Lasciate stare le tette di Giulietta – Il lago, Verona, l’opera e il Castello dei matrimoni

Ho una foto in un album, devo aver avuto sei anni, con mia nonna e la mia prozia su una panchina. Mi hanno sempre detto che quello era il Lago di Garda, e in effetti dietro si vede qualcosa di sbiadito, ma nella mia testa del lago non è rimasto niente.
Ma come, non ti ricordi che ci fermavamo e davamo il pane alle paperelle? No, nonna, zero. Io ho sempre detto che al lago non ci sono mai stata. Poi insomma, il lago sa di morte, non ti sembra che da quelle acque ferme possa spuntare da un momento all’altro un braccio di un cadavere? All’architetto non sembra, neanche quando siamo in un porto (dai, come si fa a dire che l’acqua del porto non sa di morte!), e così per festeggiare il mio compleanno quest’anno ha deciso di portarmi fisicamente a vedere che no, il lago di Garda non sa di morte, cretina che non sei altro.

Desenzano Del Garda  Desenzano Del Garda

In realtà puntavamo ad andare da un’altra parte (Verona), dove non ero mai stata fino a ieri, e sulla strada ci siamo fermati a Desenzano e a Sirmione. L’architetto era estasiato, a lui il lago piace molto. Gli sembra molto vivibile, tranquillo. Da pensionati, ho aggiunto io, e mi sono meritata un’occhiata truce di quelle che fai a tuo figlio quando non puoi rimproverarlo in pubblico che se no poi chissà cosa dice la gente. Sì, è vero: è molto rilassante, ha dei colori che assomigliano molto al mare e, effettivamente, sembra che possa essere vissuto tutto l’anno. Ma c’era qualcosa che mi faceva storcere il naso, tipo Samantha in Vita da Strega, che me lo faceva stropicciare per aria.. E’ che, dopo un po’ l’ho capito, mi sembrava di stare al mare ma non c’era il profumo di mare.  C’erano gli scogli, la passeggiata, la gente che faceva il bagno, gli ombrelloni, ma mi mancava l’odore salmastro sulle rocce, il sale, la spumina delle onde.
Scusatemi, bagnanti del lago, ci dovrò fare l’abitudine. Dovremo, entrambi, perché a quel punto niente sguardo truce dell’architetto. Incredibile, avevo ragione.

Sirmione IMG_5237

Sirmione batte Desenzano su tutto, comunque, anche se son sicura di non rivelare il terzo segreto di Fatima. Su tutto tranne che sui parcheggi, dal momento che, senza volere, ci siamo ritrovati incolonnati per entrare in uno strapieno che aveva una tariffa così salata che so anche io perché vi ritrovate ad avere soltanto acqua dolce, lì intorno.
Abbiamo fatto il giro di Sirmione chiedendoci se avesse ragione il signore di una barca-taxi, che ci ha chiesto se volevamo fare un giro sull’isola, o se si trattava, come pensavamo noi, di una semplice penisola che dalla terra si estende tranquilla in mezzo al lago. In effetti, abbiamo fatto un micro ponte per andare al di là del castello e ci eravamo quasi convinti, ma i libri di geografia, caro tassista, non mentono.
Siamo arrivati fino in fondo, alle Grotte di Catullo, da cui si gode di una vista veramente niente male, ma dove non si può rimanere per più di dieci minuti per il forte odore di zolfo delle terme. Non so voi, ma per me quell’odore sa di uovo marcio. O di uovo sodo, insomma, che nella mia testa corrisponde in ogni caso all’uovo marcio.

Scalinata Arena di Verona

Una volta ritornati in macchina (e una volta pagato il parcheggio), siamo partiti alla volta di Verona. Il nostro caro amico Google ci ha aiutati a trovare la strada (lo sapevate che Google Maps ora volendo fa anche da navigatore?) fino all’albergo, un hotel apparentemente vuoto che dopo poco si è animato con due pullman pieni zeppi di turisti tedeschi. Ci siamo rinfrescati, ci siamo cambiati di fretta mettendoci i vestiti buoni e siamo ripartiti. La vera destinazione di questo weekend era lei, l’Aida all’Arena di Verona.

Verona  Castelvecchio di Verona

Premetto una cosa, che non mi fa grande onore ma ve la dico lo stesso. Sia io che Architetto abbiamo alle spalle dieci anni di conservatorio e nessuno dei due è un grande fan dell’opera. Lui, poi, odia le cantanti donne ma apprezza molto gli allestimenti scenici e le cose sontuose. In realtà, la cosa più scandalosa è che nessuno dei due sapeva la storia dell’Aida e, soprattutto, nessuno dei due aveva avuto tempo di guardarsela prima di poggiare il culo sulle gradinate dell’Arena.
Abbiamo comprato il libretto (altrimenti potevano anche cantare delle bestemmie, che tanto non ce ne saremmo accorti) e durante le pause fra un atto e l’altro ci siamo letti la trama, facendo attenzione a non bruciarci il finale.

Arena  Piazza Bra

Vi dico la verità, io credevo di rompermi le balle. Non avevo mai visto un’opera intera, tutti la descrivono come qualcosa di lunghissimo ed estenuante e non nego che la cosa, all’inizio, mi spaventava un po’. Lui credeva di addormentarsi, addirittura. E invece non ci siamo persi neanche un sospiro.

