Gridare in silenzio – Isola d’Elba, il racconto a parole

Procchio (Isola d'Elba)

Ho fatto delle foto. Ho fotografato invece di parlare. Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare.
(D. Pennac)

Nota prima di incominciare: l’Architetto è decisamente un tipo da ho fotografato per non dimenticare. E’ un tipo che fotografa l’impossibile, cercando di allineare tutto come se avesse sullo schermo i righelli di Photoshop.
Ho pensato a lungo a cosa scrivere una volta tornata da questo mio viaggio; guardando le foto mi è addirittura venuto lo schizzo di lasciar parlare solo le immagini, talmente erano venute bene, ma non sarei io. Io devo descrivere, per non dimenticare, devo mettere in fila le virgole e i punti, devo essere esaustiva. Perciò questa volta insieme, io e lui, ognuno con il proprio linguaggio, cercheremo di raccontare l’isola d’Elba, che non è niente di nuovo né di esotico, ma nasconde colori e sfumature che neanche noi pensavamo di trovare.
Per una questione di spazio ho dovuto rimpicciolire e tralasciare molte immagini. Per il racconto fotografico silenzioso, quindi, c’è FLICKR.

Traghetto Portoferraio

Mi spaventava il traghetto, all’inizio. C’ero già stata con i miei genitori quando ero più piccola e mi ricordavo di aver avuto un fortissimo senso di nausea per tutto il tempo. Una volta salita ho capito: era la stanza chiusa, quella coi seggiolini e il soffitto basso e l’aria che non circola a darmi fastidio. Va bene che soffro il mal di mare, ma sul ponte, con l’aria in faccia e il vento che ti fa i capelli da pazza, era tutta un’altra storia.
La prima cosa che si vede prima di attraccare all’Elba e andare a recuperare la macchina è il colore delle case di Portoferraio, tutte sbiaditine se messe a confronto con quelle della Liguria, sormontate da mura e bastioni storici che, dopo un paio di giorni, imparerai a conoscere e a ricordare come la Fortezza Medicea. Quando sali in macchina (l’Architetto era andato a riprendere la Golf dal soppalco dov’era parcheggiata e io, dal porto, sono balzata sul sedile al volo gridando segui quell’auto!, ho sempre sognato di farlo) ti ritrovi ovviamente o in coda o in balia dei cartelli stradali. All’isola d’Elba ci sono poche strade, almeno per chi proviene da una cittadina medio-piccola come noi, quindi per andare dove devi andare bisogna per forza seguire il flusso che va in due o tre direzioni soltanto. E se ti becchi la coda cosa fai, reprimi il tuo istinto da milanese sulla metropolitana e aspetti.

Il nostro punto d’appoggio era a Bagnaia, a circa 15 km da Portoferraio. Abbiamo prenotato di sabato e siamo partiti il giovedì successivo, un last minute con giusto il tempo di fare una lavatrice per riempire la valigia. Siamo andati un po’ alla cieca ma ci siamo fidati di chi, a Bagnaia, ci va da vent’anni. Era proprio tutto due cuori e una capanna: un monolocale con una terrazza più grande della casa stessa e una salita talmente ripida da farci arrivare alla porta col fiatone e con le gambe pesanti. O con la voglia di chiudere il mondo fuori e guardare al di là della terrazza, chi lo sa.

Bagnaia  Monolocale

L’acqua e la spiaggia a Bagnaia non sono un granché. Ma il nostro obiettivo non era quello di fare la vita da Bagno Carlo 23 Bis (mi sembrava fosse quello lo stabilimento dove andavo a Bellaria quando ero piccola, mi ricordo della targhetta che mi mettevano per evitare che mi perdessi, come si fa con i cani), noi volevamo girare e provare spiagge diverse, vedere persone diverse, scovare posti diversi.

Siamo stati alla Biodola, la riviera romagnola dell’Elba, con la spiaggia lunga (per gli standard dell’isola) e con l’acqua che scende dolcemente; siamo stati a Cavoli, che a detta di alcuni è quella che più assomiglia alla Sardegna, con una sabbia bianca granitica e il mare che tende al verde; siamo stati a Lacona e al Lido di Capoliveri, e poi a Procchio e perfino a Nisportino. Siamo stati un po’ ovunque, cercando di schivare il brutto tempo che sembrava seguirci come una maledizione. Nei giorni di pioggia sì, ci siamo un po’ annoiati, perché gira la voce che all’isola d’Elba non piova quasi mai e quindi non offrono molte cose da fare, quando capita una settimana un po’ sfigata come la nostra. Siamo stati a vedere l’acquario di Marina di Campo, che è comunque lodevole se non altro perché è tenuto in piedi da volontari; abbiamo circumnavigato Portoferraio, scovando vicoli e fotografando scalinate e piazzette. Non siamo andati a visitare la casa di Napoleone, ma un altro giorno di pioggia e stai sicuro che eravamo i primi a chiudere l’ombrello e fare la fila per entrare.

