“Sa, signora?” – L’arte del vendere porta a porta

Ieri sono tornata a casa e nel mio salotto, senza un apparente motivo, c’era una camera da letto.

Di solito i venditori porta a porta con me non abboccano. Mi hanno suonato in tantissimi: Enel, Bimby, Folletto, olio, Save the children.. Una volta mi ha suonato pure Santa Lucia, ma di quello vi racconterò più avanti.
Se sono io ad aprire la porta faccio presto a farli desistere, perché mi vedono troppo piccola e io li assecondo, recitando la parte della liceale che non sa neanche dove stanno i coltelli in cucina. E’ quando apre mamma iPhabi che cambiano le cose. Tant’è che si è lasciata convincere ad ospitare una dimostrazione di materassi. Ecco perché, ieri, nel mio salotto c’era una camera da letto.

Materassi Materassi

Oltre allo straniamento nel vedere una signora carica di ogni cianfrusaglia – una rete, otto cuscini, dieci trapunte e per fortuna un materasso solo – bisogna superare l’effetto “oddio perché ho un materasso in salotto che a pensarci non è neanche una bruttissima idea ci potrei guardare la tv e dormire oddio che figata compriamolo”.
Non riesci neanche ad invitarla a sedersi che la signora è già partita con la sua conferenza: si chiama Giuseppina Carla Paoletta Piumadoca, fa quel lavoro da sei anni ed è specializzata nella consulenza del sonno. Lo senti già, il profumo del lavaggio del cervello alle convention, tutti yes men a ripetere come pappagalli prima regola: presentarsi al cliente con sincerità. Non mentire mai, neanche sui tuoi nomi di battesimo.

Appena riesce a riprendere fiato continua: la nostra è un’azienda leader nel settore della cura del sonno, nel corso degli anni siamo diventati i numeri uno per igiene e affidabilità del prodotto. A questo punto deduci che, oltre ai vari Giuseppina Carla Paoletta, i genitori avrebbero dovuto aggiungere qualcosa tipo Brochure. La nostra azienda si trova in Svizzera e ha duemila dipendenti, tutti rigorosamente formati per garantirle un riposo profondo e sereno. E infatti è vero, ti sta già venendo sonno.

Ti alzi, chiedi se vuole un bicchiere d’acqua, e lei accetta con piacere.
Vai in cucina, ti sciacqui la faccia per non crollarle davanti come un remigino sul banco i primi giorni di scuola e torni in un battibaleno. Le porgi il bicchiere e ti accorgi che in realtà non aveva mai smesso di parlare. Come può vedere il materasso da noi offerto, la ringrazio molto, gentilissima per l’acqua, è garantito cinque anni ed è formato da quest’anima interna, vede, in microfibra naturale di legno di plancton che viene unita, grazie a nanotecnologie di laboratorio, ad un materiale innovativo chiamato sfanculen, formato da un concentrato di fili di seta intarsiati con l’ossigeno e l’argento che formano un legame covalente che serve a contrastare problemi di circolazione e disturbi del sonno. TAC, Giuseppina non c’è più, se n’è andata. Ora hai davanti la tua professoressa di chimica, seduta sulla cattedra con i suoi occhiali spessi e le sue innumerevoli borsette, e sta tirando fuori dal materasso pile e pile di tavole periodiche. E sei talmente frastornato che non ti sei accorto né che la signora è riuscita a bere e parlare nello stesso momento, né che il materiale si chiama davvero sfanculen. E plancton. Aspetta, il plancton quello dei pesci?

Scuoti la testa. A questo punto devi stare concentrato, devi scacciare l’immagine della prof di chimica. Cerchi di fare qualche domanda – ma l’esterno è lavabile in lavatrice? Sessanta gradi? O guardo l’etichetta come i vestiti? – e di annuire ad ogni sillaba. Va tutto in lavatrice, sa, sono materiali testati scientificamente, in laboratorio, perché sa i materassi a molle e di lana non rientrano più negli standard di igiene: sa, sudore, acari, urina, sangue, tutto si deposita sul materasso. Schifo. Anche il tuo materasso sarà pieno di acari. Schifo. E’ meglio passare a qualcosa di forte, sa signora Giuseppina, basta acqua.
Chiedi se le puoi offrire qualcosa ma lei gentilmente rifiuta. Le offro io signora di provare il materasso, provi provi, vedrà. Ti alzi titubante, adesso dovrai per forza trovarlo meraviglioso, anche se fosse peggio dei carboni ardenti. Ma se c’è riuscito Giucas Casella, a mentire, vuoi non riuscirci tu?