Arena

Non mi perderò nel descrivervela oltre, perché sento già un coro di stigrancazzi in versione lirica levarsi dalla platea in fondo. Non vi voglio annoiare, però una cosa permettetemi di dirla: almeno una volta nella vita secondo me bisogna provare ad andarci.
Aveva ragione la mia amica Lucia, mi aveva detto che mi sarebbe piaciuta perché all’Arena è tutto diverso. Il tempo passa più velocemente, ti perdi via con tutta la gente che hai intorno e, se ti piace, riesci a gustartela molto più che a teatro. Le scenografie ti assorbono completamente e le comparse sono talmente tante che ad un certo punto credevo che ci fosse un gioco di specchi, perché non era possibile creare naturalmente un qualcosa di così maestoso come il secondo atto, che a mio modesto parere rasenta la perfezione. Il terzo sarebbe da bruciare da tanto è noioso, ma col secondo siamo proprio ad un altro livello.

Aida  Arena

Di tutte le cose che potrei dire sono due, in realtà, quelle che mi hanno colpito particolarmente. La prima è il volume: all’inizio l’architetto si è girato, sconvolto, sibilandomi nell’orecchio un ma-non-hanno-i-microfoni che si vedeva che anche lui era a digiuno di storia della musica e di filmati di Rai Cinque. Ci sono, sì, dei microfoni a bordo palco, ma la voce non è così spaccatimpani come a teatro: il suono ti arriva ovattato ma nel giro di cinque minuti le tue frequenze si aggiustano e, incredibilmente, ti sembra tutto al giusto volume.
La seconda cosa da notare è il rispetto della gente al silenzio, al testo, alla musica. Nessuno parlava, eppure eravamo tantissimi, e più di colpi di tosse, lattine sospinte giù dalle gradinate per il vento e qualche bravo non si sentiva.
(La terza – oh sì, erano tre – sono gli allestimenti degli altri spettacoli tutti accatastati fuori dall’Arena, pronti per essere montati per le altre rappresentazioni. Quasi una discarica a cielo aperto di arte).

La discarica dell'arte La discarica dell'arte

Il giorno dopo l’Aida ci siamo gustati Verona. Trasuda storia da tutte le parti; ci sono palazzi antichi ad ogni spigolo, tenuti bene, coi mattoni e i merli al loro posto, e poi ci sono angoli imbrattati da scritte e colori che neanche il bagno del campeggio di Donoratico era così variopinto.
A Verona sembra che tutti si divertano a scrivere sui muri; a casa di Giulietta è un vero e proprio rituale (oltre a quello, classico, di fare la foto toccando la tetta della statua), gli innamorati si divertono a mettere anche dei bigliettini, dei cerotti e delle cicche per fissare sulla parete il loro messaggio d’amore. Di sicuro è caratteristico, ma quasi quasi mi ha fatto rivalutare l’idea di Moccia. Lui, poverino, alla fin fine voleva mettere solo un innocente lucchetto.

Io e Giulietta IMG_5371

Sulla via del ritorno, anche se la strada alla fine l’abbiamo allungata, ci siamo fermati a fare una degustazione al Castello Bevilacqua, nel cuore del Veneto. Non lo conoscevamo, abbiamo sfruttato un cofanetto regalo tipo smartbox che aspettava di essere utilizzato da più di un anno.
Mi ci vedete, con un architetto squattrinato, tutti vestiti e impomatati come se fossimo freschi di cresima, ad andare ad una degustazione da sciuri col maître, il vino e tutto quanto? Sentivo il bisogno fisico di avere al braccio almeno una borsa da qualche migliaio di euro e ai piedi delle Louboutin che ticchettavano ad ogni mio passo – il castello sembrava richiedere un certo atteggiamento da naso all’insù, insomma – e invece ho fatto tutto tranquillamente, nel silenzio delle mie ballerine da dieci euro. E ci credevo un sacco, tanto che a momenti non mi sembravo manco io.
Comunque, i vini erano buonissimi. Forse un po’ fortini per poi doversi rimettere in viaggio e tornare verso casa, ma buonissimi.

Degustazione Degustazione

Vi basti sapere che la prima cosa che è uscita dalla bocca del gentilissimo signore che ci ha accompagnati è stato un vago “sapete, noi siamo specializzati in matrimoni”, che ha ripetuto più o meno quaranta volte durante tutta la nostra visita al Castello. L’architetto ogni tanto mi lanciava degli sguardi fra l’incredulo e il divertito, quasi come se avesse dovuto soffocare una risata. Il signor Renzo passava in rassegna tutta la sfera semantica del matrimonio (sposo, sposa, sposini, cerimonia, sposalizio, nuziale.. quanti sinonimi può avere una parola?) e lui rideva, tanto che ad un certo punto, vi giuro, sembrava di essere su Real Time. Direi che il messaggio, se mai ce ne doveva essere uno, è passato forte e chiaro.

Castello Bevilacqua Castello Bevilacqua

Le foto, se vi interessano, le trovate come al solito su Flickr.

Ah, quasi dimenticavo. In Piazza delle Erbe, mentre mangiavo il mio bel bicchierone di macedonia, per caso ho lanciato uno sguardo ai due piccioncini appollaiati proprio sopra alla mia testa e ho pensato che forse avrei fatto meglio a spostarmi, o rischiavo di ritrovarmi con un bel regalino addosso. E andare al Castello con una scagazzata di piccione fra i capelli sarebbe stato sì da raccontare ai posteri, ma tremendamente imbarazzante per me che dovevo fare la signorina in età da marito che degusta il vino col naso all’insù. Mi sono spostata e dieci secondi dopo il piccione mi ha cagato sulla spalla, sul golfino.
Grazie, anche in questo caso il messaggio è passato forte e chiaro.