Acquario di Marina di Campo (Isola d'Elba) Portoferraio (Isola d'Elba)

Mi ero portata anche le scarpe da ginnastica, in valigia. Si sa mai che proprio all’isola d’Elba mi viene voglia di andare a correre, mi ero detta, ma poi ho desistito perché mi spaventavano le macchine (e le salite). Ad ogni modo, di strada a piedi ne abbiamo fatta: la prima volta che siamo andati a Capoliveri, un paesino arroccato su una collina da cui vedi anche l’isolotto di Montecristo, abbiamo seguito delle indicazioni farlocche (più o meno stavo guidando io il gruppo) e abbiamo allungato di molto la strada, quando bastava fare una scalinata ripida che in due minuti ti portava nella piazza principale. Amici, era per il vostro bene, dai, prendetela con filosofia.
Capoliveri, poi, è molto carina: è il classico borgo italiano con i vicoli e le case addossate l’una sull’altra, con i voltoni alternati ai negozietti e ai portoni di legno riverniciati di verde scuro, ma diversa dagli altri centri dell’Elba. Ci siamo capitati anche il primo agosto, alla Notte Blu, che a mio parere la rende un po’ troppo caotica e rumorosa. Se programmate di andarci, comunque, vi segnalo soltanto due tappe: la Piada per strada – e si sente che la piadina la fa un romagnolo, mi dispiace ma non ce n’è per nessuno – e il Dolce della Transilvania, una spirale di pasta simile al pan brioche che viene fatto caramellare e poi farcito a piacere (noci e cannella, zucchero di canna, cioccolato). Il kurtos kalacs con lo zucchero di canna, credetemi, è una delle cose più buone e delicate che io abbia mai mangiato.

Capoliveri (Isola d'Elba) Capoliveri (Isola d'Elba)

Avevo parlato, la settimana scorsa, di come io non fossi una grande fan dell’acqua del mare. Per fare il bagno mi dovevano implorare, di solito, e difficilmente riuscivano a convincermi; in particolare a Cavoli e alla Biodola, invece, mentre lui piantava l’ombrellone io ero già a nuotare stile cagnolino con la testa fuori e gli occhi mezzi chiusi per il sole dritto in faccia. Riuscivo a vedere il fondo senza occhiali, riuscivo a vedere i miei piedi che toccavano e alzavano la sabbia, riuscivo a distinguere i sassolini. Ho messo la maschera per vedere i pesci (snorkeling, lo chiamano, ma io con la maschera ero semplicemente un personaggio di South Park) ma alcuni li ho anche seguiti ad occhio nudo.
Ci ho fatto pace, sì, con il mare.

Cavoli (Isola d'Elba) La Biodola (Isola d'Elba)

Non mi sono scottata – era la cosa che mi spaventava di più, dopo il traghetto – ma anzi, mi sono abbronzata tanto per i miei standard, soprattutto le spalle, e finalmente non ho più le occhiaie. Non ho letto tantissimo (Anna Karenina sta bene, sono a duecento pagine; Levin è appena andato in campagna e Karenin ha nasato qualcosa, siamo in un leggero momento di stallo ma Anna non temere, arrivo) e mi sono riposata molto. Ho comprato una cartolina brutta, con un disegno da fumetto anni settanta, e ne ho tralasciata una con un calco della mano di Napoleone. Ho anche sfidato me stessa andando sul pedalò: io, che soffro il mal di mare, mi sono fatta convincere ad andare fin dietro gli scogli per vedere la grotta azzurra di Cavoli. Quando sono scesa avevo lo stomaco sottosopra e la brugna inversa, ma devo ammettere che ne è valsa la pena.
Abbiamo beccato due temporali in spiaggia, uno che ci ha regalato un panorama da Caspar David Friedrich e che ci ha fatto fare la strada fino alla macchina con l’ombrellone aperto come dei naufraghi. Ho mangiato un pesce spada alla griglia che me lo sogno ancora la notte, ma abbiamo anche buttato dei soldi in un postaccio, un ristorante dove non ci volevano neanche fare il caffè perché ipoteticamente la macchina è rotta. Abbiamo parcheggiato una macchina nel canale, perché non trovo soluzioni, mi sono incagnato, e poi abbiamo fatto fatica a tirarla fuori, roba da chiamare quasi il carro attrezzi. Abbiamo trovato per terra a Capoliveri una chiave di una Peugeot e abbiamo ritrovato il legittimo proprietario la sera dopo, che però ha avuto la faccia tosta di prodigarsi in ringraziamenti e grandi giri di parole senza neanche offrirci una birra.

