Ocio agli Oscar 2015 (perché anche stavolta dobbiamo darci un tono)

Gennaio potrebbe quasi diventare il mio mese preferito. Non solo per quest’aria frizzantina nelle giornate di sole, non solo perché proprio in quella pagina nel calendario che ha fatto a mano la mia amica Bea c’è una mia foto in bella vista, no. Perché a gennaio devo per forza buttare un “ocio” agli Oscar.

Premettiamo subito una cosa: non sono una grandissima esperta di cinema. Forse lo sono un pelo di più rispetto alla media, per tantissime ragioni che non importano a nessuno (ricordiamoci che in Italia i film più visti rimangono quelli di Checco Zalone..) ma il mio non è un punto di vista poi così autorevole. Mi piace questo Ocio agli Oscar perché vorrei creare un angolino tutto chiacchiere e distintivo nel quale ognuno possa sentirsi libero di dire quello che vuole, dal “che palle Wes Anderson” al “vai a cagare perché non hai capito niente di American Sniper”.
L’anno scorso ci siamo buttati a capofitto perché c’era Sorrentino in gara, e se non avevi una tua opinione sulla Grande bellezza non eri nessuno. Quest’anno non c’è neanche un italiano in lista. Ma tranquilli, sono sicura che Maccio Capatonda avrà una chance nel 2016.

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THE IMITATION GAME
Di Morten Tyldum. Con Benedict Cumberbatch (già altrove soprannominato Benedict Cucumber) e Keira Knightley.

Se non vi dice niente il nome Alan Turing, qua la mano, neanche a me.
Sono andata al cinema avendo in mente solo un generico “vado a vedere il film di un matematico”, aspettandomi formule scritte su lavagne grandi come pareti, concetti pesanti come pietre e un vago odore di Miss Cherie di Dior sotto il naso, il profumo della mia prof di matematica del liceo. Invece mi sono dovuta ricredere: The imitation game parla di questo studioso esperto di crittografia (sicuramente qualcosa di più elaborato del crittografato della settimana enigmistica) che si mette a lavorare per la marina inglese. Viene assunto per fare solo una cosa, segretissima: decifrare i codici, impossibili, con cui i nazisti comunicavano durante la seconda guerra mondiale.
Una volta capita l’antifona mi sono quasi rassegnata: due fra le cose che odio di più al mondo sono proprio la matematica e la storia. Eppure questo film mi è piaciuto. Certo, non aspettatevi che vi sconvolga l’esistenza: è complessivamente un bel film, fatto bene. Ha una sovrapposizione interessante dei diversi piani temporali e alcune tematiche molto importanti a fare da sfondo. Benedict Cucumber per me è intenso e magnetico, roba da non riuscire a staccargli gli occhi di dosso e vedere addirittura il riflesso delle luci nell’azzurro delle sue iridi; lui e Keira sono sicuramente un valore aggiunto, specialmente verso la fine (quando Alan è in casa, sofferente per la terapia). Consiglio spassionato: forse vale la pena vederlo in lingua originale.

E’ candidato per: Miglior film, Miglior attore protagonista (Benedict Cucumber), Miglior attrice non protagonista (Keira Knightley), Miglior sceneggiatura non originale, Miglior montaggio, Miglior scenografia, Miglior colonna sonora originale.
Istituirei un premio personale per Keira, che con i suoi accessori vince sicuramente come Miglior cappellino da royal wedding.

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AMERICAN SNIPER 
Di Clint Eastwood. Con un armadio (Bradley Cooper) e “quella famosa che non so dove ho già visto” (Sienna Miller, castana).

Filmforlife.org

Sì, questo è Bradley Cooper.

La storia è presto detta: Chris Kyle, un giovane del Texas fortemente legato agli ideali americani di giustizia e patria, decide di arruolarsi nell’esercito fino a diventare uno dei cecchini più letali del reparto dei SEAL. Non aspettatevi un ulteriore intreccio di trama, perché Chris oltre ad andare tre o quattro volte in Iraq, sposarsi, litigare con la moglie e ninnare un bambolotto al posto di suo figlio non fa.