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Questa volta niente cartoline brutte per me. L’unica che ho preso – da turista, con l’arena e tutto il resto – l’ho mandata ad Asia Zini (nel link l’articolo), una bambina di cinque anni di San Giuliano Milanese che quest’estate ha dovuto affrontare le cure per la leucemia. Avevo trovato la notizia per caso mentre cazzeggiavo su internet; il papà si era rivolto a Facebook qualche settimana fa chiedendo di mandarle una cartolina per farle vedere dei bei posti senza muoversi da casa. Mi è sembrata una cosa carina, lontana da ogni pietismo, e mi è venuto spontaneo, visto che passo un sacco di tempo fuori dalle tabaccherie a spulciare l’espositore per cercare la più brutta. Almeno stavolta è servito a qualcosa. 

Edicolà, il giornale del mese: CIOE’, ti prego

E’ tutta colpa della GDO. Uno va al supermercato per comprare il pane, il latte e l’insalata e si ritrova a girovagare, un poco più in là dello scaffale dei libri, fra i giornali.

Io in edicola non ci capito mai, è uno di quei posti dove per andarci ci devi proprio andare, non so se mi spiego. Ci devi andare per comprare il Corriere o la Gazzetta, al massimo puoi entrarci di sfuggita per fare la ricarica al cellulare ma di norma è un gabbiotto sulla strada dove non ti viene in mente di curiosare. All’edicolante non gli puoi dire no grazie sto solo guardando, a meno che il tuo aereo non sia in ritardo o tu stia per andare in spiaggia e all’improvviso hai voglia di notizie che solo Alfonso Signorini sa dare. Con la GDO invece, tutto è a portata di mano: Focus, il quotidiano della tua città, Viversani e belli e Cavalli e segugi. Ieri, oltre a quelli, ho trovato il Cioè.

Cioè, la copertina

Ho pagato solo quello e sono uscita. Con viva e vibrante soddisfazione, nella solitudine della mia macchina, l’ho aperto: l’inserto di questa settimana comprendeva un mascara e un eye-liner, che personalmente farei analizzare dai RIS di Parma prima di pensare di avvicinarlo agli occhi. Il mascara sa di plastica che neanche i trucchi Divina che avevo alle elementari, l’eye-liner ha il pennellino drittissimo e scrive super nero; ve lo consiglio come porta anelli da mettere sul comodino oppure, in alternativa, come inchiostro con cui disegnare forme ambigue sulle mani delle vostre amiche.

Le mani del Cioè    Cioè, erano meglio i trucchi Divina
Il Porta anelli del Cioè   I Tatuaggi del Cioè

Ci sono rimasta male, comunque. Io il Cioè me lo ricordavo più corposo, con tante pagine da leggere, un paio di test, molte lettere e qualche inserto con quelle cose schifose tipo stacca-attacca con cui riempire il diario. Forse son troppo anni novanta, non vanno più, ho pensato (non so neanche se ce lo avete più, il diario). Ora solo One Direction, Calvin Harris, Emis Killa, Emblem3 e Big Time Rush. E se non conosci anche Iggy Azalea, le Little Mix e i 5SOS non sei nessuno, carina. 

In realtà io credevo che quelli davanti fossero gli One Direction al completo, invece c’è anche della gente mai vista prima (vendono lo stesso senza bisogno di mettere le tette di un ministro in copertina, incredibile). Giro la prima pagina ed ecco l’inchiesta: che cosa scrivono le star su Twitter, chi è il numero uno dei social, che cosa twittano Justin Bieber (il venti giugno ha twittato “on a boat”, molto interessante) o Austin Mahone. Io di Mahone conosco solo il poliziotto di Prison Break e mi rifiuto di googlare, perché uno alla fine ci sta anche bene nella sua ignoranza.
Hanno inserito anche un angolino su quello dei Dear Jack, giusto per far capire che anche gli italiani sanno usare il computer e gridare al mondo le loro preferenze fetish (“Sono troppo belli i piedi delle ragazze :p #slurp“). 

Cioè, ma sei seria?  Cioè, son troppo buoni i piedi

Non ci facciamo mancare niente, comunque: ci sono delle frasi prese dalle canzoni, ottime da mandare su whatsapp o da scrivere come didascalia su instagram, c’è l’angolo del make-up (anche se, cari redattori del Cioè, dopo aver messo quelle ciofeche come inserto, come vi viene in mente di consigliare a delle ragazzine un rossetto Lime Crime, un ombretto di Nars che costa più di venticinque euro e un eye-liner di Benefit?). C’è l’angolino della posta e quello della moda, l’oroscopo e le hit dell’estate; c’è l’intervista alla meteora del momento, Marco Carta, e il poster doppio col faccione di Zac Efron, che ci piace molto anche se non ha più il frangione e non canta più nel musical della sua high school.

Cioè, che fame  Cioè, chi siete?

Arriviamo a metà giornalino (sì, dico noi perché lo abbiamo letto in gruppo ieri sera, esperienza indimenticabile) e, contenti come se davanti a noi ci fosse il Santo Graal, troviamo un test. “Rimarrete insieme dopo l’estate?”, “Fin dove ti spingi con lui?”, “Quanto siete simili?”, e all’improvviso è pomeriggio, siamo nel 2000 e qualcosa, con i compiti aperti sul tavolo e il Cioè messo sopra a tutto. 
Al di là del fatto che alcuni consigli andrebbero bene anche per le ventenni ansiose, soprattutto quelli sull’amore a distanza e sul non essere appiccicose, e sono sicura che quelli di Donna Moderna li riciclano alla grande.. Ve li raccomando. Sono divertentissimi. Specialmente se li fate risolvere da uomini, adulti, che vi diranno, sfarfallando gli occhi, che fidarsi di un uomo è come scoprire l’altra metà del cielo.