La Sorgente (Isola d'Elba) La Biodola (Isola d'Elba)

C’è un posto, poi, che forse non è così conosciuto come i grandi centri balneari ma che mi ha decisamente lasciato senza fiato. Forse è per quello che la chiamano La Sorgente: è una spiaggia di ciottoli bianchi, piccola e stretta (quindi decisamente affollata), che si staglia a ridosso di alcuni scogli e che dall’altra parte prosegue prendendo il nome di Spiaggia di Sansone. E’ un piccolo angolo di paradiso, il mare sembra riempito con l’acqua del rubinetto, di quella pura che trovi davvero solo nei sentierini in montagna. Dicono sia il top quando spira lo scirocco ma io non vi so dire molto sulla geografia. So soltanto che quel sabato pomeriggio era come aver davanti un quarto di mondo dischiuso fra le rocce, una caletta che sembrava gridare la sua bellezza in un rigoroso silenzio.

La Sorgente (Isola d'Elba) La Sorgente (Isola d'Elba)

Dell’isola d’Elba mi è piaciuto praticamente tutto. Se proprio devo trovarci un difetto, ho sentito la mancanza di una camminata sul bagnasciuga (però è una cosa di cui posso fare tranquillamente a meno, di solito non mi viene mai voglia quando ne ho la possibilità); all’architetto invece non è piaciuto il fatto di non riuscire a trovare conchiglie. Ma per il resto mi piace l’idea di essere in una caletta, con la collina che ti fa da schienale e il mare che, davanti a te, diventa un poggiapiedi. Mi piace il verde dei boschi, la varietà delle spiagge, e soprattutto mi piace che con un viaggio non troppo lungo, traghetto compreso, io sia già lì.

Traghetto Traghetto

E poi siamo tornati. Con i capelli da pazza, il sale ancora sulla pelle e il tramonto sul mare che si allontanava. E due conchiglie nella borsa. Sì, alla Sorgente gliele ho trovate, quasi per caso. Qualcosa vorrà pur dire, no?

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Il resto delle foto (e queste, ingrandite) è su Flickr. Meritano. Io ho parlato anche troppo.

Le due facce della medaglia – non è mare senza un libro da leggere (o da tirarti dietro)

Qualche anno fa per la prima volta io e il mio fidanzato abbiamo passato le vacanze al mare completamente da soli. Eravamo nel nostro solito campeggio, che abbiamo abbandonato dopo poco per migrare verso altri lidi, dai quali non ci siamo però mai allontanati con decisione.
Lui non era ancora un architetto fatto e finito ma uno squattrinato studente alle prese con revisioni e progetti in Autocad, la situazione era quindi molto diversa da oggi (prego notare la vena sarcastica, grazie). Io sì, io ero uguale, solo con un briciolo in meno di fiducia in me stessa e con tanta spensieratezza fra i capelli.

Prima di allora eravamo abituati ad andare al mare in compagnia. Amici, i miei fratelli, suo fratello: c’era sempre qualcuno in mezzo ai piedi, roba che per stare un po’ insieme dovevamo ritagliarci dei momenti fugaci come se fossimo rinchiusi nella casa del Grande Fratello. Di bello, però, c’era che avevamo comunque sempre qualcosa da fare. Non correvamo il rischio di annoiarci. E con me è facile, perché fidatevi, io al mare sono veramente insopportabile.
Per farvi capire, la giornata tipica dell’Architetto è scandita da una routine quasi normale: arriva in siaggia, si mette la crema (mi chiede che crema mettersi, perché ha finalmente capito che se mi ascolta non rischia di scottarsi ogni centimetro esposto del suo corpo), aspetta che arrivi l’ora di fare il bagno cercando di distrarsi - giochiamo a racchettoni? Facciamo un giro nell’acqua? Mi passi la Gazzetta? Mi dai la Settimana Enigmistica? 42 verticale, il nome di Noschese, te che guardi sempre quei programmi di merda, Techetechetè, te lo ricordi? 
Grazie al cielo arriva l’ora del bagno. Entra in acqua, mi dice quaranta volte di andare con lui (a volte acconsento, a volte faccio finta di scrutare l’orizzonte o di non sentire bene quello che dice), poi doccino e asciugatura con le chiappe rivolte verso il sole. Si pranza e poi di nuovo da capo a dodici. Mi passi l’acqua? Giochiamo a bocce? Vuoi un gelato? Dove mangiamo stasera? Fra quanto posso fare il bagno? Ne ho fatti di incubi nella mia vita – me ne ricordo uno di quando ero bambina, c’era Catwoman che voleva stritolarmi con le sue mani ricoperte di latex – ma quella settimana, ve l’assicuro, poteva batterli tutti.