Non assalitemi: mi è piaciuto abbastanza, nonostante i film di guerra non siano proprio i miei preferiti. Mi è piaciuto perché ho trovato una giusta alternanza di guerra-casa: io sono una che durante le scene di guerra, con la gente al fronte che corre col fucile in mano e pem-pem-ratatatatà-sdeng, alza “gli occhi al cielo per le Ice Capades” (cit.), ma stavolta non ho sofferto più di tanto. Merito di Clint Eastwood, probabilmente.
Comunque, uscita dalla sala mi sembrava di avere due sole idee in testa: adesso mi vado ad arruolare anche io, oppure adesso vado al poligono di tiro e provo a sparare qualche colpo. E basta. Sì, tutto sommato è un film raccontato e montato molto bene, con un Bradley Cooper immenso forse più per la stazza che per la bravura (vi giuro, sembra pompato col compressore, non riesci a pensare ad altro) e con qualche scena veramente toccante, specialmente quella del bambino con in mano il lanciarazzi. Ma per il resto, forse per un limite mio, non entusiasmante e illuminante come lo dipingono.

Candidato per: Miglior film, Miglior attore protagonista (Bradley Armadio Cooper), Miglior sceneggiatura non originale, Miglior montaggio, Miglior sonoro, Miglior montaggio sonoro.
Io voglio dare il premio come Miglior attore di un telefilm che conosciamo solo in cinque in Italia a Joel di Parenthood.

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BOYHOOD
Di Richard Linklater. Con Ellar Coltrane, Ethan Hawke e Patricia Arquette.

BOYHOOD TUMBLR

E’ una cosa strana. Boyhood non è un film normale, perché per farlo ci hanno messo dodici anni. Dodici anni. Per tutto questo tempo, un mese all’anno, il registra ha usato lo stesso bambino (Ellar Coltrane) e la stessa bambina (sua figlia, Lorelei Linklater) per raccontare l’evoluzione di una famiglia e il rapporto con i genitori, divorziati risposati separati ma sempre più o meno presenti.

La vera figata di Boyhood è che questa evoluzione è tangibile – talmente tangibile che la vedi nelle facce, nelle guance di Mason che da paffute si riempiono di barba, nel “mio corpo che cambia” della sorella, nei segni del tempo sul viso della mamma.
La vera palla di Boyhood è che è un film lunghissimo, a tratti noioso, ma di una noia forse significativa per farti capire quello che il regista vuole trasmettere. Non ci sono picchi, non ci sono grandissimi colpi di scena: quello che vedi sullo schermo è l’esistenza vera, con i chili di troppo, i capelli che crescono vengono tagliati e ricrescono, gli oggetti tecnologici che passano di moda. Il tentativo è di far coincidere la vita con il film, che a volte è piatta e deludente, ma non per questo priva di valore.

Vi dico la verità: è un’idea meravigliosa, questo gap di dodici anni mi ha affascinato moltissimo, ma mentre lo guardavo non vedevo l’ora che finisse. In queste due ore e quaranta Boyhood mi ha lasciato seguire così liberamente i miei pensieri che ad un certo punto mi è venuto in mente “24 Hours Psycho”, un rimasuglio di qualche esame di storia del cinema che sinceramente non so da dove mi sia uscito. Hitchcock, Truffaut, esperimenti oltre il cinema.. Ho fatto un viaggio che neanche Bridget Jones quando era fatta di funghetti.

E’ candidato nelle categorie Miglior film, Miglior regia (Richard Linklater), Miglior attore non protagonista (Ethan Hawke), Miglior attrice non protagonista (Patricia Arquette), Miglior sceneggiatura originale, Miglior montaggio.
Per me è l’idea che conta, quindi sicuramente vincerà qualcosa. Oltre al mio personalissimo premio, Miglior film che inizia con una tua canzone preferita.

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GRAND BUDAPEST HOTEL 
Di Wes Anderson. Con Ralph Fiennes, Jude Law, Tilda Swinton, Adrien Brody, F. Murray Abraham (il Salieri di Amadeus) e tantissimi altri.

Ho tenuto questo film per ultimo, non a caso, perché ho un po’ di timore a parlarne.
Prima cosa da sapere: siamo davanti ad un film che sicuramente divide il pubblico. O lo ami o lo odi, non credo possano esistere vie di mezzo.
Seconda cosa da sapere: io l’ho amato.

