Anima e cuore

Credo che il più grande dei mali del mondo sia – mh, no, aspetta, ricomincio.

Ci sono tanti mali nel mondo. E non mi riferisco solo a quelli che raccontano al telegiornale o alle Iene, che quelli sono sulla bocca di tutti. Ognuno, nel suo piccolo, ha i suoi drammi, le sue problematiche, le sue paure e i suoi casini da risolvere. E ognuno, nel suo piccolo, ha i suoi mali del mondo. Nascosti, riposti nella tasca interna della giacca, quella che non si vede da fuori ma si sente, batte, preme lì e ti appesantisce. Non ci si prende una pausa, dai propri mali del mondo. Ma si impara a conviverci, a riderci sopra, a lasciarli un po’ di tempo senza suoneria.

Fra i miei mali del mondo, l’ho capito da poco, c’è anche la retorica. E non quella che ti insegnano a scuola, di Cicerone, quella del bel parlare e di tutto il resto. Quei banali (e anche un po’ falsi) giri di parole volutamente profondi, che vogliono esprimere per forza un concetto prepotente, perfino strappalacrime.
Non c’è niente che mi faccia più incazzare della retorica. Dico davvero. Odio scrivere i biglietti d’auguri o d’amore, perché ci si aspetta sempre che il messaggio sia alto, grande, importante. Tu sai curare le ferite del cuore, sai volare al centro della mia anima e tutte queste baggianate che non scrive più neanche Sveva Casati Modignani. Odio la banalità, odio le cose preconfezionate e la parola anima e la parola cuore.
Non scrivete al vostro fidanzato che è la vostra metà della mela. Ditegli che è lo zampirone quando è agosto e sei assediato dalle zanzare. Che è quella camicia che è costata poco e che non ha bisogno di essere stirata. Che è un piatto di vellutata di carote proprio quando, quell’unico giorno all’anno (o nella vita), hai voglia di vellutata di carote.

 

Una volta, poco tempo fa, io e Architetto stavamo guardando un telefilm in inglese. In una conversazione fra uomini, uno aveva chiesto all’altro quando l’aveva capito, quand’è stato quel momento lì, insomma.. Quando hai realizzato che lei era proprio quella giusta. Ed è probabile che la risposta sia stata la solita, vecchia di cent’anni, trita e ritrita. Tutte cose del cuore dell’amore del tramonto e delle stelle.
Io mi sono girata e l’ho chiesto a lui, di getto. Sempre che io sia per te ‘the one’, s’intende. E lui mi ha detto che sì, of course che c’è stato un momento. Ed è stato poco tempo fa, stavo guardando questa foto che ho sul comodino, e non so perché mi è capitato di guardarla attentamente, visto che la tua faccia è sempre in mezzo alle balle anche quando non ci sei, e l’ho guardata e ho pensato, la amo e sono nove anni e non potrei vivere senza di lei e tutto quanto, ma ha sempre avuto questo naso qui? 

 

E’ più forte di me

Ti vedo. Ti sento. Sei lì. Ma non posso toccarti.

Cerca di pensare a qualcos’altro. Non dev’essere così difficile. Tutti dicono che basta la forza di volontà, e allora chi sono io per non riuscirci? Anche la mia compagna delle medie lo faceva sempre, era in una situazione scandalosa poverina, chissà se avrà smesso.

Oh, anche questa.. Sarebbe da aggiustare qui, quest’angolino. Senti, senti, quasi punge. Dai, solo un secondino.. no, non posso, ci ho messo tantissimo ad arrivare fino a questo punto, non posso mollare proprio adesso. Dovrei trovare un diversivo, un semplice diversivo. Come quando da piccola mi dicevo “se non riesci a fare questa cosa, per punizione non farai mai più le verticali in casa”. Una brillante carriera da ginnasta bruciata così, dalla mia poca forza di volontà. Che poi neanche mi ricordo che cosa fosse quella cosa che non riuscivo a fare. Tutta fatica sprecata.

Oddio, lo stavo rifacendo. E’ che non è colpa mia, è più forte di me. Mi capita quando penso. E non è che posso smettere di pensare, è un mio diritto. Il diritto di pensiero – ah no quello era diritto di parola. Libertà di parola. Vabbè però che c’entra, a un muto allora visto che non può parlare gli garantiranno delle cose in più? Almeno il diritto di pensiero? Cogito ergo sum e tutte quelle cose lì?

Santo cielo, no, una è andata. Adesso mi metto le mani in tasca, via, così non la vedo.
Dovrebbero inventare delle tasche fatte apposta. Sì, delle tasche. Anche se comunque le mani ce le devi mettere, nelle tasche. Mica ci vanno da sole, è il cervello che manda il segnale. Allora sarà il cervello che è da cambiare – oh, un messaggio di Whatsapp. Dio santo, adesso sanguina. Guarda, vedi cosa succede a strapparsi le pellicine e poi mettersi le mani in tasca senza controllare.