La giornata tipica mia, al mare, è molto semplice. Arrivo in spiaggia, mi metto la crema (non scendo mai sotto la protezione 30, sarò esagerata non c’è niente di peggio di me al mare, scottata e pure incazzata perché con l’eritema mi prude ovunque e non mi posso grattare) e poi mi stendo. Apro la borsa e, tadan, tiro fuori il mio libro.
Ho sempre un libro, al mare – bugia: ne ho sempre fissi due o tre in valigia, e magari se trovo una libreria me ne compro pure un altro. Un anno ho battuto il mio record: in diciannove giorni di mare, mentre gli altri entravano ed uscivano dall’acqua, credo di averne fatti fuori più di una decina. Quell’anno ho fatto il bagno solo tre volte in tutta la vacanza. Sì, avevo qualche problema.

Di recente sono migliorata: ho fatto pace con l’acqua del mare e, più che altro, ho cercato di sforzarmi per venire incontro all’Architetto, che altrimenti si ritrovava da solo a nuotare fra bambini coi braccioli, anziani in modalità risveglio muscolare e coppiette avvinghiate come polipi uno sull’altro.
Durante quella famosa settimana in uno dei suoi tanti bagni solitari aveva stretto amicizia con un giovane papà di colore, nostro vicino di ombrellone, che era in vacanza con i suoi due figli piccoli e la moglie, svizzera. Conversavamo in inglese per approfondire quei pochi argomenti che avevamo in comune (i laghi e le montagne svizzere, le bellezze dell’Italia che avevano appena visitato), e poi io me ne tornavo al mio libro. Tant’è che lui, il vicino di ombrellone, un giorno mi aveva chiesto che cosa studiassi. Literature, gli avevo risposto, per farla breve. E lui aveva detto, con fare quasi sollevato, I knew it! You read all the time! 

Se fossimo stati in un episodio di Sailor Moon mi sarebbe scesa la gocciolina come nei manga giapponesi. Purtroppo è proprio così: io al mare leggo, come un caterpillar, e sono sempre stata troppo pigra per fare una vita da spiaggia particolarmente attiva. Metto il culo sul salviettone e da lì non mi muovo, tranne che per fare pipì o cambiare posizione perché altrimenti mi brucio la schiena. Posso concederti una partita a racchettoni in riva, ma non prima delle sette di sera, quando quasi tutti saranno tornati verso casa a lavarsi e a profumarsi per la cena. E soprattutto perché saremo rimasti io e te e qualche famigliola con il cane, e allora posso anche permettermi di far ballonzolare la mia ciccia mentre ti stendo come se fossimo Nadal e Djokovic che giocano la finale di Wimbledon.

Quest’anno di libro me ne porto solo uno. Gigante. Roba che ci sta nella borsa, sì, ma rischio gli insulti. E rischio una lussazione alla spalla che potrebbe rivelarsi ancora più ridicola della mia amica Lucia che l’anno scorso si è rotta un braccio trascinata via da un’onda.
E’ una sfida, ho sentito il richiamo del mondo russo e ho dovuto rispondere a gran voce. Eccomi, Lev, prendimi, sono tutta tua.

Anna Karenina

Incomincerò Anna Karenina. Mia nonna direbbe che è un po’ come andare in ospedale, che sai quando ci entri e non sai mai quando ci esci, ma noi ci proviamo lo stesso.
Mi vergogno per non averlo mai fatto prima – ci sono tanti classici che ho snobbato per tanto, troppo, tempo, perché ero concentrata sul loro aspetto formale e non mi riusciva proprio di leggerli per piacere – e lancio un invito, a chi non lo avesse mai preso in mano, perché lo incominci con me. Credo che sia come i telefilm, che non c’è gusto se non li puoi commentare con nessuno. Io sto aspettando un pen friend come alle scuole medie, ma tanto so già come andrà a finire: mentre lui, dopo il doccino, si asciugherà le chiappe guardando il sole, sarà costretto a sentirmi ciarlare su Anna Karenina con un vago accento russo, che nella mia testa farà tanto spia del KGB in incognito ma nella realtà sarà molto più simile a quello della badante del signore del piano di sopra.