Cioè, è possibile?  Cioè, l'altra metà del cielo?

Una lettura di qua, una risposta di là, l’oroscopo del segno dei pesci e “non perdetevi il prossimo numero”. Come, è già finito? Un coro di dissenso si è levato all’improvviso, lanci di fumogeni e bombe carta dagli spalti, abbiamo quasi rischiato il daspo per manifestare la nostra delusione. E’ già finito, venti paginette ed è finito, puff, andato. Cioè, starei stata lì ore a leggerti. Però, cari redattori, vi devo ringraziare lo stesso, perché è stato breve ma intenso.
Grazie Cioè per mantenere in piedi uno dei pilastri del mio periodo da teenager. Grazie per non farmi sentire troppo vecchia, all’indomani del mio ventiseiesimo compleanno, perché hai inserito anche un mini poster di Avril Lavigne, che non si sentiva dalla seconda superiore. Grazie per aver fatto anche “Cioè Test”, ventinove test tutti in un giornalino, roba che davvero ci potremmo fare un party a tema, una sera, bevendo Bacardi Breezer e mangiando solo Goleador.
Grazie, perché leggere il Cioè è stato un po’ come scoprire l’altra metà del cielo. E sei costato solo due euro e novanta, così magari fra un po’ posso capitare di nuovo in edicola e ridere fino a farmi venire le lacrime. Grazie, Cioè. Sei meglio di una bottiglia d’alcool, #slurp.

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In edicola, comunque, è una giungla. Ho già selezionato il giornale per la prossima puntata, e per quella che verrà dopo. Vedrete. 

Gridare in silenzio – Isola d’Elba, il racconto a parole

Procchio (Isola d'Elba)

Ho fatto delle foto. Ho fotografato invece di parlare. Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare.
(D. Pennac)

Nota prima di incominciare: l’Architetto è decisamente un tipo da ho fotografato per non dimenticare. E’ un tipo che fotografa l’impossibile, cercando di allineare tutto come se avesse sullo schermo i righelli di Photoshop.
Ho pensato a lungo a cosa scrivere una volta tornata da questo mio viaggio; guardando le foto mi è addirittura venuto lo schizzo di lasciar parlare solo le immagini, talmente erano venute bene, ma non sarei io. Io devo descrivere, per non dimenticare, devo mettere in fila le virgole e i punti, devo essere esaustiva. Perciò questa volta insieme, io e lui, ognuno con il proprio linguaggio, cercheremo di raccontare l’isola d’Elba, che non è niente di nuovo né di esotico, ma nasconde colori e sfumature che neanche noi pensavamo di trovare.
Per una questione di spazio ho dovuto rimpicciolire e tralasciare molte immagini. Per il racconto fotografico silenzioso, quindi, c’è FLICKR.

Traghetto Portoferraio

Mi spaventava il traghetto, all’inizio. C’ero già stata con i miei genitori quando ero più piccola e mi ricordavo di aver avuto un fortissimo senso di nausea per tutto il tempo. Una volta salita ho capito: era la stanza chiusa, quella coi seggiolini e il soffitto basso e l’aria che non circola a darmi fastidio. Va bene che soffro il mal di mare, ma sul ponte, con l’aria in faccia e il vento che ti fa i capelli da pazza, era tutta un’altra storia.
La prima cosa che si vede prima di attraccare all’Elba e andare a recuperare la macchina è il colore delle case di Portoferraio, tutte sbiaditine se messe a confronto con quelle della Liguria, sormontate da mura e bastioni storici che, dopo un paio di giorni, imparerai a conoscere e a ricordare come la Fortezza Medicea. Quando sali in macchina (l’Architetto era andato a riprendere la Golf dal soppalco dov’era parcheggiata e io, dal porto, sono balzata sul sedile al volo gridando segui quell’auto!, ho sempre sognato di farlo) ti ritrovi ovviamente o in coda o in balia dei cartelli stradali. All’isola d’Elba ci sono poche strade, almeno per chi proviene da una cittadina medio-piccola come noi, quindi per andare dove devi andare bisogna per forza seguire il flusso che va in due o tre direzioni soltanto. E se ti becchi la coda cosa fai, reprimi il tuo istinto da milanese sulla metropolitana e aspetti.

Il nostro punto d’appoggio era a Bagnaia, a circa 15 km da Portoferraio. Abbiamo prenotato di sabato e siamo partiti il giovedì successivo, un last minute con giusto il tempo di fare una lavatrice per riempire la valigia. Siamo andati un po’ alla cieca ma ci siamo fidati di chi, a Bagnaia, ci va da vent’anni. Era proprio tutto due cuori e una capanna: un monolocale con una terrazza più grande della casa stessa e una salita talmente ripida da farci arrivare alla porta col fiatone e con le gambe pesanti. O con la voglia di chiudere il mondo fuori e guardare al di là della terrazza, chi lo sa.

Bagnaia  Monolocale

L’acqua e la spiaggia a Bagnaia non sono un granché. Ma il nostro obiettivo non era quello di fare la vita da Bagno Carlo 23 Bis (mi sembrava fosse quello lo stabilimento dove andavo a Bellaria quando ero piccola, mi ricordo della targhetta che mi mettevano per evitare che mi perdessi, come si fa con i cani), noi volevamo girare e provare spiagge diverse, vedere persone diverse, scovare posti diversi.