No, alla fine non servirebbero le tasche. Guarda che flop è stato lo smalto amaro. Tutti dicono che se le mangiavano lo stesso. Lo raschiavano e via di denti, o altrimenti si scorticavano la pelle attorno. Una delle cose più brutte della storia. Che poi, se ci pensi, chissà quanti germi che ti vanno a finire in bocca. Quanti microbi. Come quella storia di non mangiare le noccioline che ti danno al bar, quelle che sono nelle ciotole sul bancone. Ma anche le maniglie delle porte, o il bottone dell’ascensore, o i soldi. Dio i soldi, che schifo. Dovremmo vivere tutti in una bottiglia di Amuchina, quella che lava le mani a secco. Che poi sai di ospedale per mezza giornata, tranne con quel gel che sapeva di limone e zucchero, ce l’avevo qualche anno fa, me l’avevano portata dall’America.

Ne ho mangiata un’altra. C’è l’angolino ancora attaccato. Porca vacca, adesso basta. L’ultima.

Ci credo che poi mi dicono che ho delle brutte mani, guarda: se vado avanti così finirò per non aver più neanche le falangi. Non riuscirò mai a smettere. E’ più forte di me. E’ che sono buone, e non fanno neanche ingrassare. E poi non ho altri vizi: non fumo, non bevo, cioè non più di tanto, faccio attività sportiva, mangio pure le verdure.. Potrei quasi tenermelo, come vizio. Non faccio del male a nessuno. Neanche andassi a cucinare la droga in un vecchio camper.

Basta, adesso mi vado a lavare le mani che chissà quanti milioni di germi ho addosso. E poi giuro, non me le tocco più, o niente più verticali in casa. Giuro.

- – -

In realtà, sono riuscita ad uscire dal tunnel. Sono mesi che non mi mangio le unghie, ora le mie mani non sembrano più quelle di una bambina delle elementari, e credo di non fare più le verticali in casa dal novantasette.
Ci sono riuscita con la cosa più femminile di tutte: con lo smalto (soprattutto se è quello semipermanente) oppure con il gel, più una goduria quasi maniacale nel rimirarsi le mani ben curate. Voi uomini però ditemi come avete fatto, o va a finire che devo pitturare anche le unghie di Architetto. 

Se ce l’ho fatta io – Correre for dummies (o for pigris)

Partiamo da un presupposto: se nella vita si potesse scegliere un superpotere, io chiederei sicuramente quello di non sentire la fatica. E con fatica intendo sia quella fisica che quella da rottura di palle, di quando fai qualcosa che non hai voglia di fare. Se non senti la fatica (o se impari a conviverci) è tutto in discesa. Quindi tutto quello che dirò da qui in avanti ha una premessa: fare movimento – non fare sport ma “movimento”, pigliamola con calma – è un farsi violenza, soprattutto se si è pigri tanto quanto un divano di pelle IKEA STOCKHOLM.

Ieri sono andata a correre e il parco era pieno. C’era gente di tutte le età e dimensioni, gente che andava spedita e gente con un’andatura timida, come se avesse paura di dar fastidio. Credo che correre sia un po’ tornato di moda, dopo il boom delle palestre e di zumba, ma forse è anche il periodo: è settembre, dopo un’estate un po’ rilassata viene naturale cercare di rimettersi in riga con la cosa più facile (e più economica) del mondo.
Dopo una pausa obbligata, dovuta alle vacanze e agli impegni estivi, ho ricominciato a pieno regime. Ho dovuto farlo non solo perché mi piace, ma anche perché i miei jeans (comprati appositamente di una taglia in meno) a luglio mi stavano perfetti e adesso invece stanno cercando di uccidermi con quel cazzo di bottone che mi si conficca nella pancia. Dimmi te se è normale che un paio di jeans si restringano da soli, nell’armadio, senza lavarli. Ho sentito che è successo a molti di voi quest’estate, quindi armiamoci di santa pazienza e parliamone, di ‘sto armadio che stringe i vestiti. Al parco, domani, dopo una corsetta.

CORRERE FOR DUMMIES (E FOR PIGRIS) – Non vi so dire come farvi scattare la molla dell’allacciarvi le scarpe e andare. Io, più o meno un anno fa, ho soltanto accompagnato mio fratello (diciassette anni e un metro e ottanta di bicipiti femorali e addominali scolpiti) a fare una corsetta in campagna, dato che i suoi allenamenti di atletica erano sospesi. Dopo un inizio col botto, che vi sconsiglio, ho passato più di un mese a fare lunghe camminate a passo veloce con la mia amica Cipollara e, quando me la sono sentita, ho stretto i pugni e iniziato a corricchiare, da zero. E mi è piaciuto, incredibile.
Mi piaceva perché per mezz’ora stavo da sola con me stessa. I primi tempi avevo ovviamente scarsi riscontri a livello fisico (se ce l’ho fatta io, che le prime settimane non riuscivo a correre per più di quaranta secondi di fila senza chiamare l’eliambulanza, ce la può fare pure Maurizio Costanzo) ma facevo notevoli passi avanti a livello mentale. Basta davvero trovare la molla – ognuno ha una propria motivazione – e assecondarla.