Ho dimenticato di dire una cosa. Anche quest’anno in vacanza (tranne che per coincidenze e congiunture astrali che magari prossimamente racconterò) siamo quasi sempre da soli.
Però di libro ne ho portato solo uno, sono migliorata, no?

Valigia.doc e tre cose che mi fanno così tanto estate

Lungi da me dall’essere una fashion blogger. Non so nemmeno cosa sia, una fashion blogger.
Di solito mi vesto un po’ a caso, soprattutto se devo andare dall’Architetto dopo cena giusto per due chiacchiere e due bacini, e mi stupisco anche di come in realtà io possa riscuotere successo. A volte preferirei arrotolarmi dello scotch addosso e lanciarmi dentro l’armadio, così da mischiare i capi senza un minimo di cognizione, e invece no, bisogna pure sforzarsi e trovare l’ispirazione per vestirsi.
Con la mia fisicità, più simile a quella di una russa che partecipa alle olimpiadi nel lancio del martello che ad una ballerina, non posso di certo permettermi abiti aderenti o pantaloncini girochiappa che andrebbero bene solo nel tragitto spiaggia-casa del mare.. Anche se in realtà c’è molta gente che se ne frega: soprattutto ora che vanno di moda i leggings, vedo dei prosciutti avvolti in tessuto nero (o tessuto fiorato, o tessuto di qualsiasi colore e fattura) che vanno in giro sciabattando anche con una certa fierezza, e devo dire che lì per lì mi scatta l’invidia. Invidia non per i loro prosciutti – a salumeria stiamo a posto anche qui, grazie – ma per la spavalderia con cui indossano dei pantaloncini più corti del mio pigiama, o delle gonne a vita alta che rendono i loro fianchi ancora più larghi di quanto lo siano in realtà. Io, conciata in quel modo, non riuscirei neanche a fare un passo oltre il mio armadio senza sentirmi una mongolfiera incastrata fra due montagne. Loro invece sono comode, fresche, e probabilmente se ne sbattono. E mi rendo conto che a sbagliare sono io, ovviamente.

Sto facendo la valigia per andare al mare (presto i dettagli) – io odio fare la valigia, va a finire che ci metto dentro un sacco di vestiti inutili e che non mi riesco ad organizzare perché non trovo niente da combinare insieme. Forse questa volta andiamo meglio, perché ho rimesso a posto il mio armadio dopo secoli (era veramente in uno stato pietoso, c’erano vestiti che non avevano più visto la luce dopo i primi anni del liceo.. via via, ho buttato tutto) e sono riemerse cose che credevo di aver perso. E’ incredibile come io, nonostante ritenga di vestirmi a caso, sia riuscita in qualche anno ad accumulare dei capi così belli. E ad accumularne così tanti, roba che mentre li sistemavo pensavo veramente che l’armadio mi crollasse addosso da un momento all’altro.
La cosa brutta sapete qual è? Che adesso, quando vado a fare shopping, sento i miei vestiti che da casa mi chiamano. Sento l’eco. Ne hai abbastanza, anza, anza, anza. Smettila, ettila, ettila.

Prima di mettere le cose fisicamente dentro la borsa, ho fatto la valigia su Word. Ho stilato una lista di cose che mi voglio portare, cercando di ottimizzare gli accessori (poche scarpe, solo una borsa che vada bene con tutto) e di non mischiare troppi colori.
Dopo aver salvato il file mi sentivo intelligente quasi come se fossi stata io a scoprire il bosone di Higgs. E devo dire che non ho fatto una cagata: il metodo valigia.doc funziona. Ci avrei inserito il mondo, ma poi sapientemente mi accorgevo di quanto fosse inutile certa roba e cancellavo, senza timore. Ci sono tre cose, però, che hanno superate le innumerevoli revisioni. TRE COSE CHE MI FANNO COSI’ TANTO ESTATE (a parte lo zampirone anti zanzare, il parasole da mettere sopra al cruscotto della macchina e il rumore delle cicale):