Ti sdrai, ti metti comodo e pronto per urlare CHAIN! CHAIN! CHAIN! ad ogni spuntone che senti (non trovo testimonianze YouTube dell’esperimento di Giucas, indimenticabile) e chiudi gli occhi.
Sente come sostengono le doghe in marcion, il legno pregiato che utilizziamo per la struttura sotto? In effetti lo senti. Marce o non marce, lo senti. Provi a girarti di spalletta, di schiena, di lato, nella posizione 34 del Kamasutra. Vero, che è comodo? Ti senti bene. Sdraiato su una nuvola. Coccolato dal profumo di bucato fresco. Abbracciato da mille orsacchiotti Trudi.
Vedo che le piace, sa, è merito del marcion e dei fili di argento che con quel legame covalente e quelle nanotecnologie danno sollievo a tutto il corpo. In effetti ti devi ricredere. La signora Giuseppina è ripartita con il suo podcast informativo e decidi di ascoltarla da sdraiato, assaporando il calore del Santo Graal dei Materassi che hai il piacere di ospitare in salotto.

D’un tratto, un flash: e se lo volessi comprare? Cerchi di inserirti fra i respiri di Giuseppina e, abbozzando un sorriso, inizi a chiederle delucidazioni sul prezzo. Sa, ci sono materassi di varie fasce, solitamente un sistema letto come il nostro si colloca sul mercato al livello più alto che si possa immaginare, prima di tutto la qualità signora, non c’è paragone con le altre case produttrici, ed è per questo che ci focalizziamo sulla sua sicurezza nel sonno, e in questo caso per tutti i prodotti che le ho mostrato siamo intorno ai tremiladuecentonovantanove euro, tutto compreso ovviamente. 
Forse hai capito male. C’è un’interferenza.
D’istinto ti alzi dal materasso e ti rimetti a sedere.
Tremila, ha detto?
Abbiamo a cuore la sua sicurezza nel sonno, sa, signora?
Tremila euro. Giuseppina parla e straparla ma tu hai un ragioniere nel cervello. Tremila euro. Comodo è comodo, eh, ma tremila euro.. Neanche ti dessero poi da parte Ryan Gosling.

Farfugli qualcosa – la macchina, la rata, il mutuo, la caldaia – e Giuseppina ti tenta ulteriormente con lo sconto della serata. E’ naturale che la mia azienda le venga incontro, in una serata come questa, solo per lei facciamo il tredici per cento di sconto se firma stasera, così si porta a casa il sistema letto tutto completo a duemilaottocentosettantanove euro. Il tuo ragioniere non fa in tempo a verificare se quello sia veramente il tredici per cento di sconto; sei ubriaco di numeri che neanche ad “OK il prezzo è giusto” e capisci che la signora Giuseppina non se ne andrà senza aver strappato almeno una firma.
A questo punto o ti affidi al più duro della casa, che in modo gentile ma fermo ringrazia e spiega che in questo momento non c’è urgenza di cambiare il materasso ma che sarà la prima a saperlo nel caso decideste di comprarlo nuovo (il giorno dopo ne comprerete uno, IKEA), oppure ti siedi al tavolo e stili un preventivo. Materasso, cuscino, inserto aromatico con le erbe (giuro, esiste davvero) o soltanto un trapuntino estivo, in base alle tue finanze, e via. E’ fatta. Giuseppina, felice, raccatta le sue cose e smantella la sua camera da letto ambulante. Rimette tutto sull’ascensore, ti lascia un cuscino da provare in omaggio e promette di chiamarti appena il reparto contabilità avrà processato il tuo ordine. Arrivederci e grazie, siete stati gentilissimi, ci sentiamo presto, buonanotte! 

Il ciclone è passato. Riordini in salotto – ma sai che quasi quasi un letto davanti alla tv non era una brutta idea? – e decidi che è veramente ora di andare a dormire, con il mal di testa da percentuali che ti è venuto. Ti metti il pigiama e ti ritiri sul tuo comodo (stasera un po’ meno) e accogliente materasso di sempre. Apri Facebook, scrivi due cagate al cellulare, tre mi piace e un paio di commenti, e poi ti metti a dormire, giù, nella tua posizione preferita da sonno.

Chissà poi che cazzo di materiale è il marcion.

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Qui si inizia a fare sul serio

No, non avete sbagliato sito. E’ semplicemente successo. Ieri, più o meno a quest’ora, sono riuscita a cambiare finalmente la grafica.

scrittalunga

Era da un bel po’ che ci pensavo. E’ da un bel po’ che penso a molte cose, in realtà – modifiche, interventi nuovi, spazi diversi – e non escludo, in un futuro non troppo lontano, di arrivarci. In ogni caso la prima cosa da fare era, inevitabilmente, cambiare l’impaginazione.
E’ stato un processo lento e consapevole, e in un certo senso anche sofferto, come quando la mia amica Lucia ha dovuto cambiare il suo primo cellulare (un Alcatel di plastica, tutto colorato) ma se lo portava dietro lo stesso nella borsa insieme a quello nuovo. Mi sono resa conto che c’era bisogno di saltarci dentro, di agire d’impulso, altrimenti sarei morta prima di riuscire a decidermi sul serio. Quindi ieri, una volta trovato il tema che poteva andar bene mi son buttata senza pensarci troppo. Tac, via il dente via il dolore.