Siamo stati alla Biodola, la riviera romagnola dell’Elba, con la spiaggia lunga (per gli standard dell’isola) e con l’acqua che scende dolcemente; siamo stati a Cavoli, che a detta di alcuni è quella che più assomiglia alla Sardegna, con una sabbia bianca granitica e il mare che tende al verde; siamo stati a Lacona e al Lido di Capoliveri, e poi a Procchio e perfino a Nisportino. Siamo stati un po’ ovunque, cercando di schivare il brutto tempo che sembrava seguirci come una maledizione. Nei giorni di pioggia sì, ci siamo un po’ annoiati, perché gira la voce che all’isola d’Elba non piova quasi mai e quindi non offrono molte cose da fare, quando capita una settimana un po’ sfigata come la nostra. Siamo stati a vedere l’acquario di Marina di Campo, che è comunque lodevole se non altro perché è tenuto in piedi da volontari; abbiamo circumnavigato Portoferraio, scovando vicoli e fotografando scalinate e piazzette. Non siamo andati a visitare la casa di Napoleone, ma un altro giorno di pioggia e stai sicuro che eravamo i primi a chiudere l’ombrello e fare la fila per entrare.

Acquario di Marina di Campo (Isola d'Elba) Portoferraio (Isola d'Elba)

Mi ero portata anche le scarpe da ginnastica, in valigia. Si sa mai che proprio all’isola d’Elba mi viene voglia di andare a correre, mi ero detta, ma poi ho desistito perché mi spaventavano le macchine (e le salite). Ad ogni modo, di strada a piedi ne abbiamo fatta: la prima volta che siamo andati a Capoliveri, un paesino arroccato su una collina da cui vedi anche l’isolotto di Montecristo, abbiamo seguito delle indicazioni farlocche (più o meno stavo guidando io il gruppo) e abbiamo allungato di molto la strada, quando bastava fare una scalinata ripida che in due minuti ti portava nella piazza principale. Amici, era per il vostro bene, dai, prendetela con filosofia.
Capoliveri, poi, è molto carina: è il classico borgo italiano con i vicoli e le case addossate l’una sull’altra, con i voltoni alternati ai negozietti e ai portoni di legno riverniciati di verde scuro, ma diversa dagli altri centri dell’Elba. Ci siamo capitati anche il primo agosto, alla Notte Blu, che a mio parere la rende un po’ troppo caotica e rumorosa. Se programmate di andarci, comunque, vi segnalo soltanto due tappe: la Piada per strada – e si sente che la piadina la fa un romagnolo, mi dispiace ma non ce n’è per nessuno – e il Dolce della Transilvania, una spirale di pasta simile al pan brioche che viene fatto caramellare e poi farcito a piacere (noci e cannella, zucchero di canna, cioccolato). Il kurtos kalacs con lo zucchero di canna, credetemi, è una delle cose più buone e delicate che io abbia mai mangiato.

Capoliveri (Isola d'Elba) Capoliveri (Isola d'Elba)

Avevo parlato, la settimana scorsa, di come io non fossi una grande fan dell’acqua del mare. Per fare il bagno mi dovevano implorare, di solito, e difficilmente riuscivano a convincermi; in particolare a Cavoli e alla Biodola, invece, mentre lui piantava l’ombrellone io ero già a nuotare stile cagnolino con la testa fuori e gli occhi mezzi chiusi per il sole dritto in faccia. Riuscivo a vedere il fondo senza occhiali, riuscivo a vedere i miei piedi che toccavano e alzavano la sabbia, riuscivo a distinguere i sassolini. Ho messo la maschera per vedere i pesci (snorkeling, lo chiamano, ma io con la maschera ero semplicemente un personaggio di South Park) ma alcuni li ho anche seguiti ad occhio nudo.
Ci ho fatto pace, sì, con il mare.

Cavoli (Isola d'Elba) La Biodola (Isola d'Elba)

Non mi sono scottata – era la cosa che mi spaventava di più, dopo il traghetto – ma anzi, mi sono abbronzata tanto per i miei standard, soprattutto le spalle, e finalmente non ho più le occhiaie. Non ho letto tantissimo (Anna Karenina sta bene, sono a duecento pagine; Levin è appena andato in campagna e Karenin ha nasato qualcosa, siamo in un leggero momento di stallo ma Anna non temere, arrivo) e mi sono riposata molto. Ho comprato una cartolina brutta, con un disegno da fumetto anni settanta, e ne ho tralasciata una con un calco della mano di Napoleone. Ho anche sfidato me stessa andando sul pedalò: io, che soffro il mal di mare, mi sono fatta convincere ad andare fin dietro gli scogli per vedere la grotta azzurra di Cavoli. Quando sono scesa avevo lo stomaco sottosopra e la brugna inversa, ma devo ammettere che ne è valsa la pena.
Abbiamo beccato due temporali in spiaggia, uno che ci ha regalato un panorama da Caspar David Friedrich e che ci ha fatto fare la strada fino alla macchina con l’ombrellone aperto come dei naufraghi. Ho mangiato un pesce spada alla griglia che me lo sogno ancora la notte, ma abbiamo anche buttato dei soldi in un postaccio, un ristorante dove non ci volevano neanche fare il caffè perché ipoteticamente la macchina è rotta. Abbiamo parcheggiato una macchina nel canale, perché non trovo soluzioni, mi sono incagnato, e poi abbiamo fatto fatica a tirarla fuori, roba da chiamare quasi il carro attrezzi. Abbiamo trovato per terra a Capoliveri una chiave di una Peugeot e abbiamo ritrovato il legittimo proprietario la sera dopo, che però ha avuto la faccia tosta di prodigarsi in ringraziamenti e grandi giri di parole senza neanche offrirci una birra.

