ma ve li riassumerò qui brevemente. Anche quest’anno abbiamo un Sorrentino: è Milena Canonero, oscar per i migliori costumi (per Grand Budapest Hotel) già premiata altre tre volte. E’ talmente brava che vorrei chiederle se mi fa da costumista anche nella vita di tutti i giorni. Gli attori premiati sono stati J.K. Simmons (non protagonista per Whiplash), Patricia Arquette (non protagonista per Boyhood), Eddie Redmayne (Stephen Hawking per La teoria del tutto) e Julianne Moore (Still Alice). Premio alla fotografia per Lubezki (Birdman), colonna sonora originale e scenografia per Grand Budapest Hotel. La miglior regia è invece per Inarritu ed è suo anche il miglior film, Birdman – capito, Architetto, Birdman! Per far presto, in tutto dovrebbero essere American sniper: 1, Boyhood: 1, Whiplash: 3, Grand Budapest: 4, Birdman: 4. I miei due film preferiti a pari. Top. Per gli altri premi, più da nerd, vi rimando a siti più decenti. Lì sicuramente vi diranno tutto quello che volete sapere.

A questi Oscar 2015 sul red carpet c’erano tutti: Cate Blanchett sempre bellissima, Gwyneth Paltrow in un vestito rosa cipria che si possono permettere solo lei e il manichino, e la meravigliosa Marion Cotillard – meravigliosa anche agghindata con un sacco che la faceva assomigliare ad un rotolino di sushi. Poi c’erano Rosamund Pike, stavolta vestita un filo meglio rispetto ai Golden Globe (tutta tempestata di rose) e Jennifer Lopez con le tette di fuori. Come al solito, insomma. Fra gli uomini, Benedict Cucumber-coso aveva una giacca bianca che faceva molto Matthew Meccona-hey dell’anno scorso (ho imparato a pronunciarlo giusto, Meccona-hey!, è quasi un miracolo); Bradley Cooper era un po’ meno armadio di come lo abbiamo visto in American Sniper ma aveva tre kg di brillantina in testa e Clint Eastwood sembrava in libera uscita coi parenti dall’ospizio.

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Ci sono stati anche dei fail, ovviamente. Non dei fail come la storia di Semmai90, ma comunque dei fail. Lady Gaga per esempio si è presentata con dei guanti da lavapiatti e un vestito a forma di pesce martello. O Rita Ora con un qualcosa di improponibile addosso. Oppure Jared Leto vestito come Enzo Miccio in una puntata di Real Time sui matrimoni.

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La cosa più divertente è arrivata con Dakota Johnson, sul red carpet. La figlia di Melanie Griffith, attrice di Cinquanta sfumature, si è presentata agli Oscar con la mamma: già andare con la mamma superati i tredici anni fa un po’ sfigata in ogni caso, figurati poi se sei la fidanzata di Christian Grey. Comunque, ovviamente è stata intervistata e, ovviamente, tutti hanno indugiato lì, su Cinquanta sfumature di grigio. Oh che bello, le ha detto la giornalista, sei qui con tua mamma. Melanie, avrai visto tua figlia nel film, è bravissima, e Melanie, scuotendo la testa, mh, no, non l’ho vista, non credo di guardarla, sarebbe un po’, imbarazzante, ecco. Dakota, il film non lo vuole vedere manco tua madre, io due domandine me le farei.

Comunque, finito il tram tram del red carpet (arrivano le celebrity, si fanno due foto col braccio così e cosà, i nerd si scatenano sulla marca del vestito, si twitta dicendo quanto si è rifatta questa o quest’altra) è incominciata la vera Oscar night. Mi calava la palpebra, ma ho resistito.

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La serata l’ha presentata Barney Stinson ed è stato, in ogni caso, leggendario. (Io a quel punto perdonatemi ma ho mangiato un’altra focaccina, il red carpet mette una fame che neanche cinquanta vasche di fila). Neil Patrick Harris aveva dei completi bellissimi, era tirato a lucido come se dovesse fare la cresima e ha iniziato cantando. Sembrava Nothing suits me like a suit. Bello eh, però alle tre di notte, col volume basso per non disturbare la gente normale che dorme, insomma, il rischio di passar via era dietro l’angolo. Fortunatamente dopo poco ha cantato Adam Levine, quello dei Maroon 5, ed eravamo tutte ringalluzzite sul divano a chiedergli di fare delle cose zozze.