Cappelli e scarpe imbarazzanti

1. LE SCARPE IMBARAZZANTI. Avevo già parlato delle Birkenstock l’anno scorso, dicendo che sì, sono bruttine ma per me sono anche comode come avere delle carezze sotto l’arco naturale del piede (adesso poi che le fashion blogger, quelle serie, hanno sdoganato le Arizona stiamo freschi.. ci sarà l’invasione delle ciabatte da frate in ogni spigolo, che io personalmente tollero solo per scendere il cane che lo piscio o per andare a buttare la spazzatura quando davvero non c’è in giro un cane, neanche per scenderlo che lo piscio).
Quest’anno, fortunelli voi che ascoltate, vi propongo le minorchine, non propriamente anatomiche e ortopediche come le mie amiche Birky ma ugualmente giudicate di cattivo gusto. Secondo me nella mia città le portiamo solo io e qualche bambina, a cui comunque crescerà il piede e che quindi userà solo fino al primo giorno d’asilo a settembre. E’ che secondo me sono simpatiche. Non sono ballerine, non sono ciabatte, non sono tacchi: a quanto pare sono le scarpe tradizionali dell’isola di Minorca, originariamente ricavate da vecchi copertoni in gomma (per il sotto) e poi rifinite in cuoio e pelle. O non so, insomma, non so neanche riconoscere la plastica dalla stoffa, non sono brava a descrivere le cose.
Se non vi piacciono, pazienza. Io le ho da una decina d’anni, regalo di amici al ritorno da un viaggio proprio in quelle zone. Sono della marca Castell, nel caso servisse, e se non fosse per qualche graffietto sulla pelle davanti, sarebbero ancora perfette. Le vorrei comprare anche blu o nere. L’architetto sa già dove prenotare l’anno prossimo la vacanza, insomma.

2. IL CAPPELLO DI PAGLIA. La mia mania dei cappelli ha radici antiche. Più o meno in ogni località di mare lasciavo giù i miei cinque o dieci euro alla signora del negozio per comprarmene uno che poi, puntualmente, rischiavo di perdere al primo boffo di vento. Se avessi un altro carattere li metterei anche in città (e anche in occasioni speciali come matrimoni ed eventi), e non escludo di poterci arrivare, un giorno. Ho anche un debole per i foulard da legare sulla testa e lasciare morbidi sulle spalle, molto anni sessanta, ma sarei capace anche di metterli tipo Baronessa Schroeder di Tutti insieme appassionatamente, perciò non faccio testo.
Nel mettere a posto l’armadio ho trovato un paio di cappelli tutti accartocciati e mezzi rotti, colpa mia che non li ho tenuti in forma, e a malincuore li ho dovuti buttare. Alla fiera della mia città ne ho comprato un altro, bianco, tipo panama. Neanche a dirlo, nel mio valigia.doc è al primo posto.

Croccante Algida

3. IL CROCCANTE. C’è qualcosa di più buono del Croccante, in estate? E non ditemi il Winner Taco, che quello l’hanno rifatto da poco e ci han fatto penare, tanto che ci eravamo dimenticati pure il gusto. Il croccante è eterno, l’Algida manco ci pensa a toglierlo dalla produzione perché teme azioni sindacali e persone incatenate ai cancelli e suicidi e minacce e teste di maiale recapitate alla ditta. O no?! Algida, se mi leggi, avvisami per tempo, perché prima di toglierlo dal commercio stai serena che te ne ordino un bancale.

Ho chiuso la borsa, e incredibilmente non ho dovuto sedermi sopra alla valigia per farci stare tutto.
Il croccante l’ho mangiato nel frattempo. Tranqui, quando arrivo lo compro là.

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L’illustrazione è di Carol Rossetti (il file l’ho trovato su Google)

Quando la pigrizia prende il sopravvento e il telecomando indugia proprio lì

Non giudicatemi.
Ho passato un mese a guardare nient’altro che partite di calcio e a buttarmi a capofitto sulle odi di Orazio, solo il cielo sa quanto avessi bisogno di una pausa.
Così, è capitato che giovedì scorso L’Architetto non avesse tempo per me. O io non avevo tempo per lui, non ricordo, ma la sostanza non cambia: non ci siamo visti, neanche per fare un giretto dopo cena, un gelato in mano e tante zanzare a punzecchiare i polpacci (i suoi soprattutto).
Volevo sgomberare il cervello, era una di quelle sere in cui senti proprio il bisogno di leggere Sophie Kinsella o di cercare un telefilm non più complicato di Lizzie McGuire, ma alzarsi dal divano era troppo faticoso. Ero pronta ad appisolarmi dopo poco, col telecomando in bilico mentre cercavo disperatamente qualcosa da guardare che non fosse Super Quark – amici, lo so che sarebbe molto più educativo dedicarsi ad un documentario sugli antichi egizi o ascoltare Piero Angela che col suo ospite ultraottantenne ci illustra come scriveva Leonardo Da Vinci, ma mi rifiuto: Super Quark mi annoiava perfino quando ce lo faceva vedere il prof di scienze alle scuole medie, figurati adesso. Alla fine, gira che ti rigira sono capitata (ricapitata, devo essere sincera) su canale 5, su un programma per menti eccelse: TEMPTATION ISLAND.