Tutto ciò che dirò, ovviamente, non è nulla di nuovo né da prendere come oro colato. Non sono un medico né uno specialista, se vi servono consigli seri consultate pure il personal trainer o il vicino di casa di vostra zia Luisa, che sicuramente ne sa a pacchi. Io, nel mio piccolo, voglio solo darvi una testimonianza e, se riesco, farvi venire un briciolo di voglia. Perché la corsa, se presa nel giusto modo, è una mania che s’attacca.

PRIMA DI TUTTO, bisogna accertarsi di stare bene. La corsa è lo sport più democratico che ci sia, ma il fisico dev’essere predisposto a questo tipo di movimento, perciò tenete conto di eventuali dolori o problemi a ginocchia, caviglie e muscoli vari e in quel caso rivolgetevi davvero a qualcuno di più serio del vicino di casa della zia Luisa.
Seconda cosa da fare: sbarazzarsi del preconcetto che correre è noioso. Correre può essere noioso, certo, ma non è solo noioso. E’ mettersi alla prova e fare sempre un passettino in avanti; è tenersi in piedi con le proprie gambe, è gratificarsi, è scoprire dei posti nuovi e dei colori bellissimi, proprio dietro casa. Se non riuscite da soli, lasciatevi investire dall’entusiasmo di un altro, che già corre o che vuole incominciare, oppure chiedete a qualcuno di seguirvi, a piedi o in bicicletta. Ve l’ho detto, la mania si attacca.

Una volta deciso di andare a correre, mi raccomando, armatevi di SCARPE ADATTE. Al mare ho visto una ragazzina che correva sull’asfalto con delle Converse e mi veniva da piangere per lei. Personalmente uso delle Asics ben ammortizzate, un regalo di mio zio che giaceva inutilizzato nella scarpiera da sette o otto anni, che erano costate parecchio e che si stanno rivelando il miglior acquisto di quel lontano 2006. Per le prime volte andranno bene anche le scarpe che usavate per fare ginnastica al liceo, tanto per vedere se la corsa è nelle vostre grazie, oppure un modello semplice in offerta, di una buona marca. Fidatevi, c’è tempo per fare i fighi con l’ultimo modello di Nike ai piedi.

COME - La questione abbigliamento sportivo dovrebbe essere superflua ma, soprattutto se siete facilmente influenzabili come la sottoscritta, merita un paragrafo a parte. In realtà non serve nient’altro che la volontà, perché si può correre pure in pigiama e maglietta bianca della salute, ma vi assicuro che avere un completo carino aumenta la voglia di infilarsi le scarpe e uscire senza indugio.
Personalmente preferisco gli indumenti traspiranti rispetto al cotone (mi piacciono le magliette di Decathlon, costano cinque o sei euro e si lavano e asciugano in un attimo) ma fate un po’ come volete. Nonostante io nell’ultimo periodo mi sia fatta un po’ prendere la mano, due completi bastano e avanzano – uno lo metti addosso, uno in lavatrice.
Normalmente la mia tenuta è maglietta traspirante di un colore ignorante (arancione fluo oppure viola e gialla) e leggings tecnici, che in gergo si chiamano corsari. Ci sono anche i cosciali o i pantaloncini corti svolazzanti, ma io mi trovo meglio con l’attillato, perché mi evita lo sfregamento fra le gambe. D’inverno invece sono necessarie cose più pesanti, maglie e pantaloni lunghi possibilmente stretti e termici, ma anche lì varia da persona a persona. La mia regola d’oro, comunque, è quella di coprirsi il giusto; piuttosto che morire di caldo, preferisco convivere i primi dieci minuti con un pizzichino di freddo. Anche quello mi dà la spinta per continuare a muovermi.
Nota importante per le donne: lasciate a casa i pizzi e i merletti e investite in un reggiseno sportivo, di quelli che vi schiacciano le tette fin quasi verso la schiena. Ormai se ne trovano ovunque (Decathlon, Ovs, H&M o negozi specializzati), sceglietelo della vostra taglia, che sia bello fasciante, e compratene due.