In questo film tutto ruota attorno alla storia del Grand Budapest, sfavillante albergo in piena attività negli anni trenta, e del suo concierge, Monsieur Gustave H., un personaggio stravagante amato da tutti gli ospiti dell’albergo, signore anziane soprattutto. All’improvviso, una di queste sue amanti molto mature (dietro quella faccia, in fondo in fondo, c’è Tilda Swinton) scompare: Gustave e il “lobby boy” Zero Moustafa intraprendono così un viaggio che si rivelerà il più stravagante e pazzesco della loro esistenza.

thenypost.wordpress.com

Ho messo queste foto per farvi capire il mood di questo film. I colori, le simmetrie, i personaggi quasi come delle macchiette, la musica (signori, la musica!), l’ironia sottile, le scene da teatro dell’assurdo: c’è tutto. Io l’ho trovato una favola piacevolissima da guardare e facilissima da seguire, capace di portarti in un’altra dimensione e farti gustare il sapore di ogni inquadratura, sapientemente studiata e ricercata.
Ve l’ho detto, però, o si ama o si odia. Per apprezzarlo almeno non vi deve far schifo il genere che, per fare un esempio così su due piedi, associo più o meno al Favoloso mondo di Amélie e Pushing Daisies. E’ anche un film per quelle persone che tirano giù i righelli di Photoshop per avere le immagini perfettamente equilibrate, perfettamente centrate, perfettamente simmetriche. Che hanno dei disturbi ossessivo-compulsivi, insomma, come Architetto.

Candidato in 9 categorie: Miglior film, Miglior regia (Wes Anderson), Miglior sceneggiatura originale, Miglior fotografia, Miglior montaggio, Miglior scenografia, Migliori costumi, Miglior trucco e acconciature, Miglior colonna sonora originale.
Per me potrebbe prenderli tutti, ma mi aspetto insulti e lanci di pomodori. Su una cosa dovete darmi ragione, però: premio al Miglior personaggio rievocato durante il film (quello che ti aspetti che salti fuori da qualche spigolo ma che non si presenta mai) a Philippe Daverio.

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Spero di avervi trasmesso un briciolo di voglia di andare al cinema a vedere qualcosa di bello, oltre a Maccio Capatonda. American Sniper e The imitation game dovrebbero ancora essere in sala, gli altri si possono recuperare facilmente online. Vorrete mica guardarvi l’Isola dei Famosi stasera, vero?
Se invece volete stare al mio stesso passo, la prossima settimana sarà la volta di WHIPLASH, LA TEORIA DEL TUTTO, FOXCATCHERGONE GIRL - L’AMORE BUGIARDO.

Le fisse

Sono famosa per avere delle fisse. Passeggere, veloci, perché fortunatamente dopo qualche giorno (alla peggio qualche settimana) si affievoliscono fino a lasciare il posto ad altre. Per esempio prima di Natale avevo la fissa di giocare di continuo con l’app Solitari italiani (era peggio di Candy Crush, una droga), del mangiare solo crackers Doria o melanzane cucinate in qualsiasi modo, o di usare soltanto una borsa a tracolla color gutturnio. (Ora le melanzane mi sono venute un pelo a noia e la borsa color gutturnio la tengo sempre a portata di mano ma ne uso anche altre; i crackers Doria però continuo a sgranocchiarli, anche adesso, quelli sì che sono davvero una droga).

1. Quando mi vesto per uscire sembro a lutto. Ormai ho una divisa, alternata alla ormai consolidata combo leggings-vestito a sacco: maglione (possibilmente nero ma non disdegno anche altri colori) largo ma non troppo, jeans scuri e stivaletti. Ma non stivali da donna, un po’ femminili, no: neri, materiali, larghi, da uno che spala la neve. Sì lo so, non sono molto originale, saremo in ottomila a vestirci così tutte le mattine. Ma solo io ho degli stivali che assomigliano a quelli del Vecchio Marley di Mamma ho perso l’aereo.