Adesso vi spiego. Se avete presente Uomini e donne, come genere (genere “merda”, bravi, risposta esatta), siete a metà strada.
Protagonisti di questo programma sono delle coppie che, per una manciata di settimane, alloggiano in due villaggi vacanze diversi. Le fidanzate tutte da una parte, con una quindicina di maschioni single, e i fidanzati in un’altra struttura, con una quindicina di sgallettate. Le single e i single sono messi apposta per punzecchiare, stuzzicare, tentare – appunto – tanto che potremmo riferirci a loro come “i basta che respirino” e “le audaci”, per farci capire.
Il senso di tutto questo è chiaramente quello di vedere se la coppia resiste. Verificare che la tua relazione passi il test. I fidanzati devono rimanere divisi e relazionarsi con gli altri: possono, se vogliono, partecipare ad appuntamenti a due, andare a bere una cosa o a fare shopping, consapevoli però di essere ripresi dalle telecamere e poi, quasi sicuramente, controllati dal partner. Sì, perché durante il falò sulla spiaggia il conduttore (del quale ignoro le generalità ma non, purtroppo, l’inettitudine e la scarsità di vocabolario) passa un mini lettore dvd a ciascuno per far vedere coi propri occhi che cosa sta combinando il fidanzato o la fidanzata dall’altra parte. E’ come se ci dessero il benestare per controllare le chat di Whatsapp.

Le coppie che partecipano, comunque, sono abbastanza variegate: ci sono i tronisti datati e i tronisti più nuovi; ci sono quelli che stanno insieme da nove anni e quelli che si sono incontrati cinque mesi fa ma che già dichiarano di poter morire l’uno per l’altra. Alcune coppie si sono dimostrate solide, altre invece pare abbiano vacillato. E ci credo. Già la vita di tutti i giorni ti offre, se lo vuoi, dei viaggi verso la poligamia, pensa ad un villaggio vacanze con delle scosciate che ti ronzano attorno di continuo. Pensa a quei maschi tutto muscoli e ceretta ai pettorali che ti fanno sentire l’unica come nessuno aveva fatto mai – o come il tuo lui non aveva fatto mai, almeno da quella vacanza del 2007 che ancora ricordi sospirando.
Se appena appena sei insoddisfatto della tua relazione, nulla potrà distrarti dal buttarti a pesce su quella biondina là in fondo, tanto sorridente e gentile. Neanche Conte che lascia la Juve, credimi. Aggiungi poi il fatto che quel conduttore ti ha costretto a vedere la tua fidanzata mentre faceva un sorrisino ad uno che la guardava con più insistenza del solito.. addio, è subito Compare Turiddu. Tempo cinque minuti e sei già sulla spalla del tuo rivale, come Suarez su Chiellini.
Insomma, avete capito il genere? C’è del trash, c’è l’ombra della De Filippi e c’è anche un po’ di Grande Fratello versione spiaggia. Il classico programma da guardare spegnendo il cervello, da tenere acceso una tantum per sentirsi più intelligenti della media.

In ogni caso, stasera ci sarà la nuova puntata. Pensavo quasi quasi di farlo vedere al mio, di fidanzato. Per sentire lui cosa farebbe in una situazione del genere.
Secondo me mi dice che si metterà i paraocchi. Mi prometterà di non guardarle neanche, le altre, soprattutto quelle più oche che girano con shorts striminziti e bikini di una taglia in meno. Dirà che non gli verrà mai in mente di tradirmi, non gli passerà neanche per l’anticamera del cervello, perché insomma lui è un uomo tutto d’un pezzo, non pensarle nemmeno certe cose, ma io non lo so, che schifo, eh.

Io starei lì a credergli, ovviamente. E inizierei a cercare un altro architetto, bravo, per farmi sistemare la casa quando sarà ora.