Corsa  Corsa

QUANDO - Se il vostro obiettivo è dimagrire, l’ideale sarebbe uscire la mattina presto, ancora prima di fare colazione. I benefici sono tanti, sia per il metabolismo che per la mente, e non sarò di certo io a spiegarveli. Per quanto mi riguarda, abbandonare il piumone (bello, caldo, accogliente, soffice) un’ora prima del previsto equivale al suicidio. L’ho fatto qualche volta, mi sono trascinata a forza fuori dal letto e sono andata a correre, ma i risultati sono stati deludenti. Il beneficio sull’intera giornata c’era eccome, però sembrava che le mie gambe fossero ancora a casa, sdraiate sotto le coperte, senza forza.
L’altro orario più gettonato è, ovviamente, le sei e mezza o le sette di sera. D’estate dovete scordarvi le ore più calde e cercare di usare sempre e comunque il cervello. Diciamo no a quelli che vanno a correre ad agosto col sole a picco per sudare di più. Fate la sauna, se volete sudare, e andate a correre in orari intelligenti.

DOVE – Un parco, una pista ciclabile, l’argine di un fiume o un quartiere poco trafficato. Va bene qualsiasi cosa – tranne il tapis roulant, uscite da quelle quattro mura, santo cielo! – basta tener presente il terreno su cui si corre e rivolgersi a qualcuno di più competente in caso di dolori o fastidi (soprattutto se correte sull’asfalto).

CON CHI (O CON COSA) – Anche se ultimamente sono riuscita ad attaccare la mania a mio fratello (non quello che fa atletica, l’altro, ancora più pigro di un divano dell’IKEA), la corsa è soprattutto un’attività che svolgo in solitaria. Non c’è spazio per le chiacchiere o per il gossip: respiro soltanto per non rimanere a corto di fiato e quindi, anche se sono in compagnia, me ne sto sempre e comunque zitta. Da poco ho iniziato ad usare anche il cardio – una striscia che s’attacca sotto alle tette con un orologino da tenere al polso che ti segnala la frequenza cardiaca, un Polar modello base – ma  è un accessorio tecnologico tanto figo quanto inutile.
Il mio consiglio è quello di viaggiare leggeri. Quando corro ho addosso due cose soltanto: l’ipod e il cellulare. Sull’ipod, shuffle, quello piccolino con la clip, ho la musica; sul cellulare l’app accesa col gps per il percorso. Io uso sia Strava che Nike+ (Strava perché è uno stimolo in più far vedere agli altri quando e quanto ho corso, Nike+ perché con i colori e i premi mi gratifica un sacco), ma la scelta dev’essere ovviamente personale.
Vi consiglio di tenere traccia del vostro percorso fin dalle prime volte. Non c’è bisogno di vergognarsi dei propri tempi e dei propri km: io vado un po’ a sentimento e guardo lo schermo solo alla fine, quando sento di aver esaurito le pile. Non sto di certo a guardare il centesimo o il metro avanti e indietro, ma serve per rendersi conto dei miglioramenti. Che, fidatevi, ci saranno.

COSA - Come dicevo poco fa, la prima volta che ho messo un piede davanti all’altro con l’intenzione di correre non sono riuscita ad andare oltre quel semaforo là. Mi sentivo goffa, lenta, inutile, e avevo paura che la gente mi giudicasse. In realtà, a nessuno frega un tubo di come correte, perché già essere su una ciclabile e fare avanti e indietro senza vergognarsi è degno di lode. Se sono anni che non fate niente, prendetevela con comodo: fate lunghe passeggiate a passo svelto, per prendere confidenza con la fatica e il movimento, e quando ve la sentite stringete le chiappe e via.
L’ideale sarebbe fare anche stretching, sia prima che dopo, e unire l’attività aerobica con qualcosa che aiuti a tonificare i muscoli. Ve lo dico per dovere di cronaca, perché io stessa, la maggior parte delle volte, mi dimentico di farlo.

QUANTO – Come Cristina Yang ci insegna, poi, oltre a tutti i muscoli bisognerebbe allenare anche il cuore; se non siete abituati a fare grandi sforzi da un momento all’altro, piuttosto che rischiare un ricovero d’urgenza alternate un po’ di corsa (un minuto, due o tre, quanto riuscite) e un po’ di camminata. Il meglio sarebbe continuare con costanza tre volte a settimana, cercando di aumentare senza strafare e, soprattutto, di rispettare i giorni di riposo. Santi giorni di riposo; nel primo periodo, con l’acido lattico e i dolori ad ogni movimento, dovrebbero essere considerati patrimonio dell’umanità.
Non vi metterò tabelle o regole da seguire, credo siano una perdita di tempo, perché a mio parere bisogna solo imparare ad ascoltare il proprio corpo. Fregatevene di chi vi doppia e di chi fa il triplo del vostro tempo al km; fissatevi un obiettivo (che siano i 5k, i 10 o la maratona) e cercate di raggiungerlo a piccoli passi, arrivandoci con calma e consapevolezza. Io sono una lumachina, vado piano e faccio quello che riesco; sono più o meno a metà, nella mia strada verso i 10 km, ma sono comunque felice dei miei timidi, piccoli, significativi risultati.
Uno degli errori che facevo era quello di partire troppo forte, così dopo neanche un km mi dovevano raccogliere col cucchiaino, spalmata per terra come The mask dopo essere caduto dal balcone. L’importante è trovare il giusto ritmo, ogni tanto accelerare (non parliamo ancora di ripetute e di variazioni, quella è tutta un’altra storia) e cercare di recuperare in corsa, possibilmente senza fermarsi. E, ultimo ma non meno importante, gratificarsi. Me li ricordo ancora, i miei primi due km filati, ma mi ricordo soprattutto il dopo: sotto la doccia, una sensazione mai provata prima, di stanchezza, di dolore, di soddisfazione.