Devo dire la verità: lo show dell’anno scorso, con Ellen Degeneres, Jennifer Lawrence che si prestava a fare qualsiasi cosa e Di Caprio dimenticato da tutto e da tutti era stato più divertente. Lo stesso Sanremo a tratti è stato più divertente, e ho detto tutto. Ma in ogni caso ci sono stati dei momenti memorabili. Per esempio Meryl Streep che si sbraccia per mostrare apprezzamento al discorso di Patricia Arquette, Lady Gaga che canta Tutti insieme appassionatamente (CIOE’, CAPITO? THE SOUND OF MUSIC, IL MIO FILM DELL’INFANZIA!!!) e che abbraccia Julie Andrews in persona, o Benedict Cumberbatch che interpreta quello che si scola qualcosa dalla fiaschetta già ad inizio serata.

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Di questi Oscar 2015 ci ricorderemo anche di quei film pompati con decine di candidature che poi si rivelano essere destinati a rimanere nel calderone delle banalità, di Neil Patrick Harris che fa un omaggio a Birdman e si presenta in mutande, del modo stranissimo di applaudire di Wes Anderson e di Adam Levine che canta, o che semplicemente viene inquadrato. Ma dopo tutto Adam Levine è sempre memorabile, che ve lo dico a fare. C’è solo un problema, però: ha una moglie con delle orecchie a sventola che è probabile che riesca a prendere Sky direttamente da Los Angeles. Non so cosa stia aspettando a lasciarla. E’ me che vuole, cazzo.

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Ocio agli Oscar – American Sniper, The imitation game, Boyhood, Grand Budapest Hotel  Ocio agli Oscar – Whiplash, La teoria del tutto, Gone Girl Ocio agli Oscar – Birdman, Still Alice (e le previsioni)

Ocio agli Oscar 2015 – Anche ai maratoneti si rompe il wifi

Avevo in programma di guardare qualsiasi cosa, prima degli Oscar, e diventare quindi il Marino Bartoletti dell’Academy, ma qualcuno da lassù ha voluto che spostassi l’attenzione su affari più seri. L’ho già detto in tutti i luoghi e in tutti i laghi, ma nelle ultime due settimane il wifi di casa mia ha deciso di diventare un “ballerina”, e i miei progetti di cazzeggio hanno dovuto subire uno stop forzato.

La mia più grande preoccupazione era riuscire a guardare comunque la diretta domenica sera, che senza Sky noi poveri mortali dobbiamo per forza collegare il computer alla televisione e sorbirci dei sottotitoli in coreano. Ma le mie preghiere sono state esaudite: a quanto pare Cielo TV trasmetterà la serata in chiaro, dalle 11 fino alle 5 del mattino. Ditemi chi devo andare a baciare, per questo.

Ho stilato anche una mini lista, una specie di mia premiazione personale, perché alla fine me ne frega fin lì di chi vincerà davvero. Io e la mia espertissima commissione ci siamo riuniti e a gran voce abbiamo deciso chi sono i più meritevoli di quest’anno. Ve li dirò dopo lo sproloquio sugli ultimi due film che ho visto. Sarò velocissima.

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STILL ALICE 
Di Richard Glatzer e Wash Westmoreland. Con Julianne Moore, Kristen Stewart e Alec Baldwin.

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Ve lo dico subito: è un film super drammatico. La storia si riassume in due righe: Alice è una professoressa di linguistica, una tipa tosta, che insegna alla Columbia University; ha un marito (anche lui impegnato nella carriera accademica) e tre figli. Una donna normale, insomma, se non fosse per la sua malattia, una forma presenile di Alzheimer.
Architetto direbbe che in questo film non succede niente. Io dico che non è vero, che non succede niente: succedono cose normali, di famiglia, che per Alice diventano via via sempre più difficili. Non mi soffermerò sulle tematiche della malattia, perché ognuno ha una sensibilità diversa, ma una cosa ve la voglio dire: mi aspettavo di versare fiumi di lacrime, e invece mi sono ritrovata in maniera molto lucida a pensare davvero a cosa succederebbe se non avessi più il controllo della mia mente. Mi sono immaginata in Alice, con la sua vaghezza di pensiero, col suo sguardo vuoto, e mi sono sentita persa.

Il film in sè non è niente di che, infatti è candidato soltanto nella categoria Miglior attrice protagonista con Julianne Moore, che secondo me vincerà. Io le assegno il mio premio personale, come Miglior henné, perché hai dei capelli color Sirenetta fantastici.

(Ah, giusto per la cronaca, la figlia è Bella Swan, e sorride pochissimo anche in questo film).

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BIRDMAN O (L’IMPREVEDIBILE VIRTU’ DELL’IGNORANZA)
Di Alejandro Gonzàlez Inarritu (immaginatevi che sulla “n” ci sia il simbolino della pina colada). Con Micheal Keaton, Emma Stone, Edward Norton, Naomi Watts e quello che ha fatto Alan in Una notte da leoni.