La Sorgente (Isola d'Elba) La Biodola (Isola d'Elba)

C’è un posto, poi, che forse non è così conosciuto come i grandi centri balneari ma che mi ha decisamente lasciato senza fiato. Forse è per quello che la chiamano La Sorgente: è una spiaggia di ciottoli bianchi, piccola e stretta (quindi decisamente affollata), che si staglia a ridosso di alcuni scogli e che dall’altra parte prosegue prendendo il nome di Spiaggia di Sansone. E’ un piccolo angolo di paradiso, il mare sembra riempito con l’acqua del rubinetto, di quella pura che trovi davvero solo nei sentierini in montagna. Dicono sia il top quando spira lo scirocco ma io non vi so dire molto sulla geografia. So soltanto che quel sabato pomeriggio era come aver davanti un quarto di mondo dischiuso fra le rocce, una caletta che sembrava gridare la sua bellezza in un rigoroso silenzio.

La Sorgente (Isola d'Elba) La Sorgente (Isola d'Elba)

Dell’isola d’Elba mi è piaciuto praticamente tutto. Se proprio devo trovarci un difetto, ho sentito la mancanza di una camminata sul bagnasciuga (però è una cosa di cui posso fare tranquillamente a meno, di solito non mi viene mai voglia quando ne ho la possibilità); all’architetto invece non è piaciuto il fatto di non riuscire a trovare conchiglie. Ma per il resto mi piace l’idea di essere in una caletta, con la collina che ti fa da schienale e il mare che, davanti a te, diventa un poggiapiedi. Mi piace il verde dei boschi, la varietà delle spiagge, e soprattutto mi piace che con un viaggio non troppo lungo, traghetto compreso, io sia già lì.

Traghetto Traghetto

E poi siamo tornati. Con i capelli da pazza, il sale ancora sulla pelle e il tramonto sul mare che si allontanava. E due conchiglie nella borsa. Sì, alla Sorgente gliele ho trovate, quasi per caso. Qualcosa vorrà pur dire, no?

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Il resto delle foto (e queste, ingrandite) è su Flickr. Meritano. Io ho parlato anche troppo.

Le due facce della medaglia – non è mare senza un libro da leggere (o da tirarti dietro)

Qualche anno fa per la prima volta io e il mio fidanzato abbiamo passato le vacanze al mare completamente da soli. Eravamo nel nostro solito campeggio, che abbiamo abbandonato dopo poco per migrare verso altri lidi, dai quali non ci siamo però mai allontanati con decisione.
Lui non era ancora un architetto fatto e finito ma uno squattrinato studente alle prese con revisioni e progetti in Autocad, la situazione era quindi molto diversa da oggi (prego notare la vena sarcastica, grazie). Io sì, io ero uguale, solo con un briciolo in meno di fiducia in me stessa e con tanta spensieratezza fra i capelli.

Prima di allora eravamo abituati ad andare al mare in compagnia. Amici, i miei fratelli, suo fratello: c’era sempre qualcuno in mezzo ai piedi, roba che per stare un po’ insieme dovevamo ritagliarci dei momenti fugaci come se fossimo rinchiusi nella casa del Grande Fratello. Di bello, però, c’era che avevamo comunque sempre qualcosa da fare. Non correvamo il rischio di annoiarci. E con me è facile, perché fidatevi, io al mare sono veramente insopportabile.
Per farvi capire, la giornata tipica dell’Architetto è scandita da una routine quasi normale: arriva in siaggia, si mette la crema (mi chiede che crema mettersi, perché ha finalmente capito che se mi ascolta non rischia di scottarsi ogni centimetro esposto del suo corpo), aspetta che arrivi l’ora di fare il bagno cercando di distrarsi - giochiamo a racchettoni? Facciamo un giro nell’acqua? Mi passi la Gazzetta? Mi dai la Settimana Enigmistica? 42 verticale, il nome di Noschese, te che guardi sempre quei programmi di merda, Techetechetè, te lo ricordi? 
Grazie al cielo arriva l’ora del bagno. Entra in acqua, mi dice quaranta volte di andare con lui (a volte acconsento, a volte faccio finta di scrutare l’orizzonte o di non sentire bene quello che dice), poi doccino e asciugatura con le chiappe rivolte verso il sole. Si pranza e poi di nuovo da capo a dodici. Mi passi l’acqua? Giochiamo a bocce? Vuoi un gelato? Dove mangiamo stasera? Fra quanto posso fare il bagno? Ne ho fatti di incubi nella mia vita – me ne ricordo uno di quando ero bambina, c’era Catwoman che voleva stritolarmi con le sue mani ricoperte di latex – ma quella settimana, ve l’assicuro, poteva batterli tutti.

La giornata tipica mia, al mare, è molto semplice. Arrivo in spiaggia, mi metto la crema (non scendo mai sotto la protezione 30, sarò esagerata non c’è niente di peggio di me al mare, scottata e pure incazzata perché con l’eritema mi prude ovunque e non mi posso grattare) e poi mi stendo. Apro la borsa e, tadan, tiro fuori il mio libro.
Ho sempre un libro, al mare – bugia: ne ho sempre fissi due o tre in valigia, e magari se trovo una libreria me ne compro pure un altro. Un anno ho battuto il mio record: in diciannove giorni di mare, mentre gli altri entravano ed uscivano dall’acqua, credo di averne fatti fuori più di una decina. Quell’anno ho fatto il bagno solo tre volte in tutta la vacanza. Sì, avevo qualche problema.