Vecchio Marley Mamma ho perso l'aereo

2. Ho trovato una nuova fissa per il cibo e riguarda il mio pasto preferito, la colazione. E questa fissa si chiama macchinetta per fare il cappuccino, presa qualche mese fa coi punti dell’Esselunga (tale Fomini Jet della marca Caso; io ho sempre letto Coso, con la o, e così l’ho sempre chiamata).
Un’ulteriore fissa del periodo è quella di spolverarci sopra un cucchiaino di zucchero, che va contro tutte le mie regole, visto che ora il caffè lo prendo amaro.
Un’ulteriore fissa del periodo è quella di far abbrustolire il pane da toast per mangiarci dietro qualche triangolino col burro e la marmellata.
(Un’ulteriore fissa del periodo, dopo, è ovviamente fare qualche km di corsa).

3. Ho ricominciato a leggere. Erano mesi che non lo facevo, non avevo spunti, ero nel bel mezzo del blocco del lettore. Poi la scorsa settimana, complice forse uno pseudo-proposito per l’anno nuovo – “meno cellulare a letto prima di dormire, più libri” – mi son buttata (poi andrò anche a vedere il film) su L’amore bugiardo, di Gillian Flynn.

Gone girl - L'amore bugiardo

Ho messo la foto dell’edizione inglese perché il titolo mi piace di più – gone girl, ragazza che se n’è andata, scomparsa. E’ la storia (di riassunti se ne trovano a migliaia in giro, ma vi dico tutto in due parole) di un matrimonio, di Nick che è sposato con Amy ma che il giorno del loro quinto anniversario si ritrova da solo, perché di fatto Amy è scomparsa. Forse morta, forse annegata nel fiume, forse rapita, forse gettata in un pozzo come Sarah Scazzi. Da qui prende piede tutto il circo mediatico di cui non ci stupiamo neanche più: centro di raccolta informazioni, talk show con l’equivalente americano di Barbara D’urso, colloqui con la polizia, processi alle intenzioni. Manca soltanto Chi l’ha visto.
In generale non mi piacciono queste storie – non ho la pazienza di leggere dei thriller, voglio sapere tutto e subito, io! – ma  a metà ho urlato perché non l’ho scritto io, perché? tanto mi stava prendendo. Mi piace che la storia abbia due punti di vista diversi; viene detto tutto e poi il contrario di tutto e poi il contrario del contrario di tutto. Il finale mi ha lasciato un po’ comme ci comme ça, ma dopotutto la destinazione non è poi tanto importante, se già hai amato il viaggio.

4. Vorrei una borsa a cartella. Ma non una cartella come quella dei remigini degli anni sessanta, no. La vorrei di ecopelle, morbida, nera, non squadrata ma fatta più a trapezio. Con una chiusura centrale e la possibilità di metterci la tracolla. La vedo addosso a chiunque ma non la trovo nei negozi. Dove-diavolo-l’avete-comprata?

5. Per quanto riguarda la musica, è finito il periodo trash-pop ed è incominciato quello da musica tranqui da sottofondo.
In questo periodo prediligo le cover modern-swing, con un vago sentore retrò, per questo mi sono fissata sugli Sugarpie and the candymen (li trovate qui, spotifatti per benino), un gruppo della mia città che merita almeno un ascolto. Altrimenti di solito mi delizio con (rullo di tamburi) Arisa. Sì, lo so, lo so. Arisa. “Che gusti di merda”, blablabla. Ok, ma guardate che tale album “Amami tour”, live, secondo me merita. Mi piace la sua voce, mi piace da quando faceva le cover in quel programma con la Cabello, dove il pianista che la accompagnava era a due metri dal pavimento. Mi piace al punto tale che l’altro giorno ho detto alla mia amica Bea – ne stavamo parlando per altri motivi, non per quello che pensate voi – “al mio matrimonio farei cantare un gruppo, oppure non so, Arisa”. (Arisa mi leggi? Tieniti libera per un eventuale sposalizio, se mai sarà, nel duemila e poi).
Altrimenti posso chiamare i Maroon 5 e chiedere se si imbucano. Per Adam c’è sempre posto.