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Non fatevi ingannare dal trailer: sembra la classica cagata holliwoodiana, di supereroi, effetti speciali e gente che esplode per strada, ma in realtà è proprio tutt’un altro film.
Micheal Keaton in questo film è Riggan Thomson, un attore che negli anni novanta ha raggiunto il top del successo con una serie di film (Birdman, appunto) interrompendo la saga dopo il terzo episodio. Oggi, a distanza di anni, si ritrova ancora intrappolato nella figura dell’attore in decadenza e tenta di riscattarsi portando in scena, a Broadway, un’opera impegnata. Il vero problema, però, è in se stesso: Riggan in realtà è più che altro incatenato al personaggio di Birdman, che si è impossessato della sua mente e lo ha portato a sragionare di fronte a tutto e a tutti.

Non è un film leggero, ma l’ho trovato un film molto intelligente. Mi spiego meglio.
Prima di tutto, c’è un lavoro di pre e post produzione pauroso, con questo lunghissimo piano sequenza lungo un’ora e mezza che sembra un miracolo della scienza e della tecnica. Poi, i dialoghi – i dialoghi! Il teatro rappresentato al cinema già di solito è un valore aggiunto, qui il loro inveirsi addosso sembra vero e sincero quasi come se gli attori stessero recitando proprio davanti a te. In più, le tematiche che affronta sono secondo me attualissime: la critica e le sue sterili etichette, le maschere di pirandelliana memoria, la linea sottile tra realismo, magia e fantascienza, e poi la differenza tra persona e personaggio, tra attore e celebrità, tra popolarità e successo.. Ci sarebbe da snocciolare ogni cosa. In ultimo, la recitazione, super credibile e  azzeccata. Di solito non provo molta simpatia per Edward Norton, ma ho trovato sia lui che Emma Stone (che amo da quando ha fatto Skeeter in The Help) due personaggi davvero irresistibili, stavolta.

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E’ vero, non è un film facile, dopo un po’ questi movimenti di macchina così fluidi possono stancare, e il rischio è che la trama subisca un’involuzione, che si appiattisca. Al cinema eravamo in cinque: a tre è piaciuto moltissimo, a due ha fatto schifo. Fate voi, insomma.

In ogni caso, è candidato a nove statuette: Miglior film, Miglior regia, Miglior attore protagonista (Micheal Keaton), Miglior attore non protagonista (Edward Norton), Miglior attrice non protagonista (Emma Stone), Miglior sceneggiatura originale, Miglior fotografia, Miglior sonoro, Miglior montaggio sonoro.
Io personalmente assegno il premio a Inarritu per la Miglior risposta in un’intervista: a proposito della scelta del piano sequenza, lui ha detto che sì, alla fine ognuno di noi è come se riprendesse la propria esistenza con una steady-cam per poi editarla in un secondo momento.. La vita non è altro che un lunghissimo piano sequenza, siamo noi a scegliere i momenti migliori. Uaoh.

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Avrei voluto guardare altri film (Foxcatcher, Selma, The Judge, quello con Marion Cotillard…) ma il tempo stringe e ho deciso di fermare qui la mia maratona pre-Academy Awards. Non vorrei lanciarmi in meri pronostici, ma faccio come quelli di Uomini e donne: IPHABI OGGI FARA’ LA SUA SCELTA, ma non preoccuparti Maria, scelgo con il cuore.

(Vi risparmio le categorie da nerd. Va bene che me la tiro, ma fino ad un certo punto).
Miglior sceneggiatura non originale: WHIPLASH, e sceneggiatura originale: GRAND BUDAPEST HOTEL (oppure Birdman, scusate ma non mi so decidere).
Miglior attrice non protagonista: EMMA STONE, di Birdman. Non vincerà, lo so. Miglior attore non protagonista: J. K. SIMMONS, di Whiplash. Immenso.
Miglior attrice: JULIANNE MOORE. Anche se la pazza di Gone Girl merita. Miglior attore: MICHEAL KEATON. Ma vincerà Eddie Redmayne, quello che ha fatto Stephen Hawking.
Miglior regia: RICHARD LINKLATER, di Boyhood. Anche se non mi è piaciuto molto, ma dodici anni sono dodici anni. (Vorrei tanto vincessero o Wes Anderson o Inarritu, sigh).
Miglior film: io mi sbilancio e dico GRAND BUDAPEST HOTEL. Quelli dell’Academy potrebbero farmi un piacere e far vincere Birdman, ma sicuramente vincerà Boyhood.

Sì, il tanto acclamato American Sniper rimarrà senza premi. Vedrai, Maria. Vedrete, domenica, se non ho ragione. Poi mi direte.

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Ocio agli Oscar – American Sniper, The imitation game, Boyhood, Grand Budapest Hotel 
Ocio agli Oscar – Whiplash, La teoria del tutto, Gone girl