Di fallimenti, anniversari e ‘grazie perché’

Uno sfarfallio del telefono. Una notifica.
Happy Anniversary with WordPress.com!

Mi piacerebbe molto raccontare di questo periodo di assenza dal blog e dirvi che ho fatto tante cose belle. Che sono andata al mare, che ho mangiato senza ingrassare, che ho preso un aereo senza pensarci, che ho passato le giornate col sorriso stampato in faccia guardando la pioggia e poi il sole e poi ancora la pioggia e poi ancora il sole.
Sono stati giorni di riflessione, di schiena china su una scrivania con la luce fioca della lampada anche se fuori è pieno giorno, di corse al parco in solitaria ad ascoltare il mio respiro che rimbomba nelle orecchie e di sapore di fallimento. Sì, di fallimento. Non è da tutti ammetterlo, ma a volte per rialzarsi bisogna chiamare le cose col loro nome. Tendiamo sempre a giustificarci, a dare spiegazioni che non interessano a nessuno, quando invece la risposta sta nell’ammettere semplicemente di aver sbagliato.

Quest’anno è stato forse il più difficile da affrontare. Non ricordo un’ansia simile nemmeno per il mio esame di violoncello, il torrido venti giugno del duemilacinque, la punta dell’iceberg del mio stress, con quella voglia di sbattere tutto giù dal balcone, violoncello archetto custodia e libri, tutto. Negli ultimi mesi, uguale: mi sono sentita come un tempio a cui, piano piano, erano crollate cinque o sei colonne sul lato della facciata. Avete presente il Partenone? Ecco. Più o meno la sensazione è quella di stare in piedi solo grazie a due o tre pilastri, una sensazione di cedimento strutturale e vuoto sotto ai piedi, di cric-cric e di polvere di sassi sbriciolati.
E’ stato difficile (è difficile) dividersi fra molte cose, dividere il cervello in compartimenti stagni e mettere in stand-by una parte per usarne un’altra. Ma in realtà credo sia difficile crescere, perché probabilmente crescere vuol dire questo – procedere su binari paralleli e far sì che tutto scorra senza intoppi.

Non preoccupatevi, non è successo niente di irreparabile e anche se non ho il carattere giusto per rimboccarmi le maniche e cercare di ripartire in quarta, imparerò a farlo.
Non potendo aggiustare cose più grandi di me ho cercato di risolvere almeno un ambito della mia vita – la questione universitaria, che suona grave e pesante tanto quanto ‘la questione meridionale’ –  che stava procedendo troppo lentamente. Sembrava che, almeno quello, fosse quasi alla fine e invece tumpf, un tonfo sordo e dobbiamo aspettare ancora un po’ di tempo. Ma me lo stanno insegnando, imparerò a ripartire: indosserò un sorriso come fosse una t-shirt e, chissà, magari fra qualche settimana riuscirò a crederci pure io.

Vi chiedo scusa se in questo periodo non sono stata divertente. In questo sputo di posto ho cercato di dare sempre il mio lato migliore, di stemperare la pesantezza scrivendo cagate e ho intenzione di continuare a farlo, perché scrivere è un po’ come se fosse la mia terapia.
(A questo punto potrebbe partire una filippica sul fatto che, se di terapia stiamo parlando, forse mi conveniva prenotare da uno psicologo, ma lasceremo cadere questo discorso nel vuoto).

Grazie, WordPress, per avermi mandato la notifica proprio oggi, dicendomi che sono quattro anni che sono iscritta su questa piattaforma. Non ho mai nascosto nulla, sono sempre stata trasparente nel dare scherzosi giudizi e nel riportare le notizie, è giusto che io lo sia anche quando mi sento felice come un tifoso brasiliano dopo la semifinale con la Germania. Sono stati quattro anni bellissimi: ho imparato a dosarmi e ad analizzare i miei pensieri prima di scriverli, ho imparato a contare fino a cento e a mordermi la lingua quando era troppo, ho imparato a rapportarmi con le critiche e i complimenti eccessivi. Ho anche imparato a stupirmi delle informazioni che trovo per caso e ad approfondirne altre che non avrei minimamente calcolato, prima.

Grazie per aver aspettato che questo periodo opaco passasse. Da domani, promesso, riorganizzo le idee e lascio uscire l’Umberto Eco che c’è in me.
Grazie per leggermi e per regalarmi un sorriso anche solo tramite un clic. E grazie anche per non leggermi, perché tutti, indistintamente, contribuite a rendermi la Fabi migliore che io possa essere.

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