Togliere il sole dall’universo

Ho sempre avuto dei piccoli rituali. C’è stato un periodo in cui, quasi tutte le sere, io e la mia amica Daniela ci telefonavamo per dirci soltanto domani andiamo a scuola on foot, oppure ci vediamo direttamente là. C’è stato un periodo in cui i pomeriggi erano pieni di cose da fare – conservatorio compiti ginnastica telefilm giro in centro cinema al sabato. C’è stato un periodo in cui i compiti li facevo addirittura al telefono.

Mi hanno sempre detto che con le amicizie sono stata fortunata. Poche persone mi hanno regalato il loro peggio, in effetti. O sono io che ho sempre saputo vedere il loro meglio, non saprei. In ogni caso, non è stato un grande sforzo. Anche perché non è che io incarni l’ideale di amica perfetta. E non lo sto dicendo per farmi dire il contrario, a volte sono pessima – non richiamo, mi dimentico, faccio la stronza. Ma grazie al cielo me ne rendo conto.

Quando mi hanno interrogata all’esame di latino (esame che ancora oggi abita nei miei sogni, insieme all’incubo di svegliarmi la mattina e dover andare a scuola senza aver fatto i compiti di matematica, una tragedia) mi hanno fatto tradurre un pezzo del De Amicitia di Cicerone. Io quel libro non lo avevo ripassato – in realtà non lo avevo neanche toccato, erano settimane che non lo trovavo da nessuna parte. Speravo in una mano di Quintiliano sulla testa, in un’illuminazione divina. La signorina che mi stava interrogando mi aveva detto traduca dal paragrafo 47, o era 37, insomma chissenefrega, traduca da qui a qui, e io avevo abbozzato. Poi all’improvviso un flash: di tutto il libro mi ricordavo un solo concetto, uno solo, che più o meno diceva che sono pazzi questi romani che vogliono togliere l’amicizia dalla vita perché sarebbe come togliere il sole dall’universo.
Era quel paragrafo lì. 

Credo che la fortuna in amicizia sia relativa. Nel senso. Se vado in edicola a comprare un gratta e vinci e gratto e vinco, quella sì che è fortuna. Se sto giocando a ramino e mi ritrovo in mano le carte giuste per chiudere, quella sì che è fortuna. Se su un libro intero mi chiedono proprio il paragrafo 37, o 47, insomma proprio quello lì del sole, quella sì che è fortuna. Ma essere amici, mantenere degli amici, cosa c’entra?

La storia del sole e dell’universo m’è rimasta impressa. Lì ovviamente il senso era tutto diverso. Mi sono immaginata in un sistema solare (non potevo tirarmi indietro dal fare la parte del sole, dopotutto sono del segno del Leone), io che creo e mantengo relazioni con le altre persone-pianeti che mi gravitano attorno. Ci sono quelli più vicini, ci sono quelli lontani. Ci sono anche quelli che c’erano e adesso si sono persi per strada, o quelli che sono diventati delle stelle nane o chissà quale altra diavoleria astronomica. D’altronde, quando andavo alle elementari anche Plutone era un pianeta e adesso non lo è più. 

Certo, possiamo parlare di fortuna se diciamo che son stata fortunata ad aver incontrato qualcuno piuttosto che qualcun altro. Persone brave piuttosto che stronze. Persone a cui piacciono le mie stesse cose, che capiscono, non persone che si tappano le orecchie. Fortuna? Boh, sì, forse. Anche un po’ di intuito. Di sesto senso. Di naso. E io di naso me ne intendo, visto lo schifo che mi ritrovo in faccia.

Almeno, io credo che Plutone non sia più un pianeta. A scuola non ascoltavo mai le lezioni di geografia astronomica. Intendiamoci: gli appunti li prendevo, pure bene, ma mi faceva schifo. Quindi trascrivevo senza capire. Un amanuense. Uno scriba. 