A rendere tutto più bello (perché è tutto più bello, vero? Vero? VERO?) ci ha pensato oggi la mia dolce metà, il Renzo Piano dei poveri. Perché io mi ci sono messa, a pasticciare con Photoshop, ma sono rimasta ancora alla prima lezione, quella in cui impari il tuo mantra (comand + freccia + N) per inserire ogni volta un nuovo livello. Dopo venti minuti di bestemmie perché non riuscivo a trovare neanche lo strumento per ritagliare ho deciso, intelligentemente, di buttare dentro e dedicarmi a cose molto più utili, come sfogliare la promozione di Zalando sulle scarpe invernali. E pregare il Dio della Grafica affinché quello che avevo in testa mi si materializzasse davanti dopo qualche minuto.

pignalunga

Le mie preghiere sono state esaudite. Lui, che potrebbe fare di Io che non vivo più di un’ora senza Photoshop il suo cavallo di battaglia, se n’è uscito con la sua creazione con la pigna, l’azzurrino e gli occhiali. Abbiamo cavalcato l’onda del sottotitolo che avevo creato all’inizio e che avevo abbandonato, non mi ricordo neanche perché. Abbiamo cercato di darci un tono, come se questo fosse un blog serio, di quelli che contano davvero.
Ho anche inserito a lato una meravigliosa colonnina che ho riempito di informazioni utilissime – l’archivio, la pagina Facebook, gli ultimi tweet, le foto di Instagram – così mi potete stalkerare senza fare fatica. C’erano anche prima, in fondo alla pagina, ma trovarli era più o meno come andare alla ricerca di Big Foot.

Ringraziamo quindi il reparto grafica e design (sta ancora cantando, lo sento, come posso stare una vita senza teeee, sei mioooo) per questa graditissima tirata a lucido. Ci vorrà un po’ per abituarsi, ma fatemi sapere lo stesso cosa ne pensate – Bellissimo! Era ora! Che schifo! Era meglio prima! Buffona! Bimbaminkia! Cambia il color Tiffany! Sembra un dentifricio! Cose del genere insomma.

PS. Se mi leggete da un cellulare di sicuro starete vedendo tutto strano e bruttissimo, quindi prendete un computer decente e usatelo, almeno finché non avrò capito come modificare anche la versione mobile. C’è da aspettare almeno la seconda lezione di Photoshop, quella che mi sembra si intitoli “lo strumento bacchetta magica non funziona con un Wingardium Leviosa”.

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Storia di gente che va alle anteprime dei film – Tutto può cambiare

“Ehm, salve. Penso di aver prenotato un film.. non so, Tutto può succedere, tutto può cambiare, boh”.
“Direttamente di sopra, sala numero tre”.

Giuro, io pensavo fosse una presa per il culo. Una sorta di pesce d’aprile. Con quel mio fare dubbioso mi sono presentata alla signorina delle casse dell’UCI ieri sera e lei, da dietro il vetro, mi ha mandata dritta alla sala numero tre, nonostante io non sapessi neanche il titolo del film.

E’ successo così: lunedì mattina, mentre scorrevo gli aggiornamenti di Facebook, tra una foto di un cappuccino e l’altro ho letto sul quotidiano della mia città che si regalavano ingressi omaggio per due persone per l’anteprima di un film. Un film non ancora nelle sale, un film che puoi vedere in anteprima come se fossi un vip. Ancora pochi posti disponibili, affrettatevi! e vuoi che io non ne approfitti? Ho scritto subito alla redazione e mi sono fatta mettere in lista. Come un vip.
Ieri sera quindi, puntuale, otto e trenta, dritta alla sala numero tre.

Avevo letto qualcosa, giusto per accertarmi di non andare a vedere un horror, ma non sapevo più di tanto. Sapevo che c’erano Mark Ruffalo (per Architetto era Francesco Renga, e ne è ancora convinto) e Keira Knightley (d’ora in poi, Kasia Smutniak), ma sopattutto Adam Levine, il cantante dei Maroon 5, quello giudicato da non mi ricordo quale giornale SEXIEST MAN ALIVE. Dai, i Maroon 5 vi potranno anche far cagare, vi posso capire, ma per me potrebbe vincere il titolo tutti gli anni. Personalmente lo metto al secondo posto nella mia classifica dei più fighi della storia – il primo è Dylan McDermott, ma in realtà sono abbastanza intercambiabili, dipende da come si conciano i capelli.