Oggi comunque piove, non vado. Domani però sì. Allora ci vediamo là, sei e mezza?

Lasciate stare le tette di Giulietta – Il lago, Verona, l’opera e il Castello dei matrimoni

Ho una foto in un album, devo aver avuto sei anni, su una panchina con mia nonna. Mi hanno sempre detto che quello era il Lago di Garda, e in effetti dietro si vede qualcosa di sbiadito, ma nella mia testa del lago non è rimasto niente.
Ma come, non ti ricordi che ci fermavamo e davamo il pane alle paperelle? No, nonna, zero. Io ho sempre detto che al lago non ci sono mai stata. Poi insomma, il lago sa di morte, non ti sembra che da quelle acque ferme possa spuntare da un momento all’altro un braccio di un cadavere? All’architetto non sembra, neanche quando siamo in un porto (dai, come si fa a dire che l’acqua del porto non sa di morte!), e così per festeggiare il mio compleanno quest’anno ha deciso di portarmi fisicamente a vedere che no, il lago di Garda non sa di morte, cretina che non sei altro.

Desenzano Del Garda  Desenzano Del Garda

In realtà puntavamo ad andare da un’altra parte (Verona), dove non ero mai stata fino a ieri, e sulla strada ci siamo fermati a Desenzano e a Sirmione. L’architetto era estasiato, a lui il lago piace molto. Gli sembra molto vivibile, tranquillo. Da pensionati, ho aggiunto io, e mi sono meritata un’occhiata truce di quelle che fai a tuo figlio quando non puoi rimproverarlo in pubblico che se no poi chissà cosa dice la gente. Sì, è vero: è molto rilassante, ha dei colori che assomigliano molto al mare e, effettivamente, sembra che possa essere vissuto tutto l’anno. Ma c’era qualcosa che mi faceva storcere il naso, tipo Samantha in Vita da Strega, che me lo faceva stropicciare per aria.. E’ che, dopo un po’ l’ho capito, mi sembrava di stare al mare ma non c’era il profumo di mare.  C’erano gli scogli, la passeggiata, la gente che faceva il bagno, gli ombrelloni, ma mi mancava l’odore salmastro sulle rocce, il sale, la spumina delle onde.
Scusatemi, bagnanti del lago, ci dovrò fare l’abitudine. Dovremo, entrambi, perché a quel punto niente sguardo truce dell’Architetto. Incredibile, avevo ragione.

Sirmione IMG_5237

Sirmione batte Desenzano su tutto, comunque, anche se son sicura di non rivelare il terzo segreto di Fatima. Su tutto tranne che sui parcheggi, dal momento che, senza volere, ci siamo ritrovati incolonnati per entrare in uno strapieno che aveva una tariffa così salata che so anche io perché vi ritrovate ad avere soltanto acqua dolce, lì intorno.
Abbiamo fatto il giro di Sirmione chiedendoci se avesse ragione il signore di una barca-taxi, che ci ha chiesto se volevamo fare un giro sull’isola, o se si trattava, come pensavamo noi, di una semplice penisola che dalla terra si estende tranquilla in mezzo al lago. In effetti, abbiamo fatto un micro ponte per andare al di là del castello e ci eravamo quasi convinti, ma i libri di geografia, caro tassista, non mentono.
Siamo arrivati fino in fondo, alle Grotte di Catullo, da cui si gode di una vista veramente niente male, ma dove non si può rimanere per più di dieci minuti per il forte odore di zolfo delle terme. Non so voi, ma per me quell’odore sa di uovo marcio. O di uovo sodo, insomma, che nella mia testa corrisponde in ogni caso all’uovo marcio.

Scalinata Arena di Verona

Una volta ritornati in macchina (e una volta pagato il parcheggio), siamo partiti alla volta di Verona. Il nostro caro amico Google ci ha aiutati a trovare la strada (lo sapevate che Google Maps ora volendo fa anche da navigatore?) fino all’albergo, un hotel apparentemente vuoto che dopo poco si è animato con due pullman pieni zeppi di turisti tedeschi. Ci siamo rinfrescati, ci siamo cambiati di fretta mettendoci i vestiti buoni e siamo ripartiti. La vera destinazione di questo weekend era lei, l’Aida all’Arena di Verona.

