Vorrei raccogliere una manciata di sabbia

Qualche giorno fa mi hanno scritto questo, per caso, quasi fosse un regalo, una lettera tipo Posta del Cuore. Frutto di un discorso più ampio ma essenziale nella sua brevità, pubblico tutto volentieri, sperando di poter dare una voce e un respiro a chi mi ha scritto. Grazie. 

Vorrei raccogliere una manciata di sabbia. Quei piccoli granellini così fini e intangibili. Vorrei trattenerli nel mio pugno, stringerli, quasi a farli scomparire. Ma non potrebbero scomparire. La materia ha volume. La puoi plasmare, trasformare, ma non eliminare.

Io oggi vorrei eliminarla. Vorrei cancellare quella manciata di sabbia. Vorrei che non esistesse. Vorrei aprire il pugno, osservare ogni singolo granellino, e soffiare. Soffiare e dissolverla nel nulla.
Non si depositerebbe a terra. Scomparirebbe nell’aria. Eliminata. Cancellata. Dissolta. Guarderei la mia mano, aperta, vuota, ma pronta ad accogliere altro. Non sabbia, però. Non più solo quella sabbia. La mia mano sarebbe aperta al futuro. Ad altro. A novità. E allora la smetteremmo con la solita sabbia, con quei fini e intangibili granellini di sabbia.

Oggi vorrei che non ci fosse più sabbia nel mondo. O che ne rimanesse solo una manciata, da raccogliere, da stringere, da guardare per l’ultima volta, da soffiare via.

 

Vestirsi alla moda oggi

Mi sembra di vivere un incubo.
Esco di casa. Ho una gonnellina svasata e una blusa un po’ anonima, una borsa a tracolla color gutturnio e un paio di zeppe non troppo alte (ma mannaggia a me potevo mettermi le ballerine che si stava decisamente meglio). E dire che non sono neanche vestita troppo male, voglio dire, sono al limite tra il confondermi con la tappezzeria e l’essere vestita di tutto punto, ma in giro mi guardano strano. Mi ritrovo a fare la fila al bar con ragazzine che mi sembrano venute da un altro pianeta. La radio del locale passa questa canzone:

Altro che incubo, allora è tutto vero. Quest’ondata di moda anni novanta sta contagiando tutti. Specialmente quelli che negli anni novanta erano avvolti in fasce e sorridevano ai budibudibudi e agli nghenghé delle loro mamme senza capire un accidente di moda e accessori.
Non so voi, ma io sono seriamente allarmata. Sarà la vecchiaia, sarà la mia banalità nell’abbigliamento ma trovo che dopo i risvoltini ai pantaloni e le espadrillas stiamo toccando quasi il fondo. Se anche voi vacillate davanti ai saldi e non riuscite a capire se quello che vi volete provare è un top o una gonna (giuro, mi è successo), ecco un vademecum sulle schifoserie da lasciare lì belle tranquille sugli appendini. Tanto la ragazzina dietro di te le sta puntando da quando è entrata nel negozio.

1. Il pannol- ehm, gli shorts di jeans a vita alta. Che poi, voglio dire, su alcune stanno anche decentemente, ma da dietro fanno l’effetto culo di Kim Kardashian e vi assicuro che no, non è bello. Specialmente se ce lo avete davvero, il diametro del culo di Kim Kardashian. (Il diametro, attenzione, solo il diametro).
La combo micidiale, però, è con il crop top, ovvero le magliette scappate. Sembra che abbiate ritrovato una maglietta dell’Onyx in campagna e che ve la siate messa lo stesso nonostante vi arrivi allo sterno. Ragazze mie, copritevi la pancia, che il rischio cagotto è dietro l’angolo.

jeans culati salopette bloglovin haze Jelly Shoes

La variante dei pantaloni culati (così mi verrebbe da chiamarli) è la salopette. Questa, devo dire la verità, ve la potrei anche passare. Anche se il miglior accessorio sarebbe un rullo e una tolla di bianco per andare a ridipingere la cucina.

2. Eppure, l’accessorio che sembra andare per la maggiore è, incredibile a dirsi, lo zainetto. Di pelle, di plastica, dell’Invicta tipo quello della gita delle elementari; piccolo, grande, medio, vuoto, pieno, rotto, nuovo di pacca.. Non importa. Basta che sia uno zainetto. E basta che serva a farvi assomigliare a Tomb Raider.

annathetekken.altervista.org tattoochoker

3. Un altro accessorio che sembra andare forte è il Tattoo Choker, meglio conosciuto come “la collanina del Cioè”. Le sono molto affezionata, mi ricorda i miei dodici anni. Però come tutti i ricordi è meglio tenerli al sicuro, chiusi, custoditi in un cassetto.

4. Ma il meglio, non so per quale motivo, quest’anno lo avete dato con le scarpe, le Jelly Shoes, i classici sandaletti da Nure. Era nel Nure che quando ero piccola mia mamma mi portava a fare il bagno e per non scivolare mi metteva queste scarpe un po’ bambino un po’ pescatore della domenica. L’anno scorso le ho cercate dappertutto per andare all’Isola d’Elba, invano, e invece quest’anno c’è l’invasione. Mannaggia.

5. Tolti gli stivali ad infradito, che sono uno sbaglio da cancellare dalla storia dell’umanità come i vestiti Desigual e le Crocs, quest’anno avete smesso le Stan Smith e vi siete dedicati ad una cosa sola: le Birkenstock Arizona. Già l’anno scorso si erano affacciate timide su Instagram, qualcuna le aveva già comprate e indossate: quest’anno abbiamo orgogliosamente dato il via ad una lunga estate caldissima fatta di ciabatte e jeans culati.
Io non so come dirvelo: possono anche essere fatte dalla Birkenstock o dalla Regina Elisabetta in persona, possono costare quasi un centinaio di euro o dieci al mercato, ma sempre ciabatte rimangono. Non dico che siano brutte come le scarpe di Ciodo per andare a mungere (vedere alla voce: Birkenstock Boston),  ma sembrano quelle del nonno per andare nell’orto.

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Vi capirei se faceste come le dive che le ciabatte se le mettono, certo, ma mica con i jeans e i merletti per andare ad un evento in città. Se le mettono per buttare la monnezza o uscire un secondo più o meno vestite con il pigiama. E scommetto che se ne vergognano pure. Ma chemmifrega, penseranno, ero solo uscita per scendere il cane che lo piscio, vuoi che le mie ciabatte diventino un trend per il 2015, ma neanche nel mondo dei sogni. Eh. Infatti io ve lo avevo detto che è un incubo.

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(Le immagini le ho trovate tutte ricercando su Pinterest)

Fare la muffa a Venezia

Io con Venezia ho un rapporto strano.
Ci sono andata per la prima volta all’inizio delle superiori, mi avevano fatto schifo i piccioni, erano ovunque. Ci sono tornata con i miei un giorno per il carnevale; niente piccioni ma costumi e maschere, a centinaia, che andavano avanti e indietro per Piazza San Marco e mi sembravano dei fantasmi usciti da Amadeus. Devo esserci tornata ancora, una volta o due, con Architetto: esponevano un suo modellino alla Biennale, eravamo andati a vederlo ed era stipato in un angolino insieme ad altri mille, tutti uguali. (No amore, non è vero, il tuo era il più bello. Se me lo ricordassi).

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Con Venezia ho un rapporto strano perché a volte mi piace: rimango incantata dai colori, dalle tradizioni, dalle indicazioni da ricercare per aria, dai balconcini dai fiori e dalle finestre. Altre volte sento soltanto la puzza di acqua di mare e di cantina vecchia, e invidio lo sguardo dei turisti giapponesi che mi guardano dalla loro gondola e sembrano felici addirittura di spendere tutti quei soldi.
Questa volta ci sono andata di sfuggita, sono stata solo poco più di ventiquattro ore, era un viaggio più di dovere che di piacere e rischiava di tramutarsi ancora in puzza di mare e cantina ammuffita. E invece. È stata quasi lei stessa a riconquistarmi.

– Appena arrivata, mentre cercavo di controllare la strada sul cellulare senza farlo bagnare stando sotto l’ombrellino che mi ero portata, c’è stato un temporale violentissimo. Cinque minuti, forse qualche chicco di grandine, poi basta. Un temporale estivo, ho pensato, niente di che. Poi ho scoperto del tornado, dei danni e di tutto il resto. Alla sola idea che Venezia potesse essere spazzata via – Venezia che è tanto bella ma non ci vivrei – mi si è gelato il sangue nelle vene.

– Non c’è niente di meglio che vedere una città che hai già visitato con un bambino che, al contrario di te, ha la curiosità in ogni fibra del suo corpo. Portatelo su un treno alta velocità per la prima volta, portatelo a vedere le gondole, a fargli fare un giro sul vaporetto. Lo sguardo sarà impagabile.

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– Mentre tornavamo verso la stazione, il giorno dopo, abbiamo ragionato a voce alta sulla stranezza dei numeri civici delle case. Non avevano una regola come le nostre, sembravano messe giù un po’ alla cazzo di cane, a te piace il millesettecentotré, tiè, pigliatelo e mettitelo in casa, che io qui vicino ci metto il millesettecentoquattro e il cinque e il sei. Dicevamo questo e quello finché un signore, con una ventiquattrore e uno spolverino color cammello, ci ha illuminato con il suo pacifico i numeri a Venezia vanno a spirale; partono dal centro e poi di sestieri in sestieri continuano. Vedi che a volte vale la pena fare la figura dei tonti.