Sapevo quindi che c’era lui, e questo mi poteva anche bastare. Sapevo anche che era un film sulla musica, avevo intravisto una foto di Keira/Kasia con la chitarra, quindi ero pronta alla solita storia, il produttore, la cantantucola e la rock star.. Ma che ci frega, ho pensato, tanto è gratis, andiamo.

Begin-Again

Adam Levine ET Telefono Casa con Keira/Kasia in versione cinese

All’inizio, dico la verità, mi sembrava una cagata mai vista, nonostante il momento del “prologo” fosse fatto benino. Per venti minuti buoni ho continuato a pensare al mal di collo che mi stava venendo, segno che il film non mi stava coinvolgendo più di tanto.
La storia, ve la racconto in breve, è banale ma non del tutto: lui, Adam Levine, è Dave Kohl, un cantante super figo di Bristol che è riuscito a sfondare grazie ad un brano inserito nella colonna sonora di un film; lei è Greta, la sua fidanzata storica dai tempi del college, e insieme scrivono canzoni, da anni. Arrivano a New York per registrare un album ma ben presto si ritrovano a fare tutt’altro: lui un tour, da pop stare internazionale quale è diventato, lei invece a dormire sul divano del suo amico. Non vi dico di più, se no vi rovino tutto il film.
A movimentare un po’ la storia c’è Mark Ruffalo, Renga per gli amici (e per gli architetti), un produttore che negli anni novanta aveva fondato un’etichetta indipendente e che ora da tempo non trova più artisti da lanciare. Attenzione, però: Renga è il produttore di Greta, non di Adam Levine che nel frattempo ormai abbiamo lasciato in giro per il mondo. Renga l’ha trovata ad una serata open mic, in un pub, e le ha proposto di registrare un album. Io avrei accettato seduta stante, invece lei si è pura presa un po’ di tempo per rifletterci, ‘sta cretina.

Begin Again

Come notate dagli occhiali e dal taglio di capelli, al violoncello c’è la me del 2007

Al di là della trama, che non vi racconto perché altrimenti vi perdete tutti i (pochi) colpi di scena che ci sono, devo dirvi che comunque mi è piaciuto. E’ una commediola, eh, non aspettatevi la pellicola del secolo, ma molto piacevole e incoraggiante.
E’ vero che la musica ricopre un ruolo importante nella mia vita, e non solo perché canto Beyoncé sotto la doccia, ma proprio perché sono cresciuta a pane e “da grande vorrei fare la rock star”. Che poi non mi è mai interessato più di tanto il rock, perché nel mio immaginario mi vedo più come la Norah Jones dei poverissimi, ma non importa: darei qualsiasi cosa per fare la englishman in New York e registrare nelle stazioni della metropolitana o appena sotto l’Empire State Building, e poi distribuire la mia creazione a pochi spiccioli, buttando via tutti i fronzoli e le sovrastrutture della musica di oggi.

Credo che Tutto può cambiare (è questo il titolo, l’avevo detto? Forse no, perché è orribile) mi sarebbe piaciuto di più in lingua originale, anche per percepire meglio le sfumature tra l’americano dei personaggi e l’inglese di Keira/Kasia, ma possiamo chiudere un occhio. In realtà l’ho apprezzato in particolar modo perché l’ho trovata una storia vera in certi punti. Mi sarei alzata in piedi ad applaudire Renga quando le ha proposto di registrare l’album con i suoni della città, all’aperto, senza studi di registrazione e senza troppe pippe da casa discografica, perché per fare musica serve un laptop, Pro Tools e gente che abbia qualcosa da dire. Non c’è niente di più vero.

Adam Levine nell'ultima scena, che per me valeva tutto il prezzo del biglietto (che era gratis)

Adam Levine nell’ultima scena, che per me valeva tutto il prezzo del biglietto (che era gratis)

E Adam? Quel povero cucciolo di Adam..? Non ve lo dico dove va a finire, perché io stessa mi ero immaginata un finale diverso.
Andate a vederlo al cinema – magari cercate la serata dove si spende meno, ecco – o guardatevelo in inglese, ma per favore non fate come i miei vicini di posto che dopo tre quarti di film si sono accorti, gridandolo a voce altissima, che aahh ma quello è quello che fa il cantante! Adam, amore mio, perdonali, perché non sanno quello che fanno. Io ti riconoscerei fra mille e infatti ti ho riconosciuto, anche con quella barba inguardabile e con gli occhialini da intellettuale.
Me lo merito o no, un regalino?