Verona  Castelvecchio di Verona

Premetto una cosa, che non mi fa grande onore ma ve la dico lo stesso. Sia io che Architetto abbiamo alle spalle dieci anni di conservatorio e nessuno dei due è un grande fan dell’opera. Lui, poi, odia le cantanti donne ma apprezza molto gli allestimenti scenici e le cose sontuose. In realtà, la cosa più scandalosa è che nessuno dei due sapeva la storia dell’Aida e, soprattutto, nessuno dei due aveva avuto tempo di guardarsela prima di poggiare il culo sulle gradinate dell’Arena.
Abbiamo comprato il libretto (altrimenti potevano anche cantare delle bestemmie, che tanto non ce ne saremmo accorti) e durante le pause fra un atto e l’altro ci siamo letti la trama, facendo attenzione a non bruciarci il finale.

Arena  Piazza Bra

Vi dico la verità, io credevo di rompermi le balle. Non avevo mai visto un’opera intera, tutti la descrivono come qualcosa di lunghissimo ed estenuante e non nego che la cosa, all’inizio, mi spaventava un po’. Lui credeva di addormentarsi, addirittura. E invece non ci siamo persi neanche un sospiro.

Arena

Non mi perderò nel descrivervela oltre, perché sento già un coro di stigrancazzi in versione lirica levarsi dalla platea in fondo. Non vi voglio annoiare, però una cosa permettetemi di dirla: almeno una volta nella vita secondo me bisogna provare ad andarci.
Aveva ragione la mia amica Lucia, mi aveva detto che mi sarebbe piaciuta perché all’Arena è tutto diverso. Il tempo passa più velocemente, ti perdi via con tutta la gente che hai intorno e, se ti piace, riesci a gustartela molto più che a teatro. Le scenografie ti assorbono completamente e le comparse sono talmente tante che ad un certo punto credevo che ci fosse un gioco di specchi, perché non era possibile creare naturalmente un qualcosa di così maestoso come il secondo atto, che a mio modesto parere rasenta la perfezione. Il terzo sarebbe da bruciare da tanto è noioso, ma col secondo siamo proprio ad un altro livello.

Aida  Arena

Di tutte le cose che potrei dire sono due, in realtà, quelle che mi hanno colpito particolarmente. La prima è il volume: all’inizio l’architetto si è girato, sconvolto, sibilandomi nell’orecchio un ma-non-hanno-i-microfoni che si vedeva che anche lui era a digiuno di storia della musica e di filmati di Rai Cinque. Ci sono, sì, dei microfoni a bordo palco, ma la voce non è così spaccatimpani come a teatro: il suono ti arriva ovattato ma nel giro di cinque minuti le tue frequenze si aggiustano e, incredibilmente, ti sembra tutto al giusto volume.
La seconda cosa da notare è il rispetto della gente al silenzio, al testo, alla musica. Nessuno parlava, eppure eravamo tantissimi, e più di colpi di tosse, lattine sospinte giù dalle gradinate per il vento e qualche bravo non si sentiva.
(La terza – oh sì, erano tre – sono gli allestimenti degli altri spettacoli tutti accatastati fuori dall’Arena, pronti per essere montati per le altre rappresentazioni. Quasi una discarica a cielo aperto di arte).

La discarica dell'arte La discarica dell'arte

Il giorno dopo l’Aida ci siamo gustati Verona. Trasuda storia da tutte le parti; ci sono palazzi antichi ad ogni spigolo, tenuti bene, coi mattoni e i merli al loro posto, e poi ci sono angoli imbrattati da scritte e colori che neanche il bagno del campeggio di Donoratico era così variopinto.
A Verona sembra che tutti si divertano a scrivere sui muri; a casa di Giulietta è un vero e proprio rituale (oltre a quello, classico, di fare la foto toccando la tetta della statua), gli innamorati si divertono a mettere anche dei bigliettini, dei cerotti e delle cicche per fissare sulla parete il loro messaggio d’amore. Di sicuro è caratteristico, ma quasi quasi mi ha fatto rivalutare l’idea di Moccia. Lui, poverino, alla fin fine voleva mettere solo un innocente lucchetto.

Io e Giulietta IMG_5371

Sulla via del ritorno, anche se la strada alla fine l’abbiamo allungata, ci siamo fermati a fare una degustazione al Castello Bevilacqua, nel cuore del Veneto. Non lo conoscevamo, abbiamo sfruttato un cofanetto regalo tipo smartbox che aspettava di essere utilizzato da più di un anno.
Mi ci vedete, con un architetto squattrinato, tutti vestiti e impomatati come se fossimo freschi di cresima, ad andare ad una degustazione da sciuri col maître, il vino e tutto quanto? Sentivo il bisogno fisico di avere al braccio almeno una borsa da qualche migliaio di euro e ai piedi delle Louboutin che ticchettavano ad ogni mio passo – il castello sembrava richiedere un certo atteggiamento da naso all’insù, insomma – e invece ho fatto tutto tranquillamente, nel silenzio delle mie ballerine da dieci euro. E ci credevo un sacco, tanto che a momenti non mi sembravo manco io.
Comunque, i vini erano buonissimi. Forse un po’ fortini per poi doversi rimettere in viaggio e tornare verso casa, ma buonissimi.