Ci vuole intuito per scegliere le persone giuste, ma ci vuole anche un po’ di impegno. Io mi sono impegnata per essere un’amica, se non buona, almeno decente. Le persone le ho trovate, me le sono coltivate, le ho innaffiate come fossero una pianta di basilico e ora ne vado anche un po’ fiera. Mi sono messa ad ascoltare più che a parlare, perché insomma, a nessuno piace avere attorno una radio senza l’interruttore on/off. In più, non mi sono mai fatta il ragazzo di nessuna mia amica (per me è un putto, un angelo, una figura asessuata) né le ho mai rubato il lavoro. Aspetta però, che qui c’è da fare un elenco che se no mi perdo dei pezzi. Prendi carta e penna. Scrivi

Cose da fare per essere un’amica, se non buona, almeno decente. Passabile, dai. Una a cui dare comunque la sufficienza.

- Stare zitta anche quando non vorresti e parlare anche quando hai mal di gola. (Io odio parlare col mal di gola, lo odio).
– Non farle pesare niente.
– Essere te stessa, senza fingere (almeno la maggior parte delle volte).
– Non giudicarla mai, neanche se in pizzeria ordina sempre qualcosa con la cipolla.
– Sapere quando è il momento di levarsi di torno. Saper ascoltare i silenzi.
– Non rubarle il lavoro, non scappare dall’altra parte del mondo senza saldare un debito a più di cinque cifre, non metterle sotto il gatto con la macchina.
– Non scoparsi il suo fidanzato. Non che io non sia stata sfiorata dal pensiero, sarà capitato. (Un minuto di silenzio per far sì che Architetto se ne dimentichi). (Un minuto per far sì che anche le mie amiche se ne dimentichino). (Dai, come se a voi non fosse mai capitato). (Come no. No?). (Cazzo).

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Je suis internet

Forse dovremmo fermarci un secondo.

Ieri non ho parlato, a proposito dei fatti di Parigi e dell’ondata Charlie Hebdo. Ho letto. Ho fatto su e giù fra i vostri status di Facebook, ho aperto articoli, ho guardato le prime pagine dei quotidiani online, ho visto le vostre immagini di #JeSuisCharlie. Ho letto a proposito della volgarità delle vignette, ho letto che i giornalisti un po’ se la sono cercata, ho letto di complotti, di Oriana Fallaci, di qualunquismo sui musulmani e (perché no, intanto che ci siamo) anche sugli immigrati.

Io, forse perché mi considero – magari a torto, non so – una creatrice di contenuti, ieri mi sono sentita profondamente attaccata, pur essendo lontana anni luce dalla satira e dalle vignette. Non voglio inoltrarmi nella lunga diatriba della libertà di opinione, perché voglio sperare che almeno su questo la pensiamo tutti allo stesso modo. Non voglio neanche ribadire quanto sia sbagliato trovare giustificazioni alla violenza, a qualsiasi tipo di violenza, perché di nuovo voglio sperare che non ci siano dubbi a riguardo.
Mi piace internet, mi è sempre piaciuto e mi piace al punto da volerci lavorare. Mi piace che un hashtag partito chissà dove abbia un’eco mondiale in poche ore. Mi piace la mobilitazione che crea, mi piace far parte di una comunità, mi piace la condivisione, mi piace sapere che cosa pensate, mi piace decidere che cosa pubblicare e che cosa no.
Mi piace internet perché in maniera molto democratica regala un megafono a tutti, informa, toglie i paraocchi, però non mi piacciono le fazioni. Sul web non c’è altro: o sei da una parte o sei dall’altra. Ma devi stare da qualche parte. E criticare. Sempre. Perché la tua opinione comunque deve essere sempre espressa. Un’opinione non condivisa è carta straccia, da buttare. E poi c’è l’effetto rinculo, di chi critica, di chi generalizza, di chi critica chi generalizza, di chi critica chi critica chi generalizza. Che al mercato mio padre comprò.

Lungi da me dal crocifiggere quelli che esprimono la loro idea su internet – è tutto bello perché siamo liberi (e responsabili) di dire quello che vogliamo, così come sono liberi gli altri di leggerci, condividere, contraddirci, colpevolizzarci. Ma forse più che buttarci a capofitto sulla tastiera, più che cambiare l’immagine del profilo e sembrare impegnati e godere dei mi piace che riusciamo ad accaparrare, oppure più che cavalcare quest’ondata di malcelato razzismo, o più che fare per forza i bastian contrari, non converrebbe fermarsi un secondo e riflettere?

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