Di recente sono migliorata: ho fatto pace con l’acqua del mare e, più che altro, ho cercato di sforzarmi per venire incontro all’Architetto, che altrimenti si ritrovava da solo a nuotare fra bambini coi braccioli, anziani in modalità risveglio muscolare e coppiette avvinghiate come polipi uno sull’altro.
Durante quella famosa settimana in uno dei suoi tanti bagni solitari aveva stretto amicizia con un giovane papà di colore, nostro vicino di ombrellone, che era in vacanza con i suoi due figli piccoli e la moglie, svizzera. Conversavamo in inglese per approfondire quei pochi argomenti che avevamo in comune (i laghi e le montagne svizzere, le bellezze dell’Italia che avevano appena visitato), e poi io me ne tornavo al mio libro. Tant’è che lui, il vicino di ombrellone, un giorno mi aveva chiesto che cosa studiassi. Literature, gli avevo risposto, per farla breve. E lui aveva detto, con fare quasi sollevato, I knew it! You read all the time! 

Se fossimo stati in un episodio di Sailor Moon mi sarebbe scesa la gocciolina come nei manga giapponesi. Purtroppo è proprio così: io al mare leggo, come un caterpillar, e sono sempre stata troppo pigra per fare una vita da spiaggia particolarmente attiva. Metto il culo sul salviettone e da lì non mi muovo, tranne che per fare pipì o cambiare posizione perché altrimenti mi brucio la schiena. Posso concederti una partita a racchettoni in riva, ma non prima delle sette di sera, quando quasi tutti saranno tornati verso casa a lavarsi e a profumarsi per la cena. E soprattutto perché saremo rimasti io e te e qualche famigliola con il cane, e allora posso anche permettermi di far ballonzolare la mia ciccia mentre ti stendo come se fossimo Nadal e Djokovic che giocano la finale di Wimbledon.

Quest’anno di libro me ne porto solo uno. Gigante. Roba che ci sta nella borsa, sì, ma rischio gli insulti. E rischio una lussazione alla spalla che potrebbe rivelarsi ancora più ridicola della mia amica Lucia che l’anno scorso si è rotta un braccio trascinata via da un’onda.
E’ una sfida, ho sentito il richiamo del mondo russo e ho dovuto rispondere a gran voce. Eccomi, Lev, prendimi, sono tutta tua.

Anna Karenina

Incomincerò Anna Karenina. Mia nonna direbbe che è un po’ come andare in ospedale, che sai quando ci entri e non sai mai quando ci esci, ma noi ci proviamo lo stesso.
Mi vergogno per non averlo mai fatto prima – ci sono tanti classici che ho snobbato per tanto, troppo, tempo, perché ero concentrata sul loro aspetto formale e non mi riusciva proprio di leggerli per piacere – e lancio un invito, a chi non lo avesse mai preso in mano, perché lo incominci con me. Credo che sia come i telefilm, che non c’è gusto se non li puoi commentare con nessuno. Io sto aspettando un pen friend come alle scuole medie, ma tanto so già come andrà a finire: mentre lui, dopo il doccino, si asciugherà le chiappe guardando il sole, sarà costretto a sentirmi ciarlare su Anna Karenina con un vago accento russo, che nella mia testa farà tanto spia del KGB in incognito ma nella realtà sarà molto più simile a quello della badante del signore del piano di sopra.

Ho dimenticato di dire una cosa. Anche quest’anno in vacanza (tranne che per coincidenze e congiunture astrali che magari prossimamente racconterò) siamo quasi sempre da soli.
Però di libro ne ho portato solo uno, sono migliorata, no?

Valigia.doc e tre cose che mi fanno così tanto estate

Lungi da me dall’essere una fashion blogger. Non so nemmeno cosa sia, una fashion blogger.
Di solito mi vesto un po’ a caso, soprattutto se devo andare dall’Architetto dopo cena giusto per due chiacchiere e due bacini, e mi stupisco anche di come in realtà io possa riscuotere successo. A volte preferirei arrotolarmi dello scotch addosso e lanciarmi dentro l’armadio, così da mischiare i capi senza un minimo di cognizione, e invece no, bisogna pure sforzarsi e trovare l’ispirazione per vestirsi.
Con la mia fisicità, più simile a quella di una russa che partecipa alle olimpiadi nel lancio del martello che ad una ballerina, non posso di certo permettermi abiti aderenti o pantaloncini girochiappa che andrebbero bene solo nel tragitto spiaggia-casa del mare.. Anche se in realtà c’è molta gente che se ne frega: soprattutto ora che vanno di moda i leggings, vedo dei prosciutti avvolti in tessuto nero (o tessuto fiorato, o tessuto di qualsiasi colore e fattura) che vanno in giro sciabattando anche con una certa fierezza, e devo dire che lì per lì mi scatta l’invidia. Invidia non per i loro prosciutti – a salumeria stiamo a posto anche qui, grazie – ma per la spavalderia con cui indossano dei pantaloncini più corti del mio pigiama, o delle gonne a vita alta che rendono i loro fianchi ancora più larghi di quanto lo siano in realtà. Io, conciata in quel modo, non riuscirei neanche a fare un passo oltre il mio armadio senza sentirmi una mongolfiera incastrata fra due montagne. Loro invece sono comode, fresche, e probabilmente se ne sbattono. E mi rendo conto che a sbagliare sono io, ovviamente.

Sto facendo la valigia per andare al mare (presto i dettagli) – io odio fare la valigia, va a finire che ci metto dentro un sacco di vestiti inutili e che non mi riesco ad organizzare perché non trovo niente da combinare insieme. Forse questa volta andiamo meglio, perché ho rimesso a posto il mio armadio dopo secoli (era veramente in uno stato pietoso, c’erano vestiti che non avevano più visto la luce dopo i primi anni del liceo.. via via, ho buttato tutto) e sono riemerse cose che credevo di aver perso. E’ incredibile come io, nonostante ritenga di vestirmi a caso, sia riuscita in qualche anno ad accumulare dei capi così belli. E ad accumularne così tanti, roba che mentre li sistemavo pensavo veramente che l’armadio mi crollasse addosso da un momento all’altro.
La cosa brutta sapete qual è? Che adesso, quando vado a fare shopping, sento i miei vestiti che da casa mi chiamano. Sento l’eco. Ne hai abbastanza, anza, anza, anza. Smettila, ettila, ettila.

Prima di mettere le cose fisicamente dentro la borsa, ho fatto la valigia su Word. Ho stilato una lista di cose che mi voglio portare, cercando di ottimizzare gli accessori (poche scarpe, solo una borsa che vada bene con tutto) e di non mischiare troppi colori.
Dopo aver salvato il file mi sentivo intelligente quasi come se fossi stata io a scoprire il bosone di Higgs. E devo dire che non ho fatto una cagata: il metodo valigia.doc funziona. Ci avrei inserito il mondo, ma poi sapientemente mi accorgevo di quanto fosse inutile certa roba e cancellavo, senza timore. Ci sono tre cose, però, che hanno superate le innumerevoli revisioni. TRE COSE CHE MI FANNO COSI’ TANTO ESTATE (a parte lo zampirone anti zanzare, il parasole da mettere sopra al cruscotto della macchina e il rumore delle cicale):

Cappelli e scarpe imbarazzanti

1. LE SCARPE IMBARAZZANTI. Avevo già parlato delle Birkenstock l’anno scorso, dicendo che sì, sono bruttine ma per me sono anche comode come avere delle carezze sotto l’arco naturale del piede (adesso poi che le fashion blogger, quelle serie, hanno sdoganato le Arizona stiamo freschi.. ci sarà l’invasione delle ciabatte da frate in ogni spigolo, che io personalmente tollero solo per scendere il cane che lo piscio o per andare a buttare la spazzatura quando davvero non c’è in giro un cane, neanche per scenderlo che lo piscio).
Quest’anno, fortunelli voi che ascoltate, vi propongo le minorchine, non propriamente anatomiche e ortopediche come le mie amiche Birky ma ugualmente giudicate di cattivo gusto. Secondo me nella mia città le portiamo solo io e qualche bambina, a cui comunque crescerà il piede e che quindi userà solo fino al primo giorno d’asilo a settembre. E’ che secondo me sono simpatiche. Non sono ballerine, non sono ciabatte, non sono tacchi: a quanto pare sono le scarpe tradizionali dell’isola di Minorca, originariamente ricavate da vecchi copertoni in gomma (per il sotto) e poi rifinite in cuoio e pelle. O non so, insomma, non so neanche riconoscere la plastica dalla stoffa, non sono brava a descrivere le cose.
Se non vi piacciono, pazienza. Io le ho da una decina d’anni, regalo di amici al ritorno da un viaggio proprio in quelle zone. Sono della marca Castell, nel caso servisse, e se non fosse per qualche graffietto sulla pelle davanti, sarebbero ancora perfette. Le vorrei comprare anche blu o nere. L’architetto sa già dove prenotare l’anno prossimo la vacanza, insomma.

2. IL CAPPELLO DI PAGLIA. La mia mania dei cappelli ha radici antiche. Più o meno in ogni località di mare lasciavo giù i miei cinque o dieci euro alla signora del negozio per comprarmene uno che poi, puntualmente, rischiavo di perdere al primo boffo di vento. Se avessi un altro carattere li metterei anche in città (e anche in occasioni speciali come matrimoni ed eventi), e non escludo di poterci arrivare, un giorno. Ho anche un debole per i foulard da legare sulla testa e lasciare morbidi sulle spalle, molto anni sessanta, ma sarei capace anche di metterli tipo Baronessa Schroeder di Tutti insieme appassionatamente, perciò non faccio testo.
Nel mettere a posto l’armadio ho trovato un paio di cappelli tutti accartocciati e mezzi rotti, colpa mia che non li ho tenuti in forma, e a malincuore li ho dovuti buttare. Alla fiera della mia città ne ho comprato un altro, bianco, tipo panama. Neanche a dirlo, nel mio valigia.doc è al primo posto.

Croccante Algida

3. IL CROCCANTE. C’è qualcosa di più buono del Croccante, in estate? E non ditemi il Winner Taco, che quello l’hanno rifatto da poco e ci han fatto penare, tanto che ci eravamo dimenticati pure il gusto. Il croccante è eterno, l’Algida manco ci pensa a toglierlo dalla produzione perché teme azioni sindacali e persone incatenate ai cancelli e suicidi e minacce e teste di maiale recapitate alla ditta. O no?! Algida, se mi leggi, avvisami per tempo, perché prima di toglierlo dal commercio stai serena che te ne ordino un bancale.

Ho chiuso la borsa, e incredibilmente non ho dovuto sedermi sopra alla valigia per farci stare tutto.
Il croccante l’ho mangiato nel frattempo. Tranqui, quando arrivo lo compro là.

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L’illustrazione è di Carol Rossetti (il file l’ho trovato su Google)

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