Degustazione Degustazione

Vi basti sapere che la prima cosa che è uscita dalla bocca del gentilissimo signore che ci ha accompagnati è stato un vago “sapete, noi siamo specializzati in matrimoni”, che ha ripetuto più o meno quaranta volte durante tutta la nostra visita al Castello. L’architetto ogni tanto mi lanciava degli sguardi fra l’incredulo e il divertito, quasi come se avesse dovuto soffocare una risata. Il signor Renzo passava in rassegna tutta la sfera semantica del matrimonio (sposo, sposa, sposini, cerimonia, sposalizio, nuziale.. quanti sinonimi può avere una parola?) e lui rideva, tanto che ad un certo punto, vi giuro, sembrava di essere su Real Time. Direi che il messaggio, se mai ce ne doveva essere uno, è passato forte e chiaro.

Castello Bevilacqua Castello Bevilacqua

Le foto, se vi interessano, le trovate come al solito su Flickr.

Ah, quasi dimenticavo. In Piazza delle Erbe, mentre mangiavo il mio bel bicchierone di macedonia, per caso ho lanciato uno sguardo ai due piccioncini appollaiati proprio sopra alla mia testa e ho pensato che forse avrei fatto meglio a spostarmi, o rischiavo di ritrovarmi con un bel regalino addosso. E andare al Castello con una scagazzata di piccione fra i capelli sarebbe stato sì da raccontare ai posteri, ma tremendamente imbarazzante per me che dovevo fare la signorina in età da marito che degusta il vino col naso all’insù. Mi sono spostata e dieci secondi dopo il piccione mi ha cagato sulla spalla, sul golfino.
Grazie, anche in questo caso il messaggio è passato forte e chiaro.

-

Questa volta niente cartoline brutte per me. L’unica che ho preso – da turista, con l’arena e tutto il resto – l’ho mandata ad Asia Zini (nel link l’articolo), una bambina di cinque anni di San Giuliano Milanese che quest’estate ha dovuto affrontare le cure per la leucemia. Avevo trovato la notizia per caso mentre cazzeggiavo su internet; il papà si era rivolto a Facebook qualche settimana fa chiedendo di mandarle una cartolina per farle vedere dei bei posti senza muoversi da casa. Mi è sembrata una cosa carina, lontana da ogni pietismo, e mi è venuto spontaneo, visto che passo un sacco di tempo fuori dalle tabaccherie a spulciare l’espositore per cercare la più brutta. Almeno stavolta è servito a qualcosa. 

Edicolà, il giornale del mese: CIOE’, ti prego

E’ tutta colpa della GDO. Uno va al supermercato per comprare il pane, il latte e l’insalata e si ritrova a girovagare, un poco più in là dello scaffale dei libri, fra i giornali.

Io in edicola non ci capito mai, è uno di quei posti dove per andarci ci devi proprio andare, non so se mi spiego. Ci devi andare per comprare il Corriere o la Gazzetta, al massimo puoi entrarci di sfuggita per fare la ricarica al cellulare ma di norma è un gabbiotto sulla strada dove non ti viene in mente di curiosare. All’edicolante non gli puoi dire no grazie sto solo guardando, a meno che il tuo aereo non sia in ritardo o tu stia per andare in spiaggia e all’improvviso hai voglia di notizie che solo Alfonso Signorini sa dare. Con la GDO invece, tutto è a portata di mano: Focus, il quotidiano della tua città, Viversani e belli e Cavalli e segugi. Ieri, oltre a quelli, ho trovato il Cioè.

Cioè, la copertina

Ho pagato solo quello e sono uscita. Con viva e vibrante soddisfazione, nella solitudine della mia macchina, l’ho aperto: l’inserto di questa settimana comprendeva un mascara e un eye-liner, che personalmente farei analizzare dai RIS di Parma prima di pensare di avvicinarlo agli occhi. Il mascara sa di plastica che neanche i trucchi Divina che avevo alle elementari, l’eye-liner ha il pennellino drittissimo e scrive super nero; ve lo consiglio come porta anelli da mettere sul comodino oppure, in alternativa, come inchiostro con cui disegnare forme ambigue sulle mani delle vostre amiche.