– Nell’atrio della stazione Santa Lucia qualcuno ha messo un pianoforte, lì, proprio vicino alle seggiole dove aspettare il treno. In un  quarto d’ora ho sentito dei viaggiatori di diverse nazionalità suonare qualcosa di jazz e qualcosa di classico e poi Atlas dei Coldplay e poi i Queen. Poi mi chiedono perché mi piace la musica.

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– La prima cosa che ho sentito in Piazza San Marco, oltre ai rumori e ai suoni e al vociare della gente, è stata Gabriel’s Oboe. Architetto non è venuto con me a Venezia, eppure Gabriel’s Oboe è il suo cavallo di battaglia.

– Le stradine, i ponti, i sottoporteghi e le salizade sembrano tutti uguali. E forse lo sono anche, te ne convinci. Questo vicolino l’ho già fatto, pensi, questo angolino l’ho già visto, e invece poi ti giri e ti ritrovi una piccola meraviglia. Sì, Venezia è una cartolina, ma una di quelle da conservare con cura. Così non rischi di sentirci né l’odore di mare né la muffa.

Piano piano, poi tutto in una volta

Ho fatto un sogno stanotte. Eravamo su una spiaggia, io con gli occhiali da sole sulla testa e tu con le lentiggini e il vento in faccia. Eravamo sdraiati sui sassolini, avevamo i piedi raggrinziti dall’acqua, avevamo fame ma l’aria era troppo bella per ritornare a casa. Io ti guardavo, con un occhio chiuso e uno mezzo aperto, e ti avrei voluto dire andiamo dai che ho fame mi sta venendo lo stomaco lungo, ma poi ho pensato che davvero si stava troppo bene e lo stomaco sarebbe potuto diventare anche di sei metri, che mi importa, finché ci sei tu. Mi sono girata su un fianco per guardare oltre quella scogliera, il sole stava quasi sparendo. Mi sono messa gli occhiali da sole per vedere meglio ma, una volta inforcati sul naso, tutta la spiaggia scompariva: ora eravamo su un divano, con un bicchiere di vino bianco e due stuzzichini fra le mani, probabilmente ad un aperitivo con qualche tuo amico. Io avevo il vestito rosso e le ballerine nere, tu una camicia grigia con una macchiolina di vino sul braccio. Mentre loro ci raccontavano delle vacanze, del lavoro e di quanto quel supermercato ha alzato i prezzi mamma mia non hai idea di quanto costino anche solo il pane e il latte, tu mi guardavi con gli occhi piccoli e stanchi, quasi a dirmi che non ne potevi più, e io allora alla prima occasione buona mi alzavo e dicevo scusate, mi sento poco bene, andiamo? Siamo tornati a casa in bicicletta (non so perché siamo tornati a casa in bicicletta, forse non avevamo ancora la patente, o forse fra qualche anno diventeremo salutisti e gireremo senza emettere schifo nell’atmosfera, chi lo sa) e tu mi raccontavi della tua giornata, di quanto eri stanco e di quanto avessi voglia di stare solo con me. Avevo le chiavi di casa – casa nostra, credo. Salivamo, facevamo le scale con estrema calma, aprivamo la porta ed entravamo silenziosamente in sala. (Era tutta bianca, la casa. C’erano anche due quadri alle pareti, un tavolino e un divano arancione, che sicuramente avrai scelto tu).  Accendevi la luce e su quel divano, puff, tantissimi bambini. I maschi giocavano con i dinosauri, le bambine avevano un qualcosa di Frozen. Mi guardavi con due occhi così, come a dire no non è possibile, e io ridevo. Spegni la luce e riaccendi, ti ho detto, magari è un sogno. Lo hai fatto, hai spento e riacceso un paio di volte, ed è scomparso tutto. Ora eravamo al buio, insieme, sotto lo stesso piumone, con un’aura di colori freddi attorno, e tu avevi le mani calde e prendevi le mie e mi toccavi il labbro come fai di solito e mi dicevi molla, molla, e mi dicevi ora dai stai zitta non rompere i coglioni che dormiamo. Un sospiro di nuovo, uno soltanto, il tempo di socchiudere gli occhi ed ero nel mio letto, da sola, sveglia, a fissare il soffitto. Ci vedevo mani intrecciate e stuzzichini sui vassoi, giocattoli di Frozen e occhiali da sole portati sulla testa, biciclette legate ai pali e salsedine sulla pelle. Ho guardato il muro poi il soffitto poi ancora il muro – mi sentivo fredda, sola, come una carta da parati – ma niente.
Cosa facciamo domani?