Le mani del Cioè    Cioè, erano meglio i trucchi Divina
Il Porta anelli del Cioè   I Tatuaggi del Cioè

Ci sono rimasta male, comunque. Io il Cioè me lo ricordavo più corposo, con tante pagine da leggere, un paio di test, molte lettere e qualche inserto con quelle cose schifose tipo stacca-attacca con cui riempire il diario. Forse son troppo anni novanta, non vanno più, ho pensato (non so neanche se ce lo avete più, il diario). Ora solo One Direction, Calvin Harris, Emis Killa, Emblem3 e Big Time Rush. E se non conosci anche Iggy Azalea, le Little Mix e i 5SOS non sei nessuno, carina. 

In realtà io credevo che quelli davanti fossero gli One Direction al completo, invece c’è anche della gente mai vista prima (vendono lo stesso senza bisogno di mettere le tette di un ministro in copertina, incredibile). Giro la prima pagina ed ecco l’inchiesta: che cosa scrivono le star su Twitter, chi è il numero uno dei social, che cosa twittano Justin Bieber (il venti giugno ha twittato “on a boat”, molto interessante) o Austin Mahone. Io di Mahone conosco solo il poliziotto di Prison Break e mi rifiuto di googlare, perché uno alla fine ci sta anche bene nella sua ignoranza.
Hanno inserito anche un angolino su quello dei Dear Jack, giusto per far capire che anche gli italiani sanno usare il computer e gridare al mondo le loro preferenze fetish (“Sono troppo belli i piedi delle ragazze :p #slurp“). 

Cioè, ma sei seria?  Cioè, son troppo buoni i piedi

Non ci facciamo mancare niente, comunque: ci sono delle frasi prese dalle canzoni, ottime da mandare su whatsapp o da scrivere come didascalia su instagram, c’è l’angolo del make-up (anche se, cari redattori del Cioè, dopo aver messo quelle ciofeche come inserto, come vi viene in mente di consigliare a delle ragazzine un rossetto Lime Crime, un ombretto di Nars che costa più di venticinque euro e un eye-liner di Benefit?). C’è l’angolino della posta e quello della moda, l’oroscopo e le hit dell’estate; c’è l’intervista alla meteora del momento, Marco Carta, e il poster doppio col faccione di Zac Efron, che ci piace molto anche se non ha più il frangione e non canta più nel musical della sua high school.

Cioè, che fame  Cioè, chi siete?

Arriviamo a metà giornalino (sì, dico noi perché lo abbiamo letto in gruppo ieri sera, esperienza indimenticabile) e, contenti come se davanti a noi ci fosse il Santo Graal, troviamo un test. “Rimarrete insieme dopo l’estate?”, “Fin dove ti spingi con lui?”, “Quanto siete simili?”, e all’improvviso è pomeriggio, siamo nel 2000 e qualcosa, con i compiti aperti sul tavolo e il Cioè messo sopra a tutto. 
Al di là del fatto che alcuni consigli andrebbero bene anche per le ventenni ansiose, soprattutto quelli sull’amore a distanza e sul non essere appiccicose, e sono sicura che quelli di Donna Moderna li riciclano alla grande.. Ve li raccomando. Sono divertentissimi. Specialmente se li fate risolvere da uomini, adulti, che vi diranno, sfarfallando gli occhi, che fidarsi di un uomo è come scoprire l’altra metà del cielo.

Cioè, è possibile?  Cioè, l'altra metà del cielo?

Una lettura di qua, una risposta di là, l’oroscopo del segno dei pesci e “non perdetevi il prossimo numero”. Come, è già finito? Un coro di dissenso si è levato all’improvviso, lanci di fumogeni e bombe carta dagli spalti, abbiamo quasi rischiato il daspo per manifestare la nostra delusione. E’ già finito, venti paginette ed è finito, puff, andato. Cioè, starei stata lì ore a leggerti. Però, cari redattori, vi devo ringraziare lo stesso, perché è stato breve ma intenso.
Grazie Cioè per mantenere in piedi uno dei pilastri del mio periodo da teenager. Grazie per non farmi sentire troppo vecchia, all’indomani del mio ventiseiesimo compleanno, perché hai inserito anche un mini poster di Avril Lavigne, che non si sentiva dalla seconda superiore. Grazie per aver fatto anche “Cioè Test”, ventinove test tutti in un giornalino, roba che davvero ci potremmo fare un party a tema, una sera, bevendo Bacardi Breezer e mangiando solo Goleador.
Grazie, perché leggere il Cioè è stato un po’ come scoprire l’altra metà del cielo. E sei costato solo due euro e novanta, così magari fra un po’ posso capitare di nuovo in edicola e ridere fino a farmi venire le lacrime. Grazie, Cioè. Sei meglio di una bottiglia d’alcool, #slurp.

-

In edicola, comunque, è una giungla. Ho già selezionato il giornale per la prossima puntata, e per quella che verrà dopo. Vedrete. 

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 282 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: